Venezia coi tornelli, città dilaniata. Ma non per colpa del turismo

La scelta di Brugnaro è l’ultimo esempio di una gestione della città che non vuole essere gestita. I veneziani si guardino allo specchio. Tutti

Il ponte del primo maggio 2018 verrà ricordato soprattutto per i tornelli, voluti dal sindaco Brugnaro (assieme ad altre misure riguardanti sbarchi acquei ed accessi su gomma) per cercare di controllare e dirottare i flussi turistici. Una sperimentazione pescata tra le tante ricette che in questi anni (numeri chiusi, pass, biglietti di ingresso, Città Stato, governo internazionale a guida Unesco e caschi blu dell’Onu) hanno trasformato i veneziani in tanti commissari tecnici, nel tentativo di arginare l’avanzata delle masse “foreste”.

Brugnaro ha difeso la sua scelta, in nome della sicurezza pubblica e della tutela dei residenti che, in caso di blocco dei varchi, avrebbero dovuto esibire il tesserino dell’azienda di trasporto pubblico per accedere alle aree interdette. Per contro, la reazione di non pochi residenti è stata quella di sentirsi in ulteriore stato d’assedio «come a Belfast», esibendo azzardati paragoni con la militarizzazione nord irlandese ai tempi dell’Ira. Una città in guerra. Ma in guerra soprattutto con se stessa.

Fin dal suo primo giorno da amministratore Luigi Brugnaro ha usato la metafora del “remare tutti dalla stessa parte”. Un’immagine azzeccata, positiva. Ma la teoria non basta. E non solo perché, cosa ormai nota, la capacità del primo cittadino nell’arte della mediazione politica, del confronto e della condivisione delle scelte è pari allo zero. Se in questo caso Brugnaro va salvato dalle bordate di critiche a senso unico (della serie “qualunque cosa fai, dovunque te ne vai, sempre pietre in faccia prenderai”) non si può tacere sul fatto che proprio questo sindaco, volenteroso nel cercare di far diga all’avanzata turistica, ha contemporaneamente aperto un fronte monumentale a quella che viene definita come “invasione”.

E’ grazie alla sua amministrazione infatti se tutto l’asse urbano che gravita attorno alla stazione di Mestre si sta trasformando in vera e propria cittadella ricettiva, tra ostelli, strutture e case private capaci di ospitare svariate migliaia di posti letto e dunque di proiettare ogni giorno verso la laguna altrettante persone. Tamponare e al tempo stesso alimentare turismo non significa remare dalla stessa parte. Non remano ovviamente dalla stessa parte quei residenti che chiedono di vivere in una città più vivibile e chi invece, grazie al turismo, vive, guadagna o specula vergognosamente ed illegalmente. C’è chi lotta per non sentirsi e non venire espulso dalla città e chi ha tutto l’interesse economico ad aprire porte e portoni agli “invasori”, anche tra gli insospettabili residenti proprietari di immobili da affittare.

Non remano dalla stessa parte neppure i politici o chi fa politica. Gli stessi che invocano ampie strategie di alto spessore non riescono a trovarsi d’accordo. Eloquente la polemica del Pd locale contro l’esponente dem Alessandra Moretti che ha speso parole di apprezzamento per la sperimentazione voluta da Brugnaro. C’è poi chi, come gli aderenti ai centri sociali, sceglie di rappresentare fisicamente questo clima da fuoco incrociato, rimuovendo i tornelli in nome della residenzialità ma sicuramente non in nome di un dialogo che appare sempre più irraggiungibile.

E non si capisce davvero, in questo scenario che è più caotico del turismo stesso, come si possa pensare che la soluzione delle soluzioni sia quella della separazione amministrativa di Venezia dal resto del mondo. Per fare cosa? Per giocare una guerra da enclave ancora più dannosa delle masse che dal resto del mondo vengono per visitare Venezia? Governare queste contraddizioni, prima ancora dei flussi turistici, dovrebbe essere l’imperativo.

(Ph: gacebook Brugnaro sindaco)