“Sincope” di Dapunt, poesia di un altro livello

La sua penna recupera l’antico rapporto fra mente e corpo. Ma parla anche di mal di vivere, morte e silenzio

Un libro, un film, un disco di valore sono rarissimi, praticamente inestimabili. Sono poche le opere che realmente ci toccano nel corso di un anno, considerato il nostro bisogno di emozioni forti, intense, vere. In poesia, poi, la carenza è drammatica. Per una che se ne trova, duecento sono insignificanti, quando non orribili. Appena qualcuna è accettabile. Il fatto, peraltro, che il particolare testo sia pubblicato da un nome storico dell’editoria nazionale non significa niente. Lo stampare spazzatura, oramai, non è più attività circoscritta ai piccoli e medi rappresentanti dell’industria libraria. Ma, se si riducesse il numero di testi sul mercato, dati i criteri editoriali odierni, non si verrebbe a capo di niente. Al diradarsi delle pubblicazioni, tra mafie salottiere e quant’altro, non vi sarebbe necessariamente un incremento della qualità. Invece, bisogna pubblicare. Al lettore, come è sempre stato, spetterà l’arduo compito del discernere.

La critica, dal canto suo, se onesta e non schifosamente prezzolata, ha il dovere, nei limiti della sua aspirazione all’oggettività, di segnalare i migliori. Ed è per tal motivo che non ci si può proprio esimere dal parlare dell’ultima prova di Roberta Dapunt, Sincope, Einaudi, 2018. Bastano i primi versi per rendersi conto che il libro è decisamente a un altro livello. Un livello irraggiungibile per la maggior parte. La poetessa ha successo proprio lì dove i più falliscono miseramente. Se questi sono, seppur con risultati molto diversi l’uno dall’altro, abili al massimo nel descrivere sensazioni, la Dapunt ha il gran pregio di riuscire a condurre una meditazione in grande stile.

In ciò, è il caso di precisarlo, la scrittrice recupera l’antico rapporto, un tempo più fluido, tra poesia e filosofia. Rapporto che è chiaramente visibile nel discorso che viene sviluppato, lungo tutto il corso della raccolta, in riferimento alla tematica del corpo (“Eppure crediamo, che sì, tra provvidenza e tornaconto/ a mettere in ordine la nostra intima composizione/ siano anima e coscienza. Entrambe spessore/ dell’umile speranza, sebbene di essa/ possediamo unicamente le invisibili illusioni./ Ma noi, visibili noi! In questo presente ci è grato solamente/ un corpo, conveniente a delirio e desiderio,/ per intelligenza e volontà di vizio,/ febbre istintiva e indifferente a qualsiasi legge etica e divina”).

Sincope è infatti, si potrebbe dire – sperando di non incutere eccessivo timore nel lettore – una sorta di De Anima contemporaneo, un testo che si inserisce nel solco di una tradizione di riflessioni sulla materia, che inizia con Aristotele e si sviluppa per buona parte del pensiero Occidentale, analizzando il rapporto che intercorre tra anima e corpo.

E, tra i due termini della dicotomia, la Dapunt sembra avere un’idea ben chiara, per quanto non priva di nostalgia, di chi detenga il primato in questo mondo così tristemente materiale: il corpo (“Oramai che l’anima ha assunto tratti mortali,/ non m’interessa adempiere lo spirito…”). In esso ha sede tutta la nostra vita, anche quella apparentemente più alta: “In questa carne ho radicato gli anni, li ho educati./ In questo corpo la materia dei miei pensieri/ e le parole e le domande./ Su questa pelle l’ambiente delle loro risposte,/ fino a contrarla, le vocali e le consonanti./ Ho consegnato ad ogni osso della mia struttura una lettera/ e da lì le parole, una ad una le ho nutrite e ho appreso,/ mentre crescevo la carne si faceva verbo”.

E il corpo è anche lo strumento delle nostre interazioni, del nostro essere nel mondo, ciò attraverso cui gli altri entrano in contatto con noi: “Qui nel profilo della mia carne ora il tuo guardare/ è su di me lavoro d’incavo, vocabolario/ dei tuoi pensieri, che mi graffia la fronte,/ lingua efficace delle profondità non dette […]/ E non ti accorgi/ che stai raccogliendo il tuo sguardo sulla mia anima,/ mentre io dal profilo di questa carne/ vedo te, inesorabile nel tuo elemento materiale”. Il concetto ritorna, successivamente, come una consapevolezza che sempre si ripresenta: “Senza guardarci/ ognuno nel nostro corpo, dal nostro corpo dialogare”.

Ma Sincope non è solo questo. La Dapunt, rispetto agli altri poeti suoi coevi, ha oltre ciò il gran merito di saper portare avanti le molteplici riflessioni del suo libro con notevole abilità nel canto. Il terrore, il male di vivere, gli aspetti più tragici dell’esistere sono tutti detti con una voce che non si udiva da tempo (“E l’animo diventa un mostro, la narrazione di un orrore,/ che solamente io conosco, o meglio dire, riconosco/ nella distanza che avviene tra me e gli altri”).

Un testo che è inoltre il racconto di un animo incarnato senza pace, una meditatio mortis inevitabile (“Stiamo, penso, ogni giorno della nostra vita in compagnia di un teschio,/ che lì sotto ad ogni sentimento, emozione provata/ tiene bene gli occhi aperti. Non li chiude, nemmeno da morto”) in cui anche il silenzio, seppur pesantissimo, è enormemente gravido (“Così dice il Signore, dice cosa?/ A me mai mi dice niente,/ e rimango in silenzio a lungo/ e spesso ascolto e mi concentro/ eppure niente, non un soffio./ Mi rimane di starmi zitta dentro/ per sentire meglio e scrivere e basta./ Il Verbo è un duro colloquio”).

E l’amore, quando fa la sua comparsa, per quanto intenso e totalizzante, conduce in conclusione a una “fredda tomba” di leopardiana memoria (“Hai logorato la tua anima pia nel mio campo santo,/ hai riempito di fede la mia acquasantiera,/ eri pioggia, hai nevicato sui miei seni./ Invigorito crisantemi tra le miei mani,/ convertito le mie mestruazioni./ Hai percorso la mia follia, l’hai glorificata,/ hai scavato fino in fondo e lì mi hai lasciata/ col silenzio dei vermi,/ così bianca e fredda nell’avida tomba./ E della sepoltura nelle mie carni/ tu hai lasciato a me il dolore e le mosche”).

L’unico peccato di Sincope è che probabilmente non giungerà a tutti quelli che ne avrebbero bisogno, per capire cosa voglia dire veramente scrivere poesia.