«Case anti-terremoto, con la marijuana si può»

“Canapa revolution”, il viaggio della giornalista Spadaro nell’universo della canapicoltura

L’ultima fatica da scrittrice della giornalista vicentina Chiara Spadaro si intitola “Canapa Revolution. Tutto quello che c’è da sapere sulla cannabis” (Altreconomia). Un viaggio nell’universo della canapicoltura, che anche in Italia si sta riaffacciando «con non poche difficoltà» dopo decenni di “oscurantismo”. «La rivoluzione è partita dal basso, dai contadini, dai canapai e dalle associazioni. AssoCanapa è stata la prima ad insistere sulla sensibilizzazione promuovendo la canapa a livello capillare dal 1998. Da allora il mercato, pur restando marginale, è in continua e rapida espansione».

Per Altreconomia, Spadaro (in foto) si occupa in particolare di temi ambientali: «due anni fa avevo scritto un altro libro, “Il filo di canapa – L’eco-pianta del futuro”. Tutto è iniziato dal summit di Parigi del 2015 da cui è nato l’accordo sul clima. In contemporanea, mentre le grandi potenze si incontravano, in un quartiere di Parigi si è svolto un “alter-summit” tutto incentrato sulla canapa come alternativa ecologica ai derivati del petrolio. Non era un caso che si tenesse proprio lì, perché la Francia è sempre stata leader nel settore in Europa e a differenza dell’Italia non ha mai abbandonato la canapicoltura». Dopo l’uscita del libro «ho iniziato a girare il Paese visitando le varie realtà che lavorano con la canapa». Un comparto in crescita, anche se per molti resta ancora un tabù: «quando nomini la canapa c’è sempre qualcuno che ti guarda male, perché pensa solo all’uso ricreativo. Che è in realtà il meno interessante e il più impattante dal punto di vista ambientale. Di fondo c’è una disinformazione diffusa».

Fonte Paolo Marzi

Spadaro pone l’accento sulla sostenibilità ambientale della canapa: «assorbe molta CO2 e depura i terreni dove viene coltivata. Inoltre cresce molto alta, quindi è adatta anche per l’agricoltura biologica e non ha bisogno di pesticidi». E in effetti, questa pianta veniva utilizzata fin dall’antichità e l’Italia ne era il secondo produttore mondiale. Tutto è cambiato «a partire del 1938, quando gli Stati Uniti hanno emanato il “Marihuana Tax Act”, dichiarando guerra alla cannabis e mettendone al bando la produzione. Questo ha avuto ripercussioni che sono arrivate fino da noi. Ma ci sono anche ragioni industriali: la filiera della canapa è molto complessa: la lavorazione – che vedeva le donne protagoniste (vedi foto) – era fatta a mano, la raccolta è complessa, poi c’è il processo di macerazione nell’acqua che dura 10 giorni… Quando sul mercato si sono affacciate nuove fibre più facili da lavorare, come il nylon, pur essendo più impattanti a livello ambientale, queste hanno sostituito la canapa tessile». Purtroppo, aggiunge, «la nostra economia non ha interesse a promuovere una fibra così resistente, ma ancora valorizza l’usa e getta».

La pianta di canapa ha tantissime applicazioni, a partire da quelle terapeutiche. «Rispetto all’edizione precedente, il libro approfondisce questa realtà, che in due anni ha fatto passi da gigante. È uno degli impieghi più rivoluzionari, specie da quando l’Italia ha iniziato a produrre cannabis di Stato». C’è poi l’uso alimentare: «i semi, interi o decorticati, si possono mangiare a crudo nell’insalata o con lo yogurt, oppure si può trovare in commercio il “latte di canapa” o impasti per pane e pasta. Ci sono l’olio, che ha proprietà alimentari molto interessanti (è antiossidante e previene le malattie cardiache), e la farina di canapa, che viene sempre mescolata con quella di grano perché molto difficile da impastare e ha un gusto amaro». L’uso alimentare è una tendenza recente: «nel ‘900 la canapa era quasi interamente coltivata ad uso tessile. Il suo utilizzo ha avuto una forte spinta sotto le repubbliche marinare: la fibra della canapa è molto resistente e quindi veniva utilizzata per le vele delle navi, o per le reti da pesca». Attualmente gli ettari di terreno coltivati a canapa sono circa 3 mila. «Ancora pochi rispetto ai 90mila che si coltivavano negli anni ’50. Il problema più grande è la mancanza di una filiera, perché con l’abbandono della canapicoltura abbiamo perso anche gli strumenti e i processi lavorativi. Ad esempio c’è scarsità di sementi e per il settore tessile – per il quale una volta eravamo rinomati – mancano degli impianti di trasformazione».

Tra le applicazioni innovative della canapa, c’è la cosmetica. «Nel libro racconto l’esperienza di alcune aziende italiane che producono cosmetici a base di canapa, come LaSaponaria, una ditta di Vallefoglia (Pu), che ha creato un’intera linea di prodotti per la pelle a base di olio di canapa». E ancora, la bioedilizia: «sarà uno dei settori che crescerà di più nei prossimi anni. Unendo calce e canapa si possono costruire case 100% ecologiche, biodegradabili e a basso impatto energetico». Nel libro l’autrice racconta l’esperienza dell’Emilia Romagna, dove dopo il terremoto del 2012 «alcune persone stanno costruendo edifici in calce e canapa, antisismici. Volendo, si può coltivare la canapa – che cresce in 3-4 mesi – e in seguito costruire la casa in quello stesso terreno. Ovviamente farlo da soli senza competenze tecniche è complicato, ma ci sono associazioni come l’Anab – Associazione Nazionale Architettura Bio-ecologica che offre supporto a chi vuole fare un’operazione di questo tipo». La rinascita della canapa passa anche dalla recente apertura di molti Paesi alla legalizzazione della cannabis ad uso ricreativo e anche in Italia è aperto il dibattito. «La Direzione nazionale antimafia in uno dei suoi ultimi rapporti ha auspicato la liberalizzazione della cannabis a uso ricreativo per contrastare l’illegalità. La legalizzazione tra l’altro garantirebbe ai consumatori un prodotto sicuro, mentre oggi non si sa cosa si acquista. Inoltre è stato stimato che diventando monopolio di Stato potrebbe avere una ricaduta positiva sul Pil, intorno al 2%».

Nel mondo sempre sempre più Paesi intraprendono questa strada: «gli Usa sono stati i primi a combattere la marijuana e i primi a riabilitarla, sia dal punto di vista ricreativo, sia per i prodotti industriali. Oltre agli Stati Uniti ci sono altri paesi, come l’Uruguay o il Canada, che sta varando una nuova legge in tal senso». Un percorso ancora in essere e che parte sempre da un aspetto culturale. In generale, nei Paesi dove la cannabis è stata legalizzata «si registra un calo del consumo per uso ricreativo e l’emersione del mercato nero a favore di un’economia legale». Nell’ultima legislatura, il parlamento italiano era vicino ad approvare la legge sulla liberalizzazione della marijuana, ma alla fine non se ne è fatto nulla. «Il sostegno è stato abbastanza bipartisan, poi però sono stati presentati centinaia di emendamenti e tutto si è fermato. Questo ci dice che siamo ancora lontani dall’avere una legge sulla cannabis ricreativa. Ci sono molti interessi economici e manca un reale interesse verso la legalizzazione. Su questo aspetto non sono ottimista».

(Ph. EPA / Abir Sultan)

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