Pfas, esclusivo: le nuove tabelle dell’Istituto di Sanità

Vvox rende pubblici per la prima volta i recenti limiti (più stringenti) dell’Iss

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Oggi 22 aprile il popolo dei “No Pfas” manifesta davanti alla Miteni di Trissino. I timori che continuano ad affliggere coloro che in tutto il Veneto centrale hanno assorbito quelle sostanze nocive o perché finite nell’acqua potabile, o perché, forse, l’hanno introdotta coi cibi, rimangono alti. Poco o nulla si sa invece di una eventuale contaminazione via aerea. Ma che cosa è cambiato davvero da quel dal quel fatidico 2013, anno in cui l’Arpav assieme ad altri enti nazionali, condusse uno studio sulla presenza dei Pfas nel Veneto che poi portò la fabbrica trissinese ed alcuni suoi top manager a finire nel mirino della magistratura penale?

LA NOVITÁ
Il primo elemento di novità riguarda i limiti entro i quali queste sostanze possano concentrarsi, a seconda che si trovino nelle reti della potabilità, nei pozzi, in falda o negli scarichi industriali. Pur mancando ancora una disciplina rigida normata con una legge specifica dello Stato («un vero scandalo» lo definiscono gli ambientalisti e un pezzo della classe politica), la novità degli ultimi giorni è che l’Istituto Superiore di Sanità, meglio noto come Iss, ha reso più stringenti i cosiddetti limiti guida. Ovvero quelle soglie di presunta accettabilità che peraltro costituiscono un concetto mal digerito da una buona parte della comunità scientifica e osteggiato dal fronte ecologista, perché considerato troppo incline ai desiderata dell’industria. Ne sono venute fuori un paio di tabelle che riguardano sia i Pfas sia altre sostanze come i benzotrifluoruri che sul finire degli anni ‘70 furono alla base di un altro caso di inquinamento partito dalla stessa fabbrica che però allora si chiamava Rimar e faceva capo ai Marzotto, mentre oggi Miteni è parte di una multinazionale del gruppo tedesco Icig. Vvox può mostrare per primo i dati completi e le determinazioni dell’Iss, valenti solo per il comprensorio del Veneto centrale.

TACCIONO I PALAZZI
Ma come mai una volta elaborate a scavalco tra 2017 e 2018 queste nuove soglie non sono state immediatamente e pubblicamente condivise con le comunità? Come mai per informare i soggetti interessati, ovvero il Ministero dell’ambiente, la Regione Veneto, l’Arpa Veneto, la Provincia di Vicenza e il Comune di Trissino, i Carabinieri del Noe si son dovuti prendere la briga di fare pure i postini, quando enti di quella rilevanza, su un argomento così scottante, dovrebbero tenere con l’Iss un canale di comunicazione aperto 24 ore al giorno? Ma soprattutto perché quando i destinatari sono comunque stati resi edotti delle nuove conclusioni dell’Istituto superiore di sanità, non hanno informato la cittadinanza mettendo a disposizione i loro esperti o cercandone di esterni qualora non si ritenessero in grado di farlo? E come questi limiti incideranno sulle modalità di bonifica dei terreni? Al momento le autorità tacciono.

LA FABBRICA: «NOI ESTRANEI»
Sul versante opposto c’è la Miteni. La quale, anche menzionando alcuni dati Arpav, ribadisce di ritenersi responsabile per meno dell’1% della presenza di Pfas nel comprensorio. Tanto da respingere ogni critica al mittente e facendo così balenare il concetto che vi siano altre responsabilità da accertare un un distretto, quello dell’Ovest Vicentino, oggettivamente sottoposto da anni ad un carico ambientale elevatissimo: basti pensare agli storici insediamenti della concia e della chimica.

INERZIE DAL PASSATO?
C’è però un elemento che non è mai stato considerato. Ammettendo per un attimo (le indagini penali sono ancora in corso e un giudizio definitivo al riguardo è impossibile) che ad oggi il carico della contaminazione prodotto da Miteni sia di pochi punti percentuali, quanto ha contribuito, proprio al fine di abbassare queste soglie, il bailamme mediatico andato in scena sino ad oggi? Soprattutto in questi ultimi mesi, quanto il fiato sul collo delle autorità di controllo e degli investigatori che svolgevano gli accertamenti penali, ha avuto l’effetto di mitigare l’impatto ambientale? La domanda la si può però girare anche in un altro modo. E diventa assai più scomoda. Se Miteni già nel 2005 aveva realizzato una barriera idraulica, evidentemente era preoccupata dei suoi reflui. Ma allora gli enti che quella barriera hanno autorizzato o supervisionato, Regione e Provincia in primis, si sono posti il problema di capire quali fossero i motivi precisi per cui quella struttura fosse stata completata? Perché se fosse vero il contrario, vale a dire che gli enti sin dal 2005 nulla sapessero di quella barriera, allora per assurdo significherebbe che l’opera sarebbe addirittura abusiva. Se ne ricava un’altra domanda: se Provincia e Regione avessero sin da subito posto sulla Miteni la stessa pressione che è stata esercitata più di recente, quanti inquinanti in meno sarebbero finiti nell’ambiente? In parole povere, Provincia, Regione e la direzione centrale dell’Arpav, che cosa hanno fatto esattamente dal 2005 in poi?

LA PALLA ALLE TOGHE
Antonino Cappelleri, il Procuratore della Repubblica di Vicenza, ritiene che entro fine anno il suo ufficio provvederà con l’avviso della conclusione delle indagini, primo step per la richiesta di rinvio a giudizio. Se ciò è vero, è assai probabile che le relazioni conclusive che per i magistrati inquirenti stanno preparando i consulenti scientifici e gli uomini del Noe, incaricati delle investigazioni, saranno pronte ben prima, in modo che i pm responsabili del fascicolo, Hans Roderich Blattner e Barbara De Munari, possano studiare le carte. Va da se però che una determinata circostanza storica, anche quando fedelmente ricostruita dalla autorità giudiziaria, non automaticamente si traduce in una condanna. Primo perché le considerazioni sulla punibilità avvengono in diritto. Secondo perché un determinato fatto, pur penalmente rilevante, pur acclarato, può essere così distante nel tempo da finire divorato dalla prescrizione. Il che pone ancora il problema di quali e quanti controlli siano stati messi in campo da Regione e Provincia durante gli ultimi dieci anni.

LA LEGGE E IL GIOCO DEGLI SPECCHI
Sul piano giudiziario la partita più delicata si giocherà sulla interpretazione della nuova legge ambientale del 2015. I comitati da tempo chiedono che a Miteni non solo sia contestato l’inquinamento od il disastro ambientale, ma che sia contestato anche il reato di omessa bonifica. Si tratta di un reato punibile da uno a quattro anni di carcere. E che non si prescrive (per questo è temuto) se la bonifica non viene completata. La stessa legge però spiega che per essere sanzionato tale comportamento deve costituire una inadempienza ad un ordine dell’autorità amministrativa o giudiziaria. Per quanto riguarda il caso Miteni sino ad oggi né l’autorità giudiziaria né quella amministrativa (Regione in primis) hanno provveduto in tal senso. L’iter per definire la caratterizzazione sulla reale identità dell’inquinamento è ancora in corso sebbene siano passati ben cinque anni dalla deflagrazione del caso. E sulle modalità da seguire c’è un contenzioso durissimo. La Miteni ritiene controproducente che il sottosuolo della fabbrica sia scandagliato al millimetro: perché inutile e perché una metodica del genere metterebbe a rischio l’esistenza dello stabilimento. Così fa balenare richieste di risarcimento milionarie. I comitati ritengono invece il setaccio finissimo la via maestra. E fanno la voce grossa con la Regione perché proceda non assecondando i desiderata, anche tecnici di Miteni, che peraltro è indagata e che quindi è parte in causa. Ma gli attivisti invocano anche la magistratura perché eventualmente, nel caso di inerzia della stessa Regione, si sostituisca a quest’ultima nell’iter. Ed è proprio in questo perimetro che, almeno su questo fronte, si gioca il futuro dell’inchiesta. Che a questo punto potrebbe sfociare in un maxi processo. O esaurirsi in un gioco fatto di rimpalli di responsabilità. Di più: è la prima volta che la nuova legge ambientale si misura su un caso di tale portata. Ed è per questo che gli esperti di tutto il Paese concentreranno l’attenzione sul tribunale di Vicenza.

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