L’Europa secondo Juncker: una Junckerocrazia

Con la proposta del nuovo bilancio il presidente della Commissione Europea continua per la sua strada. Molto poco democratica

The wind is back in Europe’s sails. (Il vento é tornato a soffiare sulle vele europee), Jean-Claude Juncker, settembre 2017. L’ottimismo del presidente della Commissione Europea, Juncker, è cosa da piani alti. Dove per vedere se le cose funzionano si pensa basti la forza del pensiero. Non importa lo scetticismo dei cittadini, sempre più lontani e meno rappresentati da Bruxelles, non importa la (in)consistenza della ripresa citata dai molti colletti bianchi: ancora a due velocità e ancora troppo debole per non imputarla anche (o per lo più?) a fattori esterni, come la ripresa della domanda globale.

Qualche giorno fa ha presentato il progetto del “quadro finanziario pluriennale”, che definirà il bilancio dell’Unione dal 2021 al 2027. Nulla è deciso: la proposta deve essere approvata da Consiglio e Parlamento. I primi commenti, tuttavia, non si sono fatti attendere. Questa volta sembra troppo anche da parte del più europeista degli europeisti, Junker infatti dichiara: «da questo (l’approvazione del bilancio) dipenderá l’avvenire dell’Europa a venitsette». Come profetizzava Lucio Caracciolo vent’anni fa, siamo all’“Europa per Catastrofi”: rendere tutto urgente, necessario, impellente. Si è rivelato lo stratagemma di questi anni. O cosí, o salta tutto. Ma cosa è davvero urgente e necessario per i paesi dell’UE, per tutti e ventisette?

Il bilancio chiede un aumento dei finanziamenti da parte dei paesi membri per un totale di 55 miliardi. Viene previsto un nuovo fondo di stabilizzazione degli investimenti per i paesi più instabili da 30 miliardi. Sfortunatamente la storia ci insegna che, malgrado l’attenzione nel prevedere misure di ribilanciamento, l’Ue non primeggia nell’applicazione delle regole (ve lo ricordate lo strumento della Target 2 e il riequilibro delle bilance commerciali tra paesi?). Verrebbe anche garantita assistenza finanziaria allo Stato membro e si prevede uno spostamento di fondi dalle politiche agricole e di coesione alla sicurezza delle frontiere, alla ricerca e ai trasporti. Francia e Germania sono già sul piede di guerra: i fratelli d’oltralpe dichiarano che bisognerà passare sul loro cadavere prima di diminuire i fondi alle politiche agricole. E ancora: raddoppio dei fondi al programma di scambio universitario europeo. La retorica della generazione Erasmus colpisce ancora.

Ma questo è solo un altro tassello del percorso che il presidente Juncker ha iniziato più di un anno fa, il 1° marzo 2017, quando in occasione del sessantesimo anniversario del trattato di Roma presentò il White Paper, il contributo della Commissione al progetto europeo. Vengono tracciati piuttosto dettagliatamente cinque possibili scenari a seconda del grado di integrazione verso cui si intende procedere: mantenere lo status quo, tornare al focus principale (e unico) del mercato unico, maggior integrazione solo per chi vuole, fare un passo indietro ma in modo più mirato oppure fare un passo avanti tutti insieme. Quest’ultimo scenario è quello che permetterebbe all’Europa di essere più efficiente, più competitiva. Più integrazione significa meno potere agli Stati membri e più a quella Commissione che lui rappresenta. Un ministro dell’Economia e della Finanza europeo, la creazione di una difesa europea comune, l’integrazione fiscale che si unisce a quella monetaria.

Il file rouge intessuto dal presidente Juncker continua a settembre 2017, durante il discorso annuale sullo stato dell’Unione Europea. Ancora la retorica dell’Europa che va verso una singola entità, con Juncker ringrazia l’Italia e Gentiloni per aver «salvato l’onore» dell’Europa sulla questione migranti. Ma può un Paese salvare l’onore di un continente, mentre altri fanno un passo indietro? Dulcis in fundo, Juncker si spinge oltre e propone l’improponibile: un’Europa più efficiente, più rapida più funzionale è un’Europa che fonde la presidenza della Commissione (la sua) con quella del Consiglio Europeo.

Il cerchio si chiude: la Commissione che protegge e insegue gli interessi dell’Europa come “entitá superiore” e il Consiglio che protegge e insegue interessi diversi, a volte contrastanti, degli Stati che lo compongono. Un organo detiene il potere esecutivo e di iniziativa legislativa, l’altro il co-potere (con il parlamento) di scrivere e adottare le leggi. Una fusione che lascerebbe poco spazio alla sacra divisione dei poteri ma che soprattutto non terrebbe conto (ancora) della mancanza di legittimazione di cui soffre l’Ue da parte dei suoi cittadini. Bye Bye δῆμος-crazia.

E mentre Juncker racconta l’Europa che vorrebbe, il Consiglio Europeo fatica ad approvare le modifiche all’accordo di Dublino (ne parlavamo qui) che comporterebbero uno sgravio importante ai paesi vicini alle coste, Italia Grecia e Spagna, tramite l’abbandono del criterio del primo ingresso. Uniti, sí. Ma sarebbe meglio solo nella buona sorte.