Draghi come Zonin: una mega “baciata” per puntellare l’euro

Attraverso il Quantitative Easing della Bce, i titoli di Stato italiani gonfiati come le azioni BpVi. Più si ritarda l’inevitabile, peggio sarà per tutti

Le recenti fluttuazioni della valuta argentina, innescate da un rafforzamento del dollaro americano, hanno subito fatto starnazzare i difensori della moneta unica europea: «ecco quello che accadrebbe anche a noi se non fossimo nell’euro!». Il fatto dovrebbe smuovere le sinapsi dei veneti e in particolare dei vicentini perché ricorda le assemblee di inizio anni dieci in Fiera a Vicenza, quando il presidente della BpVi, Gianni Zonin, si compiaceva di riuscire a difendere il valore delle azioni della popolare berica, in quanto non quotata. A quell’epoca, le cugine quotate vivevano momenti drammatici con svalutazioni che raggiungevano il 90%. A quelle batoste di mercato quelle banche dovettero reagire rimboccandosi le maniche ed i loro soci furono subito messi sul chi vive in ordine a nuove sottoscrizioni. Zonin e la sua cricca, al contrario, sopravvalutando il prezzo di emissione del titolo, rinviarono di molti anni, aggravandolo pesantemente, il momento della resa dei conti.

L’analogia tra Zonin e Draghi è molto meno azzardata di quanto si possa pensare. L’azione di entrambi, infatti, è stata ed è finalizzata ad alterare la percezione del reale rischio rappresentato dal titolo sulla cui stabilità hanno riposto tutte le loro personali fortune: le azioni della BpVi per Zonin, i BTP italiani per Draghi. Mentre la valuta argentina è oggi esposta ai marosi della realtà, dura ma terapeutica, i titoli di stato italiani oggi vengono quotati a prezzi insensati, sostanzialmente alla pari con i titoli tedeschi nonostante l’abissale differenza di rischiosità, per il solo motivo che a tali prezzi la BCE li acquista o fa acquistare sul mercato, senza limiti, i con denari di tutti creati dal nulla, attuando il famigerato QE (Quantitative Easing, ndr). Questo strumento, nato per operare riduzione di tassi, nella prassi corrente della BCE è finalizzato a mascherare la debolezza dei titoli italiani, a garantire il loro prezzo e liquidità, allo scopo di puntellare la costruzione di quella moneta unica i cui sinistri scricchiolii non sentono soltanto coloro che non li vogliono sentire.

Il QE di Draghi non è, ne’ più ne’ meno, che una gigantesca “baciata” di Zonin. Quello emetteva azioni a prezzi gonfiati rispetto al reale valore, finanziando i sottoscrittori, ingenui, ingannati o costretti; il banchiere di Francoforte, in modo analogo, crea denaro dal nulla, germanico, di ottima lega, almeno finora, con il quale compra sul mercato a valore pieno titoli di stato della Repubblica Italiana che, così, può permettersi di emetterne all’infinito; l’effetto collaterale, sempre che non sia quello voluto, è che in questo modo permette la sopravvivenza del sistema politico istituzionale fallimentare della penisola, che può permettersi di indebitarsi all’infinito.

Il sistema italico, refrattario a qualsiasi vera riforma, ringrazia e balla sul Titanic, col biglietto pagato da Berlino. Come Zonin gabbava i sottoscrittori i quali, con le baciate, impegnavano il proprio merito di credito personale, così Draghi gabba i tedeschi, i quali devono accettare che la BCE compri carta mediocre per buona usando il loro merito di credito, che è grande ma non infinito. L’euro, in questo modo, assomiglia molto più alla liretta che al marco. I crediti della loro banca centrale presso la BCE, infatti, corrispondenti alle antiche riserve valutarie, varranno al momento dell’incasso, cioè dell’inevitabile, futura, dissoluzione dell’euro, tanto quanto valgono oggi le azioni della Popolare di Vicenza.

Rimediare a questa deriva sembra molto difficileCosì, infatti, come le banche si erano fatte una faccenda troppo seria per i vicentini contemporanei, i quali  prima hanno lasciato bruciare il valore della loro banca dall’euro-deflazione e dalla gestione Zonin e poi se ne sono fatti soffiare la parte sana ai milanesi, così i cittadini europei sono stati cacciati in un guaio molto più grande di quanto siano in grado di gestire  attraverso processi volontari e negoziati.

Ormai gli osservatori più attenti sembrano convenire sul fatto che l’uscita dall’euro e dalle “baciate” di Draghi sia troppo costosa in termini di consenso per essere gestita dalla politica, perfino dalla Germania, e richiederà uno shock esterno. In altri termini, sarà la verità scabra, salvifica dei mercati a guidare le danze nel momento in cui la quiete artificiale in cui ci troviamo non sarà più sostenibile, come non lo fu la liquidabilità a 62,50 euro delle azioni della BPVi.

Ecco perché, paradossalmente, rischiano di stare “meglio” gli argentini, cui la brutale realtà viene sbattuta loro in faccia anziché anestetizzata da moderni mesmerizzatori. I problemi, da che mondo è mondo, vanno affrontati. Lo fanno i singoli, le famiglie, le imprese. Non si capisce perché non lo debba fare uno stato, specialmente se la sua bancarotta è manifesta, o una comunità di stati irresponsabili nel momento in cui i loro incoscienti progetti falliscono. Le drammatiche, dolorosissime conseguenze delle malìe zoniniane, che tante sofferenze hanno provocato, sono destinate a rivivere su scala più ampia e, probabilmente, a scatenare tensioni e conflitti tra popoli, (la Grecia potrebbe essere stato un minimo anticipo) di cui oggi non si vuole riconoscere la possibile gravità e dimensione. 

 

Draghi, come Zonin, sta realizzando delle “baciate” con il suo QE. Ormai il blocco Merkel sta per perdere la maggioranza. La Germania dovrebbe decidere se rendere irreversibile il sistema dei trasferimenti all’Italia oppure affrontare la tragica realtà di una rivalutazione del suo cambio per liberarsi da questo destino. Draghi sta tamponando ma c’è un piccolo inconveniente: sta alimentando tutti in proporzione, anche coloro che non ne hanno necessità. Tant’è che la Germania risparmia sugli interessi aumenta ancor di più il saldo commerciale e gli squilibri crescono.