Pd, impara dalla Sicilia: se vuoi vincere, prometti l’impossibile

Il caso dell’isola è illuminante per capire la disfatta del partito di Renzi. Ecco perché

Distratti dalle sirene grilline, premuti dal presidente della Repubblica che li vuole al governo per rassicurare l’Europa, i democratici hanno un po’ sospeso l’autoanalisi, per altro assai confusa e contraddittoria, iniziata dopo il disastroso esito del voto del 4 marzo.

Come è potuto succedere di passare dal 40 e passa per cento del 2014, elezioni europee, al 18 per cento di quest’anno? E non si possono neppure sommare i voti di Liberi e Uguali, perché Bersani e D’Alema, in realtà, non hanno portato via a Renzi nemmeno un voto, mettendo insieme gli stessi identici voti che la lista “L’altra Europa con Tsipras” ha preso nel 2014.

In poco meno di tre anni hanno abbandonato il Pd qualcosa come 5.038.133 elettori: con il 15,38% sarebbero il quarto partito alle elezioni del 2018.

Prendiamo in esame, non a caso, la Sicilia, la Regione dove il Pd, in tre anni, passa dal 33,62 all’11,50%, un terzo quasi esatto. Prendo la Sicilia e non, ad esempio, la Campania, perché in Campania ha fatto gioco la posizione del candidato presidente Gigino Di Maio, che ha gonfiato oltre misura l’exploit grillino a scapito del Pd. Ho diretta esperienza di campani all’estero che hanno brindato alla vittoria del M5S nel nome del compaesano Gigino, la qual cosa mi suscita l’irriverente paragone con i turchi in Germania che esultano per le vittorie del loro caro Erdogan. In Sicilia questo non vale, anzi, da tempo immemorabile, c’è una certa ruggine nei confronti dei napoletani.

In Sicilia i voti validi dal 2014 al 2018 aumentano di ben 718.753 unità, da 1.704.958 a 2.423.267. Il Pd perde qualcosa come 294.423 elettori. Quindi non prende, statisticamente s’intende, neppure uno degli oltre 700mila nuovi elettori, e perde oltre la metà di quelli che aveva nel 2014 (il 51,4%).

Cosa diavolo ha fatto il Pd ai siciliani? Stragi, spogliazioni, confische, carestie? Certo, ha governato la Regione con Rosario Crocetta, ma la punizione c’era già stata. Al suo posto l’anno scorso i cittadini avevano eletto Nello Musumeci: i democratici erano già stati ridotti al 13%. Perché abbatterli ancora?

Rovesciamo allora il discorso. Poteva il Pd fare di più per questi poveri siciliani, al fine di impedire o, quanto meno, alleviare quella che dev’essere stata una grande sofferenza, se li ha spinti a punire così crudelmente il partito di governo?

La Sicilia, come è noto, trattiene il 100% delle sue tasse. Sarebbe come se, in un condominio di 20 appartamenti, ci fosse una famiglia che non paga le spese condominiali, l’Imu, il riscaldamento, l’elettricità, la raccolta rifiuti e quant’altro. Al posto suo pagano gli inquilini degli altri appartamenti.

Il governo ha consentito alla Regione Sicilia di avere da sola, al 31 dicembre 2016, un quarto di tutti i dipendenti regionali italiani, 15.439. E un terzo di tutti i dirigenti, con un rapporto 1/9, mentre quello medio italiano è di un dirigente ogni 14,38 dipendenti. La Sicilia è arrivata ad avere, nel 2012, ben 24mila addetti a lavori di sistemazione idraulica forestale e altri 7.000 addetti al servizio antincendi. Potrei continuare con il personale delle società partecipate, altri 7.113 dipendenti con la spesa di 257 milioni all’anno. E poi altri 118 milioni per i dipendenti di istituti, consorzi e agenzie regionali.

Personale in abbondanza, quindi, e sindacalizzato al massimo. Il contingente dei permessi in ambito nazionale è pari a 76 minuti e 30” per dipendente. In Sicilia siamo a 10 volte tanto: 775’ e 50”.

La stessa Corte dei Conti, nella relazione del 30 giugno 2017, ha scritto: «… nel considerare i fattori che hanno determinato un così alto livello occupazionale, la Corte ha rilevato come il settore pubblico sia stato piegato, attraverso un uso distorto delle politiche assunzionali, a supplire all’incapacità del tessuto produttivo di assorbire la forza lavoro espressa nella regione».

Il governo ha varato il reddito di inclusione. Campania, Sicilia e Calabria, da sole, hanno presentato 6 domande su ogni dieci di tutta Italia. La Sicilia quasi una su quattro. Poteva bastare? Certo che no.

Matteo Renzi, presidente del Consiglio, nella direzione del suo partito, convocata ai primi di agosto del 2015 dopo la pubblicazione del rapporto Svimez, dichiarò: «se il Sud è in difficoltà non è colpa di chi lo avrebbe abbandonato. La retorica del Sud abbandonato è autoassolutoria. L’autoassoluzione è un elemento che concorre alla crisi del Mezzogiorno».

Parole vere, ma totalmente impolitiche. È già tanto aver preso un voto su 10. No, non si poteva fare di più. Si poteva promettere l’impossibile. Chi lo ha fatto, ha vinto.