Treviso e Vicenza, la vostra identità di domani uno strapaese stanco?

I due capoluoghi al voto comunale di giugno hanno bisogno di capire il loro futuro. Ma la risposta in positivo non c’è. E se c’è, è utopistica

L’altro giorno su queste colonne online il segretario vicentino della Lega, Matteo Celebron, si chiedeva quale potrebbe essere l’identità futura di Vicenza. Al capoluogo palladiano resta in pratica solo Palladio: l’oro da distretto è diventato ristretto, la banca popolare eponima è letteralmente sparita (per l’effetto combinato di malagestio locale e complicità di chi doveva controllare), la fiera è totalmente in mani riminesi, la storica società di calcio pare ormai consegnata alla Storia, e come simbolo non può bastare certo il sacro baccalà condito alla maniera che conosciamo (che comunque ha la sua vera capitale a Sandrigo).

Treviso, che è l’altra importante città del Veneto che andrà ad eleggere il nuovo sindaco e il nuovo consiglio comunale a giugno, è messa meglio ma sente comunque il peso degli anni e i relativi acciacchi, non avendo neppure avuto momenti di vitale tensione come fu per Vicenza la lotta contro il Dal Molin Usa: la Fondazione Cassamarca è prossima a pagare le spese di un ultraventennale spadroneggiamento di Dino De Poli, vecchio leone democristiano allergico alle critiche, e a parte il sempreverde marchio alpino (ma gli alpini sono, purtroppo, una razza in via d’estinzione) e il prosecco (per la verità radicato in provincia), continua un po’ stancamente sulla scia di un passato inerziale che si modifica in modo quasi impercettibile. Prova ne sia che la geologica era leghista Gentilini-Gobbo avrà uno strascico con il secondo che verrà assunto in cielo al posto di De Poli, mentre il primo, utile per racimolare ancora voti, è stato sottoposto a museruola in questa fase (non rilascia interviste), segno che sono cambiati i tempi pure nel Carroccio.

Nessuna delle forze che si sfidano per governare i due gioielli veneti va al di là di ricette ovvie, più o meno ragionevoli, qualcuna demagogica, nella maggior parte dei casi di ordinaria amministrazione. Per forza: per quanto ci si possa allarmare e dannare per la fastidiosa micro-criminalità (furti, spaccio e prostituzione in pochi e circoscritti angoli bui e meno bui) e per alcuni episodi di violenza (specie se legati all’immigrazione incontrollata), e anche se maghi e maghetti della comunicazione si scervellano nell’ingigantire i problemi perchè così vuole la campagna elettorale, parliamo di due realtà dove la vita scorre tranquilla e operosa, e i quotidiani patemi d’animo del cittadino medio hanno più a che fare col traffico e i parcheggi. Non è voler sminuire le preoccupazioni di chi effettivamente il famoso “degrado” deve combatterlo ogni giorno sotto casa, ma nel complesso è innegabile che a Vicenza e Treviso si viva materialmente bene, a misura d’uomo – a meno di non esigere un’intensa vitalità culturale e sociale che si trova di più, neanche tanto paradossalmente, in provincia, benchè sia di poco migliorata anche entro le mura di entrambe.

I Comuni hanno le casse vuote o semi-vuote per investimenti, e con la doppia mazzata della crisi e del crac delle due ex popolari neanche il privato si sente tanto bene. Dicono le statistiche che però la ripresa c’è, legata soprattutto all’export com’è sempre stato da queste parti, dove l’industria pompa manufatti per i mercati mondiali. Vero, dato che la matematica non è un’opinione. Ma la percezione per il popolaccio è differente: il lavoro di cui domani si officia la festa è sempre un non-lavoro, in cui la tecnologia espelle uomini e donne in carne e ossa e la precarietà regna sempre sovrana. Ed è inutile rimpiangere il vecchio posto fisso: se ne riparlerà quando scoppierà la bomba a orologeria di un’altra futura scomparsa eccellente, quella del welfare familiare, e cioè il giorno in cui ci sveglieremo coi genitori e nonni garantiti di oggi che per motivi anagrafici, passando inesorabile la Nera Falciatrice, non potranno più sostenere figli e nipoti che lavoricchiano con paghe da sopravvivenza.

Esistono quindi idee-forza attorno ai quali imbastire progetti di lungo termine per dare una direzione e una meta a queste due perle sfiduciate e che mugugnano a testa bassa, chine sul fatturato? Una ce ne sarebbe. Ma abbisognerebbe di un cambiamento di mentalità profondo, forse troppo. Il benessere costruito in cinquant’anni ha lasciato di sè le macerie di un paesaggio divelto, forato, sconciato, stuprato. Gli scheletri dei capannoni in disuso, falliti o delocalizzati, sono lì a dimostrarlo. Un’opera di ricostruzione farebbe la gioia non solo degli ambientalisti (scocciatori finchè si vuole, ma difensori di quel poco di natura non artificializzata che ancora resiste), ma anche di proprietari che si vedrebbero riqualificare e rivalutare i terreni, e degli enti pubblici che vedrebbero il proprio territorio consegnato – sempre che non ci si mettano di mezzo architonti e archistar con disturbi narcisistici – alla bellezza e al suo rispettoso godimento. Occorrerebbe una vastazione, come la chiamava William James: una distruzione purificatoria della devastazione.

Ma la legge del profitto sappiamo cosa impone: guadagno più immediato possibile, e quindi meglio l’ennesimo, demenziale centro commerciale. Se poi ci aggiungiamo una politichetta di amministratori improvvisati, senza cultura, senza spessore, senza attributi, di un’ipocrisia che induce al cinismo (sono quei gabbatori a parole guardiani della qualità della vita, e nei fatti firmatari e controfirmatari di speculazioni e scempi), noi una nuova identità la immaginiamo solo nel proseguire il tran tran noioso e rassicurante della vita di provincia. Uno strapaese senza selvatica poesia, contaminato dallo scorie della modernità. Tutto qui? Tutto qui.

(ph: https://www.youtube.com/watch?v=YAVBriScDTs)