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Veneto, bando all’egoismo: l’autonomia cambi l’Europa

Per fare quei piccoli passi da molti invocati verso l’autonomia veneta, è necessario un pensiero ampio che includa una riflessione sull’Europa e sul federalismo. Se per autonomia si intende il localismo e l’egoismo di categoria, l’unico esito possibile è quel centralismo nazionale ed europeo consolidatosi di fatto negli ultimi vent’anni. L’associazione culturale “Veneto Vivo”crea le premesse sia per operare concretamente sul territorio, sia per avviare una riflessione approfondita su un tema di vasta portata che riguarda questioni epocali quali la crisi degli stati nazione, il rapporto tra cittadino e territorio, il senso della cittadinanza e della sua acquisizione. Lo slogan potrebbe essere un “Veneto autonomo per cambiare l’Europa”. E naturalmente anche l’Italia. Senza aspettarsi profondi e immediati rivolgimenti – che la storia insegna che quanto più repentini sono, tanto più rimangono effimeri e superficiali – inquadrare l’autonomia veneta nella storia e nella geopolitica contemporanea aiuta ad avviare un processo di solido cambiamento.

Quando parliamo di geopolitica la mente corre ai grandi processi globali che peraltro sfuggono al controllo di chiunque. Ma la geografia amministrativa e politica riguarda anche il rapporto tra cittadino e territorio che oggi è stato scompaginato dalla mobilità indifferenziata, dalla dissoluzione delle città in un tutto urbano, da interazioni umane ed economiche sempre più telematiche. La politica l’ha ratificato varando leggi che hanno sostanzialmente annullato le rappresentanze del territorio negli organi rappresentativi nazionali, regionali e locali: i collegi uninominali senza voto disgiunto sono così falsi che oggi sappiamo della Boschi eletta a Bolzano, ma non chi abbiamo eletto nel nostro collegio! Anche il difetto di rappresentanza territoriale è un aspetto della mancanza di autonomia, e uno dei più gravi che viene trascurato proprio per la deriva centralista.

Finora, la cultura tecnica predominante non ha cercato di risolvere i problemi, ma ha solo tentato di liberarsi di essi delegandoli ad autorità e livelli di governo superiori. Senza il collegamento del cittadino al territorio e a istituzioni davvero rappresentative sono andati perduti anche il senso di responsabilità e di appartenenza alle comunità. Questo sistema ha funzionato per qualche tempo, ma la conseguenza è stata la generazione di organizzazioni giganti e sempre più ingestibili. La responsabilità globale e un’etica politica e ambientale universale hanno più possibilità di formarsi quando si esercitano i sentimenti e gli atteggiamenti in comunità responsabili. Il processo inverso non funziona: difficile pretendere generosità verso un prossimo lontano (ossimoro), sconosciuto e generico. E ancora meno si può sperare che qualcuno cambi i propri comportamenti quotidiani perché si sente responsabile dello scioglimento dell’Artico o dell’avanzata del deserto dei Gobi. È senza dubbio più facile e soprattutto più educativo esercitare i sentimenti di solidarietà umana e di conservazione della natura quando ci si relaziona con le persone incaricate delle decisioni.

Una vera autonomia quindi ha senso se basata su solidi principi di solidarietà e di sussidiarietà che parta dallo spirito di un popolo, un Volksgeist che si crea nel collegamento tra terra e persone senza negare naturalmente l’universalità dell’umanità. E non si deve pensare a un’autonomia concessa (ottriata/octroyée) che non sarà mai tale, ma un’autonomia conquistata assumendosi la responsabilità del proprio autogoverno. Solo in questo modo si potrà rendere effettivo il principio di sussidiarietà su cui si sarebbe dovuta basare l’Unione Europea, ma che è stato travisato poiché s’è tentato di applicarlo in modo tecnocratico facendo prevalere astratte ottimizzazioni studiate a tavolino che hanno privilegiato le grandi concentrazioni di capitali estranee alla concorrenza e a un autentico liberismo. La sussidiarietà non ha senso se si costringono le comunità a subire gli accorpamenti, ma lo ha quando esse spontaneamente si “federano” per affrontare problemi di ordine superiore.

Battersi per una maggiore autonomia veneta, e un domani per un vero federalismo, significa proporre soluzioni non solo per noi stessi, ma comprendere e affrontare problemi europei quali la crisi catalana, scozzese, corsa e delle altre piccole patrie. Anziché parlare di un astratto e vecchio sovranismo nazionalista ed egoista, dobbiamo riprendere l’idea federale collaborativa che parte dalla partecipazione diretta dei cittadini e non può prescindere dalla conquista di una vera autonomia fiscale, organizzativa e di autogoverno. Un sistema competitivo tra cittadini responsabili consentirà di mettere a disposizione di tutti la propria efficienza e soprattutto la diversità creativa che genera sviluppo. Abbattiamo tutte le barriere che segregano l’umanità, ma rigeneriamo quei confini virtuosi che valorizzano le diversità.

(ph: dismappa.it)

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