Vivinetto, oltre il dolore di essere trans

“Dolore Minimo” è un viaggio esistenziale, umano e sociale. Ma anche una richiesta di accettazione della propria diversità

La Letteratura non esiste. O, perlomeno, non esiste come regno altro dal mondo e dalla vita. Non come lascerebbe intendere la parola se scritta con la l maiuscola. Esistono invece tante letterature, almeno in numero pari ai Paesi e alle diverse culture. E sono tutte enormemente varie sia al loro interno che lungo il corso dei secoli. Così è per gli scrittori, ognuno intrappolato in un certo tempo e spazio. Ognuno con la condanna di non poter raccontare se non quel che lo circonda. E, anche quando volessero spingersi, nella loro narrazione, oltre i confini della propria terra, saranno comunque costretti a farlo avendo un preciso punto di partenza. In tal senso, ha indiscutibilmente ragione Sartre: siamo liberi, ma sempre e solo partendo da una situazione. Il resto, quello che i più identificano con la libertà, è delirio onirico.

Va da sé che anche il proprio genere di appartenenza, quella anatomia oggi tanto ostentata quanto al contempo temuta e tutta la psicologia che ne consegue, si pone come una datità impossibile da trascendere. Sono un uomo o una donna, o un genere intermedio. Ovunque mi voglia situare in questo sempre più variegato spettro, per quanto possa cercare di definirmi attraverso milioni di sfumature, sono comunque forzato a essere maschio o femmina, omosessuale, travestito, transessuale e via dicendo.

Il problema è molto chiaro e presto detto: non possiamo vivere le vite degli altri. Difficilmente un uomo potrà parlare per conto della donna, raccontarla nella sua alterità, e viceversa. Inutile citare in coro Madame Bovary e il suo abilissimo creatore. La povera donna è certo un personaggio femminile – probabilmente uno dei migliori della letteratura ottocentesca –, ma osservato da una prospettiva maschile. Il suo punto di vista, e di quelle come lei, ci resta ignoto. “Madame Bovary, c’est moi!” può solo indicare, molto meno grandiosamente di come siamo abituati a intenderlo, una filiazione tra artefice e opera. Esprime l’onnipotenza stolta di chi crede di poter andare oltre sé stesso.

Naturalmente, chiudere qui il discorso sarebbe troppo semplice e grossolano. Si negherebbe ogni possibilità ultima di comunicazione. Al contrario, per dirla con Primo Levi, “comunicare si può e si deve”. La tanto sbandierata impossibilità al dialogo sarebbe unicamente ignavia e pigrizia. La donna può narrare di sé all’uomo, come l’uomo alla donna, l’omosessuale a chi non condivide la sua tendenza. Lo deve fare, però, portando il suo discorso verso quella base comune di umanità che intercorre e travalica i generi. Quando questo non avviene, il risultato sono orrori quali i testi per sole donne.

Quanto detto è ben visibile nel nuovo e attesissimo testo di Giovanna Cristina Vivinetto, Dolore Minimo (prefazione di Dacia Maraini), Interlinea Edizioni, 2018. La poetessa in questione, a cui capita – suo malgrado e sua fortuna –  di essere la prima poetessa trans in Italia, ha appunto il grande pregio di portare all’attenzione dei lettori un’esperienza umana che nessuno sguardo esogeno avrebbe potuto rendere nella sua travagliata drammaticità. Con buona pace dei sostenitori della assoluta indistinguibilità tra penna maschile e femminile, la Vivinetto è la prova che solo chi conosce intimamente, nella carne, può raccontare in modo credibile. E, infatti, non si segnalano casi significativi in cui si descriva poeticamente il passaggio da un’anatomia particolare verso l’opposta che sembrerebbe meglio rappresentare l’intima pulsione del soggetto.

Altro punto a favore del testo è che Dolore minimo ben si guarda da essere il Vangelo in versi del movimento LGBT. Non vi troverete scritto che “trans è più bello”, o assurdi inviti a cambiar sesso per essere al passo con i tempi. La Vivinetto fa poesia e, giustamente, attinge al suo vissuto, senza perseguire però l’autobiografismo, ma casomai il ben più fruttuoso canone della verosimiglianza. Il testo ha il primato di dare voce lirica a un mondo che, per tutta una serie di motivi, non l’aveva mai avuta. E la poetessa, che pur si carica di un simile onere, lo fa senza mai alzare la voce, senza incitare una comunità alla contrapposizione corpo a corpo con la “sporca massa di eterosessuali omofobi” (“[…] Bisognava perdonarlo questo mondo/ per sfuggire al dolore della predestinazione,/ perdonarlo di nuovo, e ancora./ Ancora una volta dimostrargli/ tutto lo stupore della vita/ anche quando pareva negata”). Piuttosto, ci invita a porci in ascolto, al di là di qualsiasi preconcetto e diffidenza reciproca (“[…] Il fatto è che un corpo come il mio/ quando s’incastra a un altro corpo/ non è più transessuale. Quando/ si lega a una carne che accoglie/ forse non è più nemmeno un corpo”). Niente a che vedere con la caccia al maschio della femminista isterica che vorrebbe vendicare soprusi subiti dalla donna durante l’epoca dell’inquisizione, o con l’omosessuale paranoico convinto che ogni etero non pensi ad altro che ad appiccargli fuoco.

Preso atto che la scrittrice non scambia il versificare con il fare propaganda, è certo che questo bel volume potrebbe andare incontro al tragico destino di divenire famoso unicamente per ciò che può rappresentare la sua autrice agli occhi delle masse. Certo, probabilmente, per tal motivo diverrebbe anche uno dei pochi libri di poesia venduti, ma in ciò condividerebbe una sorte non molto dissimile da quella di un Fabio Volo qualsiasi. Per tal motivo è fondamentale capire che la Vivinetto non è la prima trans a fare poesia, ma è una poetessa a cui capita di essere trans. E ciò lo si nota bene in diversi componimenti di questo corposo testo, con i riferimenti mitologici legati al concetto di una seconda nascita a sua volta connessa con la mutazione sessuale, fino alla onnipresente tematica del corpo.

Dolore minimo, ovvero un dolore che quasi teme di dire il suo nome, proprio come l’amore omosessuale di Lord Alfred Douglas, è un viaggio esistenziale, umano, sociale. Vi si racconta tutto ciò che concerne la diversità: dal come questa si manifesta a un certo punto della vita, fino al momento in cui un tribunale accerta la nuova identità pubblica mutando nomi e vocali nei documenti. Ma questo testo è anche e soprattutto una richiesta di riconoscimento della propria appartenenza al consesso umano. Perché, anche per il transessuale, il proprio essere si costruisce attraverso l’intima percezione che l’altro ha del suo sé (“Non ho figli da dare – non potrò./ Non ho tube che si gonfiano/ né ovuli da spargere per il mondo./ Non ho vulve da tenere fra due/ dita – da schiudere tra le valve/ delle gambe non ho niente./ Ma lui mi sfiora, continua a toccarmi,/ a perlustrare con le dita questo/ corpo imploso, risucchiato tutto/ all’interno. Fuggito senza lasciare/ tracce. E lui persiste a sfiorarmi/ per trovare il punto che possa/ dargli piacere. Che possa/ consolarlo, farlo sentire uomo./ Non glielo dico, ma non c’è./ Eppure tutta questa sua goffa/ illusione, quest’avventatezza/ nel proiettarsi verso il dato certo/ per un attimo mi restituisce/ tutto ciò che mi manca – e al suo miracolo/ questa sera mi faccio donna./ Completamente.”).

La Vivinetto ha saputo dare un buon saggio della sua abilità con questa prima prova letteraria. A questo punto non resta che vedere se riuscirà ad andare oltre, una volta detto ciò che era necessario dire. Questa la sua grande sfida: dimostrare di avere qualcosa da scrivere oltre il suo essere ciò che è.