«Coalizione Civica a Padova leninista? Non facciamo confusione»

Buongiorno direttore,
non ho commenti da fare sul suo intervento nel merito delle vicende padovane che riguardano Coalizione Civica per Padova (clicca qui per leggere). La situazione si commenta da sola.
Intervengo solo perché non ho per nulla apprezzato quello che scrive su Lenin e il leninismo. Diciamo che lei ha fatto un po ‘di confusione. In verità non è tutta sua la “colpa”. Diciamo che lei confonde il leninismo con la sua pessima copia: lo stalinismo. É vero che per decenni il culto di Stalin ha oscurato la storia e la realtà del partito di Lenin. Come è noto, per imporre la sua “verità” e il suo dominio sul partito e sull’Unione sovietica, Stalin eliminò la maggioranza dei comunisti che avevano fatto e diretto la rivoluzione d’ottobre. Ben altro fece e seppe fare Lenin.
Nel “suo” partito, non solo era consentito il dissenso ma questo si poteva anche esprimere pubblicamente. Uomini come Zinoviev e Kamenev, che si erano addirittura opposti alla linea dell’insurrezione, continuarono ad avere, ed ebbero fino a quando non furono emarginati ed eliminati fisicamente dal regime staliniano, importanti incarichi nel partito e nell’Internazionale. Alexandra Kollontaj, primo ministro donna, quella che fece introdurre gli asili nelle fabbriche per le madri lavoratrici, era la leader dell’opposizione operaia: una corrente di sinistra del partito comunista. Lenin si confrontò, in non pochi casi, con un forte dissenso in fasi difficilissime, durante e dopo la rivoluzione. Sull’accordo di pace con la Germania, per fare un esempio, con un dissenso che non restò chiuso nelle segrete stanze, che fu duro, pubblico e largo. Lenin impose la sua linea attraverso un’aspra battaglia politica, con i suoi scritti, con interventi nelle assemblee di partito e dei Soviet: mai per via “burocratico-amministrativa”. Per favore, sig. Mannino, non confondiamo il leninismo con le culture da oratorio e le pratiche di bottega.

Paolo Benvegnù
segretario regionale di Rifondazione Comunista

 

Gentile Benvegnù,
grazie per la lettera, intanto. Anzitutto debbo dirLe che, per la grandezza dei propositi, la tenacia della coerenza e la lucidità teorica e pratica, sono in realtà un estimatore di Lenin. Ma l’idea di un partito-avanguardia depositario della Verità, che discute al suo interno per poi imporre e imporsi una linea unica e inflessibile e totalitaria, viene da lui. E il lato tragico della sua vicenda politica e umana, infatti, è la feroce intolleranza. Stalin, dal canto suo, ha eretto a sistema di polizia e di governo un metodo che è un parto del suo predecessore, che era in nuce nella sua concezione monolitica della vita di partito. Non voglio dire che Stalin è uguale a Lenin, sia chiaro. Ma a mio modestissimo parere non si può nemmeno dire che non ci sia una continuità, in questo, fra il primo e il secondo.
Il mio vero errore, forse, e credo che qui sarà d’accordo con me, è prendere in mezzo dei personaggi che comunque si stagliano come giganti, nel bene e nel male, per parlare, come dice Lei, di “culture da oratorio e pratiche di bottega”.
Alessio Mannino

(ph: Twitter @InquilabZindbd)