Coalizione Civica a Padova, storia di un’anemia (scongiurata?)

Dopo lo slancio iniziale gli arancioni hanno perso energia. Ma l’esperimento continua. Tra ottimismo e mal di pancia

Inattesa, strisciante e di colpo palese, una crisi di anemia. Coalizione Civica di Padova, l’unica vera novità nel panorama politico dell’ultimo anno, perde energia, si affievolisce lo slancio che l’ha resa protagonista a sorpresa e decisiva della sconfitta del pretendente sindaco leghista Bitonci. Sei mesi dopo la cavalcata a fianco del vincitore Sergio Giordani, l’esperimento che ha unito cives di varie provenienze a gruppi di sinistra, sembra tentennare: come se l’impatto dal dire al fare cogliesse impreparato il movimento. Coalizione Civica non balbetta, non è insicura: al vertice, come vicesindaco, ha piazzato Arturo Lorenzoni; ha quattro assessori combattivi; ha un programma che è una garanzia condivisa. E allora perché le assemblee alla Fornace Carotta si assottigliano di presenze? Perché nei gruppi di lavoro ci sono vuoti improvvisi? Perché alcune prese di posizione degli eletti provocano mal di pancia e critiche? Non sembra inutile un piccolo viaggio nella malattia.

Che, secondo Coalizione Civica, proprio non c’è. Sbaglia chi chiama malessere il dibattito interno. «Tranquillizziamo tutti dicendo che siamo in splendida forma. Vuol dire innanzitutto che siamo vivi». Così in un messaggio apparso sulla pagina Facebook, un po’ preoccupato delle attenzioni che osservatori e giornalisti infittiscono in questi giorni. Ma per una diagnosi non basta un comunicato unilaterale. Marina Molinari si occupa di comunicazione e dà la prima chiave interpretativa: «eravamo proprio una cosa nuova, mai vista. E non c’era un libretto di istruzioni». Cementato dal no assoluto ad un Bitonci bis, il gruppo si crea tra spontaneismo, visione e assenza di steccati. E’ tutto febbrile e incerto, in quell’ottobre del 2016: frange dissenzienti del Pd, i superstiti di Padova2020, la sinistra storica delle sigle (Rifondazione Comunista, Sinistra Italiana, Sel), cattolici, perfino qualcuno che si lascia alle spalle Forza Italia, e in numero cospicuo quelli che si battezzano ”civici”.

I civici sono la novità: senza etichette e poco desiderosi di averne, vogliono una città diversa, costruita sul dialogo e l’inclusione, non solo tra le formazioni politiche, ma tra i cittadini. Dal basso non è uno slogan, è una necessità. Coalizione Civica nasce così: per cacciare lo sceriffo leghista e per incrociare sguardi che prima non s’erano utilmente incrociati. Le due parole hanno uguale peso: coalizione vale tanto quanto civica. Chi entra sa che questa è «un’aggregazione di diverse anime del centrosinistra che rinunciano ai propri simboli». E’ un’intuizione e c’è un’espressione giusta per definirla: fuori dagli schemi. Ogni componente tiene la propria carta d’identità in tasca, ma Coalizione è un po’ come Schengen, nessuno ti chiede i documenti: «Non ci interessa il passato di chi c’è, ci interessa il futuro di tutti». I primi passi nel futuro sono stati fatti, e c’è chi dice che qualcuno magari ha fatto un passo falso, o è incespicato. Di sicuro la corsa non è quella libera e bella della campagna elettorale, quella colorata di arancione dei girotondi, dei cortei, delle feste con i palloncini. Oggi quel decisivo 13 per cento corre in mezzo al restante 87 per cento della città. Dicono a Coalizione: «lo sappiamo, ma noi lavoriamo per tutti, mica per noi».

Essere senza identità precostituita pone un problema di identità. E se l’ottimismo fa dire che questa «è la parte non in crisi della sinistra», c’è la coscienza che in questa casa non abita solo la sinistra. Per Annalisa Di Maso, già membro del coordinamento politico, poi uscita perché candidata con Liberi e Uguali alle politiche, ma convintissima sostenitrice di Coalizione, «non si tratta di anime, ma di voci, tante e differenti: noi riusciamo a tenere dentro la diversità delle visioni». E’ quel ”fuori dalla politica” che la società chiede, e non c’è nulla di più politico di questo. Perché, per la prima volta, non si è trattato di un’ammucchiata elettorale, o lista di supporto, fiancheggiatori dissimulati, stampelle di vario tipo. Coalizione ha le sue gambe, le sue teste, i suoi organi e non è sparita dopo aver mandato i propri eletti a Palazzo Moroni.

Per gli eletti non c’è vincolo di mandato, ma è come se la delega fosse condivisa: il fare politica, prendere decisioni non è solo il voto in consiglio comunale, ma è un percorso che ha il suo fulcro nei gruppi di lavoro. Divisi per materia, sono il vero motore di Coalizione, il collegamento con la città, da lì partono le aggregazioni di cellule che diventeranno organismi più complessi di idee, di proposte, insomma di politica. E si discute, si discute, si discute: la partecipazione costa, in tempo e qualche volta fegato. Ma guai a parlare di maggioranza e minoranze, è questo il cancro. Dissidenze, pareri diversi, posizioni più o meno radicali hanno una sola medicina: la mediazione. Si capisce che i massimalisti non piacciono, ma ci sono e anche con loro «la cooperazione è più che costruttiva».

Sono stati in 1500 a firmare l’appello iniziale per Coalizione, le assemblee raccolgono più di duecento persone, in più di 500 hanno un impegno costante. L’esperimento continua, mai successo prima, nemmeno con i partiti storici, che ci fosse un nucleo di cittadini così coinvolti. E’ sempre Marina Molinari che dice: «stiamo costruendo una nuova classe dirigente». Coalizione non è più una tenda arancione dove entrare per curiosità o lungimiranza, ha bisogno di fondamenta. Le fondamenta sono lo statuto. E’ pronto, ma che fatica! Mesi di confronti, limature, modifiche, neanche fosse la Costituzione. Più di 190 emendamenti proposti, come fossero Padri Costituenti a caratura provinciale. Fa sorridere? E invece no: «ognuno cerca di trovare spazio per la propria voce», è in ballo il delicato equilibrio tra i poteri dell’assemblea, quello dei gruppi di lavoro, quello del coordinamento politico.

Lo statuto è fatto, manca solo la supervisione dei legali, poi a fine maggio si va dal notaio. Subito dopo si rinnoverà il coordinamento politico. L’anemia pare scongiurata, resta qualche mal di pancia, qualche fitta qua e là. «Non abbiamo fatto tutto questo percorso solo per ”aggiustatine” alla solita politica, qualche fiocchetto da esibire come vittorie. Sui temi grossi non abbiamo dato battaglia, facciamo battaglie piccole: di fronte a speculazioni pazzesche, esultiamo per le casette del bookcrossing al parco. Ma facciamo i parchi!». E ancora: «c’è una visione economicistica: i soldi alla base di tutto. Questo non è di sinistra»: è la base che parla, un po’ delusa, sempre combattiva, duri e puri. Stefano Ferro, consigliere eletto, una vita di lotte e di aperture, scopre l’arte del possibile: «D’accordo, i parchi. Ma intanto abbiamo evitato alla città tre milioni di metri quadrati di cemento in più. Non è accontentarsi, stiamo solo cominciando. Il gruppo di lavoro sull’immigrazione pulsa di idee, vedrete cosa faremo. La mediazione che c’è tra noi diventa mediazione con le altre forze politiche, e funziona».

Ottimismo e scazzi, piccoli personalismi e grandi visioni: «ben vengano, basta che siano alla luce del sole. Noi siamo così. Ricordiamoci che la responsabilità di una comunità coesa è di tutti»: Annalisa Di Maso è tra gli ottimisti convinti. «Non dimentichiamoci il coraggio» insiste Enrica Guzzonato, attivista della prima ora. Che sia lo stesso concetto quel «tenere la barra dritta» di Marina Molinari? Il Vangelo resta il programma, su questo, almeno su questo, non si discute. Anemia battuta? Il sangue torna a scorrere, per fortuna nelle vene.

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