Pietro Marzotto, un calvinista nel Veneto cattolico

Ricordo (senza agiografia) dell’imprenditore scomparso. Da parte di chi l’ha conosciuto bene

Come è noto, nei giorni scorsi è scomparso Pietro Marzotto. Le sue esequie si sono svolte ieri a Valdagno, dove ha ancora sede amministrativa ciò che rimane della multinazionale del tessile e del fashion che egli aveva, tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo passato, innervato nella plurisecolare azienda di famiglia.

Di lui, ovviamente, si è scritto molto in questi giorni. Egli è stato infatti un protagonista della vita economica e civile degli ultimi trent’anni del secolo passato, con riverberi anche in questo scorcio del nuovo millennio. E tuttavia penso che molte delle parole a lui dedicate lo avrebbero infastidito. Vuoi per la banalità di certi apprezzamenti, che per la enfatica ritualità con cui generalmente non pochi ritengono si debba rendere omaggio a uno scomparso di rango, spesso debordando in stucchevole piaggeria.

Marzotto era un uomo concreto, asciutto nel suo esprimersi e restio ad ogni retorica. Si era formato ad una dura disciplina che privilegiava i fatti all’apparire. Pur appartenendo ad una delle più longeve dinastie imprenditoriali europee, egli era un uomo riservato, poco incline alla mondanità, tanto che il gossip non è mai riuscito a farne oggetto di attenzione, contrariamente a una parentela rumorosa alla continua ricerca di facile notorietà. Difficile trovare un contrasto così netto tra chi voleva a tutti i costi apparire, e chi invece aveva scelto di vivere solo di fatti concreti.

Egli era un po’, pur con i dovuti distinguo, come Enrico Cuccia, il patron di Mediobanca con cui l’imprenditore valdagnese ebbe a trattare non pochi affari. E del quale un giorno ebbe a dirmi che non era mai riuscito a capire se il banchiere continuasse a coinvolgerlo in qualcuna delle sue complicate strategie finanziarie perché lo riteneva uomo capace, o solo per il cognome che egli portava. Già, un cognome ingombrante, come ingombrante e irruente era il carattere di Gaetano Marzotto, imprenditore visionario e geniale quanto amante della ribalta: due fattori che, per contrasto, influirono non poco nel modo di essere di Pietro, l’ultimo dei suoi otto figli.

Io conobbi Pietro Marzotto agli inizi degli anni Ottanta, quando – con insolita liberalità – mi consentì di accedere a un disordinatissimo quanto vasto archivio aziendale per un complesso lavoro che mi ero intestardito a voler fare sul ruolo del gruppo valdagnese nel contesto industriale italiano (Una casa industriale. I Marzotto, Milano, Angeli, 1986). Ebbi con lui un rapporto altalenante, qualche volta polemico, ma sempre basato su reciproca chiarezza di intenti e, cosa ancora più importante, su reciproca stima.

Io apprezzavo il coraggio con cui egli metteva mano a sfide imprenditoriali sempre più complesse, lui il lavoro di ricerca che stavo compiendo: tanto da confidarmi, un giorno, che anch’egli da giovane aveva pensato di occuparsi di ricerca, narrandomi della proposta di divenire assistente volontario avanzatagli dal suo professore di tesi alla Statale di Milano, Sergio Steve, uno dei più rilevanti studiosi di Scienza delle Finanze dell’epoca. Un’offerta che lo inorgogliva perché gli era stata fatta non per il nome che egli portava, bensì nonostante esso. Il che stava a dire che era la prima volta che egli veniva apprezzato per capacità proprie (la sua tesi era stata approvata con 110 e lode), e non per essere “figlio di”.

Ma non fu che un (brevissimo) sogno: Gaetano M., a Pietro che gli parlava di tale prospettiva, rispose che era libero di fare ciò che voleva della propria vita, ma che da lui non avrebbe avuto il becco d’un quattrino per mantenersi a Milano. L’assistente volontario, ancorché primo passo per intraprendere la carriera accademica, era infatti una collocazione precaria e assolutamente gratuita: e Pietro intese subito che quella del padre non era una vuota minaccia. E tutto finì lì. Molti anni dopo, quando ormai il nostro era divenuto un rapporto di consuetudine e di amicizia, mi consentì di leggere quella sua tesi, molto tecnica. Dalla quale compresi che Steve aveva visto giusto, e che Pietro il talento del ricercatore ce l’aveva tutto. Ma dovette spenderlo in altro modo, e fu quello di un percorso imprenditoriale d’eccezione.

Molti sono gli episodi della sua vita che mi sono tornati alla mente in questi giorni. Di Pietro mi piacevano la riservatezza, la discrezione che in genere lo caratterizzava, l’empatia che sapeva suscitare anche nei suoi avversari, la stima di cui era circondato non solo tra i suoi più stretti collaboratori ma anche tra gran parte dei suoi dipendenti. Veniva considerato un padrone “duro”, ma leale: teso non al profitto in quanto tale, ma a creare valore non solo per gli azionisti ma anche per i dipendenti e la comunità in cui l’impresa, che egli alla fine si trovò a guidare, era inserita.

In occasione dell’incontro che la Città di Valdagno volle dedicargli, il 19 dicembre 2017, per il suo ottantesimo compleanno, mi capitò di definirlo un imprenditore “calvinista”. Una definizione, questa, tratta dal titolo di un libro-intervista di prossima pubblicazione, e che attiene alla sua laica, laicissima, etica del lavoro e dell’impegno personale, e a quella responsabilità sociale dell’impresa – oggi tanto di moda, ma troppo spesso vuota di contenuti – che egli seppe invece interpretare fino a quando è rimasto alla guida di quella che è stata a lungo la più grande azienda su scala mondiale nella lavorazione della lana, e che egli risanò dopo la crisi che la investì negli anni  Sessanta del Novecento, rendendola, grazie a diversificazioni ed acquisizioni mirate, player multinazionale.

Una realtà, quest’ultima, poi azzerata da scelte del nuovo gruppo di comando dell’azienda che volle monetizzare (e che monetizzazione!) il successo imprenditoriale realizzato da Pietro Marzotto: il che spinse quest’ultimo a una dolorosa rottura con la famiglia, uscendo traumaticamente dal capitale di un’azienda che egli non solo aveva salvato dal tracollo ma aveva ingrandito e posizionato sui mercati internazionali.

Uomo riservato, ma non solitario, egli amava la compagnia degli amici che stimava, e che riuniva in dotti convivi, dove spesso si esibiva – da buon gourmet – nella rivisitazione della cucina della tradizione. Curiosissimo, e di buone letture, mancherà a molti: perché interpretava il fare impresa con l’intelligenza dell’umanista, e la consapevolezza che l’intraprendere, il costruire ricchezza, non è mai atto privato, bensì fattore sociale e civile di prima grandezza.

(ph: mffashion.com)