«L’Olimpico di Baricco? Una discoteca per il Pop-olino»

Caro direttore,

le sette e trenta del sabato mattina sono sempre dure da digerire ma quando il dovere ci chiama, a noi rompiscatole, non c’è presto che tenga: si parte. La nuova visita Pop al Teatro Olimpico di Vicenza obbliga un po’ tutti a svegliarsi alle sette e trenta in quanto l’orario di apertura dalle nove alle dieci e trenta, costituisce anche per gli arzilli pensionati locali residenti in centro città “massa poco”. Per non autosuggestionarmi ho però deciso di pagare il mio biglietto con piccola riduzione residente e di entrare senza pregiudizi nella struttura del teatro Olimpico di Vicenza, come avrebbe fatto un qualsiasi turista, e dopo la consegna del tanto discusso tablet ecco il miracolo. Duecento persone dentro le stanze che precedono l’ingresso nel teatro con i tablet senza cuffiette e una voce, uguale per tutti ma non sincronizzata, che invita al rispetto dei luoghi. Avete presente il rumore dell’aspirapolvere: uguale. Odeon e antiodeon diventano gigantesche aspirapolvere. Il turista attento allora, conscio del disagio che sta provocando a se è agli altri, ferma la riproduzione del video e cerca di apprendere delle informazioni dalle applicazioni presenti nell‘apparecchio elettronico.

Una piccola ambientazione geopolitica all’epoca del Palladio, un quiz su Vicenza, un gioco per lanciare sulla testa di alcune statue una corona d’alloro. All’interno delle applicazioni sono presenti una serie di inesattezze come i confini dei regni e alcune foto sbagliate ma ciò che colpisce di più è il gioco dell’incoronazione. Se volevano distogliere le persone dal focus sull’ambiente circostante ci sono riusciti. L’utilizzo del tablet in quel modo infatti non è prodromico a una visita consapevole, ma funzionale alla distrazione. Poi, dopo che tutti hanno raggiunto il livello di assuefazione tecnologica parte il conto alla rovescia, si entra nella stanza attigua e comincia Baricco. Camicetta bianca ma con gilet, dieci minuti secchi di narrazione. Bravo, punto. Adatto? Assolutamente no. La narrazione diventa troppo semplice, poco contestualizzata. L’Olimpico scade nell’oggetto di una storia dove non si aggiunge nulla anzi, si sottolinea. È come andare a lezione all’università con il libro aperto e avere il professore che ogni cinque righe vi racconta cos’è importate da ricordare. Troppo banale per un turista mediamente colto. Poi oltre alle lacune narrative sono presenti alcuni errori. Palladio è citato come: Andrea del Pietro del Munaro, mentre il nome e il cognome sono Andrea di Pietro della Gondola e poi eventualmente aggiungeva come nelle iscrizioni alle fragile, figlio del Mugnaio Pietro di Padova, patronimico e cognome sono due cose diverse. Chissà quanti altri Andrea di Pietro del Munaro in Veneto in quel periodo. In Veneto appunto. Forse solo chi nasce in questi luoghi può apprezzare fino in fondo il valore di Palladio per questa terra, forse per questo motivo Baricco non fa venire gli occhi lucidi: è tutto piatto, asettico e distante.

Finita la narrazione ecco il Teatro Olimpico. Si spengono le luci e parte, improvvisamente la discoteca. Ne più, ne meno. Che io sia contestato nel merito di ciò che dico così che io possa difendermi portando le foto di una discoteca a Riccione con lo stesso effetto luci. Finito lo scempio e dopo la proiezione di un video della scenografia alquanto discutibile, cala il sipario e la visita finisce. Ho poco spazio, ciò che volevo fare è invitare i cittadini a ragionare su un fatto. La tecnologia invece di avvicinare i giovani allontana qualsiasi speranza di ulteriore interessamento culturale, gli anziani, altri grandi fruitori di turismo Vicentino, non sono in grado usare un tablet, le persone di mezza età dalle nove alle dieci e dalle 13 alle 14:30, lavorano o mangiano. E allora mi chiedo: a chi è servito tutto ciò? A chi è servito un esborso combinato privato e pubblico di cinquecento mila euro? I difensori più arditi del Pop potrebbero sostenere che è un progetto rivolto a un utenza responsabile, a degli addetti ai lavori. Con quegli errori e quella storiella da scuole elementari? No, gli addetti ai lavori hanno i brividi, credetemi. Ma allora a cosa è servito? Per il popolino, perché un grande nome tira ed è sinonimo di qualità. Perché è Baricco e dei giovani vicentini che fanno lo stesso probabilmente non sarebbero stati nemmeno considerati. Perché probabilmente avrebbero proposto altro, i giovani, consci delle esigenze della loro generazione sempre più ignorante. Il teatro è un luogo da conoscere, esplorare e vivere. Come tale dev’essere considerato se vogliamo riavvicinare il popolo alla cultura. Aperture estese al dopo cena, aperitivi all’interno del giardino. Abbiamo la fortuna di possedere nel palmo della mano tutta la tecnologia del mondo, quello che bisogna regalare ai cittadini per affezionarsi alla propria città, alla propria storia è un esperienza, una sensazione, quello che una visita notturna al teatro in compagnia della propria ragazza può regalare, sicuramente non l’applicazione di un tablet.

Francesco Poli
presidente Liberi Pensatori