Verona capitale della cultura, sotto il vestito niente

Biblioteca, mostre, Arena: il passato, anche recente, pesa. Dormire sugli allori non basta più

Negli ultimi decenni nulla più della “cultura” è stato fatto a pezzi, saccheggiato, distrutto e ridotto a buffo fantoccio svuotato. Hanno incominciato con il dire che «tutto è cultura» – e noi cretini che pensavamo fosse sempre e solo studio, metodo, sacrificio e scelte… Poi sono arrivati gli assessori vari (Nicolini in testa, assessore Pci del Comune di Roma) che l’hanno portata in piazza, con la scusa di avvicinarla alla gente, senza rendersi conto – appunto per mancanza di cultura – che ciò che stavano trasportando verso il popolo era un’altra cosa, nella migliore delle ipotesi, gastronomia e folklore.

E alla fine, sono arrivati i bocconiani con la loro ossessione del business, a distruggere il poco che restava e a spiegarci che i principi che concorrono a determinare il valore di un’azienda e di una biblioteca sarebbero gli stessi. Risultato: nulla è più impresentabile oggi della cultura; cultura è una brutta parola, meglio non usarla, evoca pensieri ancora peggiori, sprechi e tempo perso. Dove ogni cosa brilla per la sua assenza di cultura, nulla è divenuto più incomprensibile e più vuoto di ciò che nell’opinione comune si chiama cultura: fuffa, fuffa e fuffa nel migliore dei casi. Ma non è finita, ci mancava infatti la “capitale” della cultura, c’est-à-dire la capitale del nulla…”Nowhere Land” (The Beatles), e a Verona ci stanno pensando.

In effetti nella terra di Giulietta, Romeo e Flavio Tosi, alcuni “intellettuali”, con splendida coerenza, avevano preso da tempo a solleticare l’amor proprio dei politici e dei veronesi modello “anca mi, anca mi“, sull’esempio dei successi prima di Mantova (capitale della cultura 2016), e recentissimamente di Parma (2020). Se ce l’hanno fatta loro… E a Verona, in effetti, non mancano tracce della cultura, segni inequivocabili che c’è stato un passato, anche recente, di impegno per la cultura. Ma appunto solo passato.

Infatti, contrariamente a quello che pensano in molti, la cultura non sono i monumenti del passato, le biblioteche, i teatri, le università che i nostri avi hanno costruito. La cultura è ciò che ogni generazione fa di suo e aggiunge a ciò che già esisteva. La cultura è in senso lato la trasformazione del territorio secondo le capacità e le conoscenze di chi lo abita. La cultura non è qualcosa che si trasmette per via cromosomica, anche i premi Nobel possono avere figli ignoranti e a ogni giro si deve ripartire da zero. Per la cultura bisogna in sostanza lavorare sempre, non chiacchierare.

Appunto negli ultimi venti anni, decennio più decennio meno, in Italia di cultura se n’è fatta poca e a Verona ancor meno. La parte dei bilanci del Comune scaligero destinata alla cultura a fatica copre le spese ordinarie del personale e, da decenni in pesante calo, non c’è spazio per progetti seri. La Biblioteca Civica oltre a non avere un euro, ha trascorso più anni senza un direttore, di quanti ne abbia avuti con. Sul piano delle mostre d’arte e delle iniziative atte a valorizzare il patrimonio culturale veronese non si ricorda quasi nulla a memoria d’uomo (Mantegna 2006), ma in compenso “Linea d’Ombra” di Marco Goldin ha ottenuto dall’amministrazione pubblica tutto l’appoggio e i denari che le servivano per diventare il monopolista dell’arte (ossimoro) a Verona. Aggiungiamo che numerosi edifici storici sono stati negli ultimi anni più oggetto di mercanteggio che di valorizzazione e la situazione edilizia delle scuole veronesi fa piangere. Per non parlare dell’utilizzo permanentemente improprio di molti luoghi veronesi di altissimo valore storico-artistico, declassati a sfondo per mercati d’accatto o di sagre rionali, in nome di un’idea di turismo che assomiglia più alle invasioni barbariche, che alla cultura.

Recentemente poi sono accaduti alcuni fatti che in condizioni normali avrebbero portato all’interdizione perpetua dei veronesi dai pubblici uffici (culturali): ad esempio, mentre i responsabili si dilettavano tutti assieme appassionatamente in un banchetto, i ladri svaligiavano indisturbati la maggiore pinacoteca comunale cittadina; il sindaco in persona poi, dopo averla coperta di debiti con i suoi “manager”, chiedeva la liquidazione coatta della maggiore istituzione musicale veronese, quella Fondazione Arena che tutto il mondo conosce; non contento il medesimo ex primo cittadino, mentre proponeva la realizzazione di importanti progetti culturali quali una giostra tipo Prater di Vienna, o un meraviglioso grattacielo-cimitero, decideva di rinunciare alla realizzazione di un Auditorium, per destinare il medesimo edificio a una bella rivendita di salami e formaggi sotto il marchio di Eataly. Insomma, a Verona da tempo tira un’aria irrespirabile per la cultura.

Sicché la mancanza di cultura facilmente si tramuta in colossale faccia di bronzo, il marketing senza contenuti (quello 0.0) prende il potere, come in un film dei fratelli Vanzina, tipo “Sotto il vestito niente”. Così a Verona si sono convinti che per diventare capitale della cultura sia sufficiente compilare un modulo. Non è necessario prima dimostrare di aver fatto qualcosa di concreto per la cultura e magari continuare tuttora su questa strada. Prima chiedere, prima il fumo, poi (chissà?) l’arrosto. Noi speriamo che qualcuno di quelli che decidono queste cose sulle «capitali della cultura» voglia ricordare alcuni semplici principi agli amministratori scaligeri e li dissuada dal fare domande così inopportune. Per Verona, per la cultura, che nonostante tutto resta una cosa seria. Ma non ci facciamo illusioni.

(ph: shutterstock)