Friuli, M5S perde il Nord perchè non parla di tasse

Il Movimento si è ormai trasformato in una “Lega Sud”, che fa il pieno solo nel Regno delle Due Sicilie

L’analisi più sintetica ed efficace, nonché più vera sul risultato delle elezioni politiche del 4 marzo scorso è quella, a caldo, di Paolo Feltrin: «questo voto divide lungo la linea gotica l’Italia che così esprime interessi divergenti: non c’è nessuno al Nord che vuole il reddito di cittadinanza dei grillini, vale a dire soldi a chi non lavora. Al Nord vogliono semmai i soldi per chi lavora, cioè meno tasse».

Questa analisi serve anche per capire il voto del Friuli. Una settimana fa si è votato in Molise: grande successo delle nove liste del centrodestra, schieramento che è passato dal 29,81% delle politiche del 4 marzo al 49,31% dei voti. Centrosinistra stazionario, dal 18,14 al 18,79%. Il M5s, come lista, ha una flessione consistente: dal 44,79 delle politiche al 31,57 delle regionali. Il candidato grillino, però, arriva al 38,50%, a ridosso del candidato vincente della destra, che si ferma al 43,46%, quasi sei punti in meno delle liste di appoggio.

Si sa, alle elezioni amministrative le liste grilline non attraggono, perché il Movimento non ha classe dirigente locale, i suoi candidati sono improvvisati e senza seguito, mentre i candidati delle altre liste si mobilitano e attraggono consensi. Il candidato alla presidenza, però, dove può concentrarsi il voto di opinione, si colloca a un dignitosissimo 38 e passa per cento, non molto lontano dal risultato delle politiche.

Passa una settimana e si vota in Friuli. Il M5s subisce un tracollo. Il suo candidato si ferma all’11,67%. La lista è al 7,06%. Alle politiche del 4 marzo i grillini hanno avuto un risultato brillante, il 24,56%. In un mese e mezzo essi passano da 169.299 voti a 62.775 voti se consideriamo il candidato, a 29.810 voti se consideriamo la lista.

Spingiamoci un po’ indietro. Alle politiche del 2013 il M5s ebbe 196.218 voti, il 27,2%. Alle regionali dell’aprile dello stesso anno il loro candidato alla presidenza del Friuli ebbe 103.133 voti con il 19,31%. La lista ebbe 54.952 voti, il 13,75%.

Da una elezione regionale all’altra il candidato grillino passa dal 19,31 all’11,67%. La lista passa dal 13,75 al 7,06%. Non è, quindi, questione di tipo di elezione. Non si può dire: i grillini vanno meglio alle politiche rispetto alle amministrative. No, in Friuli siamo di fronte a un arretramento sostanziale indipendentemente dal tipo di elezione.

È successo anche in Molise? No, lì è avvenuto il contrario. Pur subendo una flessione rispetto alle politiche, il M5s ha un avanzamento spettacolare rispetto alle regionali del 2013. I voti al candidato passano dal 16,76% del 2013 al 38,50% del 2018. La lista grillina passa dal 12,18% del 2013 al 31,57% del 2018.

In Molise, pertanto, pur non avendo conquistato la presidenza della Regione, il M5s conferma il trend di crescita dei consensi che lo ha portato a essere di gran lunga il primo partito italiano, conquistando quasi un terzo del corpo elettorale.

Questa marcia trionfale subisce in Friuli una pesantissima battuta d’arresto. Perché? Certo, il candidato, un trapiantato a Trieste, di antica militanza finiana, non era certo la scelta ideale. I grillini, però, ci hanno abituato a considerare del tutto ininfluenti i candidati. Hanno portato alla Camera e al Senato degli autentici latitanti, politicamente parlando. Il caso Pesaro insegna. C’è anche da considerare che questa settimana Gigino Di Maio ha chiuso il forno con la Lega e ha iniziato a riporre le sue speranze solo sul Pd.

Nessuna di queste spiegazioni regge, a mio avviso. Il motivo è un altro, assai più banale. Il Molise è un territorio del Regno delle Due Sicilie. Le elezioni del 4 marzo hanno mostrato che il M5s è diventato la Lega del Sud, e infatti al Sud tiene. Gli elettori del Nord, però, se di Leghe ha da trattarsi, essi una ce l’hanno già. Perché andare a votare la Lega degli altri?

Pensiamo che ai cittadini del Nord siano sfuggite le feste a Pomigliano d’Arco, e il Fico, sempre napoletano, e il Di Battista? Una classe dirigente tutta da Roma in giù, prebiscitata nel Regno delle Due Sicilie. A quel punto, populisti per populisti, meglio Salvini, che ci promette meno tasse e via la Fornero, che quest’altri che vogliono pagare chi non lavora.

Ecco spiegato l’exploit di Salvini, che passa in 45 giorni dal 25,80 al 34,91% dei voti, che diventa il 41,2% se contiamo anche la lista del Fedriga. Un salto di oltre 15 punti in un mese e mezzo.

Farà bene Mattarella a inventarsi qualche diavoleria per non andare a votare subito. Quel che rischiamo è un’Italia più che mai divisa in due: le due parti, Nord e Sud, dominate da due Leghe a rappresentare due mondi mai così divisi e distanti.

(ph: opinione-pubblica.com)