Gasdia, una primadonna alla Fondazione Arena

Rappresenta una netta discontinuità con il passato del felpato Polo. Puntando molto sulla propria “veronesità”

Si sono visti e si vedono molti modi di fare il sovrintendente di un teatro d’opera. Ci sono stati e ci sono quelli che decidono tutto da soli e quelli che delegano. Quelli che parlano solo con i politici, o con i giornalisti, e quelli che preferiscono il dialogo con il loro staff. Per quanto sembri strano, ci sono stati e ci sono perfino quelli che ascoltano. Ma questo non è ancora decisivo. Il problema infatti è “chi” ascoltano. Insomma, ci sono stati e ci sono i bravi e i molto meno bravi. Quelli che fanno danni, quelli che tirano avanti e perfino quelli che hanno qualche buona idea. Il che aiuta, ma è noto che non basta.

E poi, c’è Cecilia Gasdia, la nocchiera della Fondazione Arena. In ordine cronologico, nella pattuglia non numerosa dei sovrintendenti è l’ultima arrivata. Era già un po’ di tempo che voleva entrare nella stanza dei bottoni, ma ha dovuto restare per un po’ in sala d’attesa. Prima, e per qualche decennio, era stata protagonista dall’altra parte della barricata, visto che ha avuto, com’è arcinoto, un’importante carriera come cantante. Esperienza decisiva e incancellabile. A cui bisogna risalire per capire: sono passati tre mesi circa, da quando è stata nominata, ma è già chiaro che lei è una sovrintendente primadonna. Detta in questo modo, si potrebbe credere che appartenga a una categoria già esistente, ma non è così, non nel senso che le sta attribuendo Cecilia Gasdia. Lei non è banalmente animata dal desiderio di protagonismo, come è capitato o capiterà a molti suoi colleghi. Se prima andava in scena nei più importanti teatri lirici, adesso tende sempre più spesso a piazzarsi al centro della scena organizzativa. Come se volesse fare della gestione del più grande teatro operistico all’aperto del mondo uno spettacolo. Una narrazione, com’è di moda dire adesso.

Gioca una partita mica da poco: ha l’aria di chi porta sulle spalle il peso di tutta la Fondazione, ma nello stesso tempo vuole far passare un’immagine emotiva e partecipe della sua veronesità, della sua grande e indubitabile passione, della sua instancabile energia, di una dedizione assoluta alla buona causa. Fa la presenzialista ma vuole apparire empatica; si muove con grande sicurezza e decisionismo ma vuole accreditarsi anche come portatrice di una vera e propria vocazione umana, prima che professionale, a fare il bene dell’Arena. Bella sfida, tutta da seguire. Strategia di marketing? Forse, anche. Il futuro dirà quanto proficua.

Altri al suo posto avrebbero scelto di esporsi meno, muovendo i primi passi con attenzione, centellinando con cautela le sortite. Tanto più in un ambito come quello della Fondazione Arena, che sta faticosamente uscendo da una crisi devastante. Ma lei ha il carattere e la passione dell’autentica primadonna, appunto. Butta il cuore oltre l’ostacolo, ignora che cosa voglia dire l’aggettivo “felpato”, che invece descrive benissimo il suo immediato predecessore, Giuliano Polo. Che parlava piano, coltivava l’understatement e si mostrava attento alle esigenze dei dipendenti abbastanza da incassare una “pax sindacale” non scontata, vista la situazione. Lei, invece, ha già dovuto gestire uno stato di agitazione a poche settimane dalla nomina.

Qualsiasi cosa se ne pensi, il suo protagonismo dilaga. A memoria di chi scrive è l’unico sovrintendente ad avere annunciato personalmente (si era al teatro Filarmonico) l’indisposizione di una cantante durante una rappresentazione. Uscendo a proscenio, beninteso. Presentandosi e qualificandosi, bando all’anonimato delle voci gracchianti all’altoparlante. A breve parteciperà a un’esecuzione della Petite Messe Solennelle di Rossini, sempre al Filarmonico. Si è infatti autoassegnata un ruolo nel concerto che si terrà il 19 maggio. Non canterà, suonerà l’harmonium. Sembra certo che sarà il primo sovrintendente di una Fondazione a suonarlo.

Non si è tirata indietro, domenica, nemmeno al raduno dei carabinieri in congedo, forse sentendosi la musicale padrona di casa, ed è salita sul palco in anfiteatro per cantare “’O surdato ‘nnammurato” durante un concerto della banda dell’Arma. Coraggio ne ha da vendere, non c’è dubbio: c’è anche un breve video a testimoniarlo, pubblicato sul sito del quotidiano L’Arena. A questo punto, non è da escludere che stia pensando come accogliere degnamente il Nobel per la letteratura Bob Dylan, in arrivo a Verona. Avremo un inedito duetto?

Quanto al lavoro fuori dalla luce dei riflettori, ha orgogliosamente sottolineato, pochi giorni fa, di essere riuscita ad annunciare i cast del prossimo festival estivo nell’anfiteatro un po’ prima dell’anno scorso. Nella fretta, qualcosa le è sfuggito di mano. Per esempio, la partecipazione a Carmen e ad Aida del reputato mezzosoprano Anita Rachvelishvili: annunciata con enfasi e riportata da tutti i giornali, ma non vera. La cantante georgiana ha smentito su Facebook a stretto giro. Sul sito internet dell’Arena, dove finalmente i cast erano stati inseriti, il nome di Rachvelishvili è stato prontamente rimosso. “Malintesi”, è stata la spiegazione. “C’era l’ok dell’agente”, ha aggiunto lei. Ah, gli agenti, che problema… Che poi si tratti di “una figuraccia internazionale”, com’è stato anche detto, forse è un po’ troppo. Speriamo, piuttosto, che non ci siano incomprensioni sui cachet, annunciati da Gasdia in generale riduzione del 30 per cento almeno, grazie a lei. Non fosse così, sarebbe molto più increscioso.

Resta – sul sito della Fondazione – il video promozionale nel quale sulle immagini di Aida scorre la musica del Nabucco. Ma questa è una storia già raccontata.

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