Teatro Olimpico, il “Pop” di Baricco si può migliorare

Siamo andati a vedere il progetto di divulgazione visiva firmato dallo scrittore

Semplificate, semplificate, qualcosa resterà. Probabilmente è vero. Anche perché è difficile che la semplificazione sia davvero integrale, e poi c’è sempre il fascino della complessità tecnologica a confondere un po’ le acque. Che sono quelle della narrazione come unico vero “totem” a cui inchinarsi. Il lettore ci scuserà, ma è difficile sfuggire a questa terminologia: qui si parla di “Pop”, ovvero di Palladio Olimpico Project. E la firma di Alessandro Baricco tiene insieme per definizione una molteplicità di suggestioni: narrazione, divulgazione, mediazione tecnologica, meditazione sulla tecnologia stessa prima ancora che sull’oggetto di tutto il discorso. Voluto lo strabismo: un occhio alle profondità del passato e alla mitologia di uno spazio scenico unico al mondo, un occhio al presente della cosiddetta “fruizione”. Senza dimenticare la comprensione, la memoria che ne deve derivare, la cultura che ne deve nascere. E perfino il futuro che ne può derivare

Per adottare il metodo di Baricco, che racconta eventi mitici con accenti smitizzanti, questo “Pop” non è che una maniera nuova (lui dice narrativa) di effettuare una visita guidata del Teatro Olimpico di Vicenza. Una cosa pop, a prescindere dall’astuto acronimo dell’intrapresa. Lo postula la giustapposizione-fusione di due mondi lontanissimi fra loro: il manierismo aulico di Palladio e Scamozzi e il tentativo di raccontarlo secondo i meccanismi del post post-moderno, ovvero dell’era digitale. Una cosa d’attualità – e non lo diciamo ironicamente – che può servire a soffiare via un po’ di polvere non tanto dal teatro Olimpico, ma dall’idea che il grande pubblico (nel quale i più avvertiti e informati sono solo una piccola percentuale) può essersi fatta di questo luogo speciale. Ammesso che se la sia fatta. Perché altrimenti, lo scopo è proprio quello di fargli scoprire questa realtà, parlandogli come si fa in Tv e raccontando storie come nei libri di maggiore successo (di vendite). Semplice e perfino banale. Ma facendo valere, con teatrale volontà di stupire, l’enorme plus-valore della cosa in sé: quella scena in vertiginosa prospettiva, quelle gradinate, quella sfilata di statue. L’improvviso ingresso in una dimensione inattesa e unica, che arriva intatta da un passato lontano quasi 450 anni.

Ma se tutto può servire alla causa dell’Olimpico e della sua conoscenza, non è detto che tutto ci riesca ugualmente bene. E poiché questa faccenda ha avuto il costo non indifferente di mezzo milione di euro – peraltro percentualmente suddiviso in quote corrette al giorno d’oggi: 30 per cento il pubblico, 70 per cento il privato – e tutto sommato si configura come una sorta di spettacolo, qualche osservazione è giusto farla. Sulla riuscita in sé come pure sul rapporto qualità-prezzo.

La visita ha due momenti-clou: il video di Baricco e i “sons et lumière” all’interno del teatro. Lo scrittore appare nella tenuta che l’ha reso popolare in Tv, camicia bianca con le maniche arrotolate. Quando si arriva davanti allo schermo, piazzato in anti-Odeo, ci si è gia potuti gingillare (nel vicino Odeo) con un tablet il cui programma offre opportunità varie per farsi un’idea preliminare. Niente di diverso da una guida sintetica, ma ovviamente in digitale. La linea è sempre quella: semplicità e chiarezza. A rischio della sommarietà. Il discorsetto di Baricco dura una decina di minuti ed è quasi una “mission impossible”: deve stuzzicare la curiosità, disegnare la cornice, fare un po’ di storia, lasciando agli studiosi il loro aulico linguaggio, dire le cose con le parole che si usano oggi. Deve anticipare l’incantesimo, far crescere la curiosità, però vietandosi di mostrare anche il minimo particolare di ciò di cui sta parlando. Un equilibrismo in cerca del “colpo di teatro sul teatro”. Che avverrà quando i visitatori entreranno. Una faticaccia. Riuscita? Tecnicamente, forse sì, ma il problema è che qui girare pagina per arrivare alla “rivelazione” non è così immediato. Ci vuole tempo, bisogna salire due rampe di scale e quando si arriva nella loggia di destra bisogna scendere giù, prendere posto. E il timore di cadere rovinosamente nella semioscurità non facilita la percezione abbagliante della realtà. Insomma, Baricco fa video-letteratura al suo modo, la prassi della visita rischia di depotenziarlo parecchio.

Comunque, arrivati al cospetto e anzi nel cuore del teatro-monumento (e la prima vista dall’alto invece che dal basso è comunque impagabile), ci si siede e si viene dotati di un altro tablet. E parte il “sons et lumières”. La musica è firmata da Nicola Tescari, compositore versato specialmente nelle colonne sonore per il cinema e le serie Tv. Il genere è l’easy listening a basso voltaggio, melodia indefinita e senza vero appeal, qualche tocco timbrico un po’ a sproposito (il flauto dolce con l’Olimpico non c’entra proprio). Nulla di memorabile, nel senso che appena usciti ci si dimentica tutto. E nulla di memorabile è dato dai “giochi di luce”, che si confrontano forse con i limiti del parco illuminotecnico del teatro, ma che sconfinano negli effetti da discoteca e nelle colorature spinte buone per una fruizione quasi fantasy. Qui davvero si poteva fare di più.

È a fronte di questi esiti che qualche domanda sul rapporto qualità-prezzo appare legittima. Certo, molte altre cose positive sono state realizzate, anche di stabili (le luci dell’Odeo, ad esempio), ma per come la vediamo noi, i margini di miglioramento esistono. E la qualità di quel che si vede – al netto del bellissimo video conclusivo “dietro le quinte”, da godersi sul tablet, magari traguardando dal vero le prospettive – non sembra del tutto congrua con l’importanza dell’investimento privato e pubblico.

Essendo questa la situazione, peraltro, nulla vieta che in una prospettiva di crescita, tenendo ferma la barra del progetto, la prossima amministrazione immagini – ad esempio – un concorso aperto ai compositori europei per una nuova musica destinata ai “sons et lumière” del “Pop” (parliamo di iniziative da far partire fra un anno o due). Oppure, quanto alle luci, promuova l’utilizzazione delle tecniche di videomapping, sintesi di creatività e innovazione.

Ma su questo piano, c’è un’altra problematica che potrebbe diventare un’occasione importante e di alto livello per assicurare all’Olimpico ulteriore centralità in una narrazione culturale del tipo progettato da Baricco. Il riferimento è al bookshop del teatro, ora provvisoriamente e incongruamente collocato all’inizio del percorso: partisse davvero – com’è stato indicato anche dall’Unesco – un confronto internazionale di idee fra progettisti sulla ristrutturazione dell’intero giardino del Teatro Olimpico, allo scopo di collocarvi anche il negozio di libri e gadget olimpici, si tratterebbe di un bel balzo in avanti: una riqualificazione degna di diventare centrale nell’ipotetico carnet di Vicenza per concorrere al ruolo di capitale italiana della cultura.

(ph: http://www.comune.vicenza.it)

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