Pietro Marzotto, quando il buon capitalismo non ha eredi

Insieme a Olivetti fu l’esempio più alto dell’industria italiana. Un modello che anteponeva i valori alla sete di guadagno

Anche se già tanto è stato scritto e detto per la morte del Conte Pietro Marzotto, è forse il caso di ricordare che la sua scomparsa non è un avvenimento come altri – anche se importante – che riguarda solo la pagina dei necrologi, ma è un fondamentale momento di svolta e di tragica importanza, certo per la famiglia Marzotto, per gli imprenditori, ma soprattutto per il Veneto e per l’Italia. I grandi avvenimenti, infatti, spesso passano inosservati o vengono sottovalutati, in particolare se il mondo sta andando in altra direzione…

Tutti sanno (o dovrebbero sapere) infatti che se il capitalismo vive ancora e pare (non in Italia) che goda di ottima salute, questo è dovuto non al benessere e alla ricchezza che è stato in grado di produrre e di distribuire, ma alla sua capacità di affermare valori extra economici. L’onestà, la fedeltà alla parola data, il rispetto per gli altri, il senso del sacrificio, dell’impegno e del merito, l’amore verso la comunità nella quale si vive e per la propria gente, il desiderio di progresso e di miglioramento, l’affermazione di sé oltre i limiti che la natura e la nascita hanno stabilito etc.

Questo ha reso grande e vincente il capitalismo, grazie a uomini come Adriano Olivetti, Giovanni Battista Caproni, Gaetano Marzotto, Agostino Rocca e moltissimi altri. Non la sete di guadagno, non la giungla della finanza. Se fosse stato solo per gente come alcuni capitalisti italiani e stranieri (oggi niente nomi…) che pure di profitti ne hanno fatti, da tempo il capitalismo sarebbe morto e vivremmo in una società sovietica (non comunista!).

Il mondo di Gaetano Marzotto – padre di Pietro, dal  quale ha ereditato i tratti più importanti e cercato di attuare i punti fondamentali pur in circostanze differenti – è proprio quello che ha fatto grande il Veneto e l’Italia. In particolare, se il Veneto ancor oggi conta qualcosa in termini economici, lo deve solamente a quanto altri imprenditori grandi e piccoli hanno saputo riprendere dall’esempio di Marzotto, a Valdagno e nel resto d’Italia.

Il nome di Marzotto fino alla fine degli anni ’60 – se escludiamo appunto il tentativo successivo proprio di Pietro Marzotto di ridare profilo internazionale all’azienda di famiglia – insieme a Olivetti, rappresenta l’esempio più alto e di maggiore successo dell’industria italiana, quello che ha dato speciale dignità alla nostra regione, che ha fatto di alcuni tra quelli che una volta erano i valori distintivi della terra veneta, le caratteristiche portanti del successo industriale e che ha consentito a tutto il mondo di elogiare un modello industriale veneto, distinto ma probabilmente perfino superiore a quello lombardo o piemontese-ligure.

Non è il caso di soffermarci ora sulle centinaia di casi che confermano quanto tutti hanno scritto e cioè che il modello imprenditoriale dei Marzotto scompare definitivamente con Pietro, per la distanza abissale che separa figli e nipoti dalle consuetudini degli avi che costruirono una così rilevante fortuna e un patrimonio morale ancora più prezioso e per il rifiuto di gran parte degli attuali imprenditori nei confronti di un modello imprenditoriale che metta al primo posto l’etica. Attraverso la parabola della vita del conte Pietro Marzotto chiunque può capire quanto gli imprenditori italiani abbiano in stragrande maggioranza da tempo scelto una strada opposta e più facile, i cui pessimi risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Sarebbe bello poter far parlare, Pietro, il fratello Giannino e il padre Gaetano sui molti problemi che affliggono la nostra economia e il nostro paese e osservare quanto diverse rispetto alle nostre soluzioni sarebbero le loro proposte. Ma ora è troppo tardi, anche l’ultimo dei Profeti della grandezza dell’industria veneta se ne è andato, e non ci resta che sperare che qualcuno tra i giovanivoglia e sappia ricominciare da dove questi giganti si erano interrotti.