Perlotto, l’iperrealismo del ferro a Montecchio

La mostra esalta gli oggetti comuni della vita contadina e degli antichi mestieri. Elevandoli ad arte

Con la mostra L’enigma del reale”, dedicata ad Angelo Gilberto Perlotto, in arte “Gibo”, e visitabile fino da sabato 12 maggio a domenica 17 giugno, la Galleria Civica di Montecchio Maggiore conclude la prima parte della stagione espositiva 2018 riportando l’attenzione sulle peculiarità del nostro territorio. Perlotto appartiene infatti a una famiglia veneta di lunga tradizione artistico-artigianale ed è un “maestro del ferro” noto ben oltre i confini italiani.

Insolita e spettacolare, l’esposizione inscena nel luminoso spazio della galleria un repertorio di forme, -vivace mix di naturalità, perizia e fantasia,- apparentate dal solo fatto d’essere realizzate in ferro, l’arboscello spezzato e rinsecchito e la rigogliosa pianticella di pomodori rossi di sole, il violino posato sull’elegante seggiola Thonet e i logori volumi che racchiudono antichi pensieri, o il rotolo di pergamena che nessuno scioglierà mai. Tutto appare talmente perfetto da superare in compiutezza qualsivoglia prodotto dell’umano lavoro e persino Madre Natura, tanto generosa di ricchezza e bellezza, ma che perfetta non è, altrimenti sarebbe una stucchevole finzione.

Sta qui il segreto di questa festosa rassegna, dipanata sul filo del gioco visivo, e dialettico, tra realtà-verità delle cose così come si mostrano e la reinvenzione delle stesse secondo i canoni comunemente definiti iperrealistici. Cioè più realistici del reale: con esiti, quindi, irreali. Filo sottile quanto appunto enigmatico, e però assai chiaro e saldo nelle parole del curatore Giuliano Menato; il quale conduce un gioco abilissimo, lasciando fuori campo fuorvianti sofismi per orientare i passi verso i sentieri di una storia feconda d’intuizioni e progetti, quella da cui sono usciti i manufatti che hanno qualificato il fare della nostra gente.

Dalle nostre parti si è battuto ferro, scolpita pietra e si sono impastate argille sin dalla notte dei tempi; con fatica e sofferenza, ma facendo non di rado del mestiere un’arte. La dimestichezza con il ferro, metallo protagonista di vicende millenarie, rende speciale tale mestiere; in esso tecnica e immaginazione evolvono insieme, dando origine allo stretto dialogo tra artificio e solidità valido ancora ai nostri giorni, come dimostrano ampiamente le opere in mostra a Montecchio.

«Il prodotto artistico che Perlotto ci consegna, frutto del suo ingegno – osserva Menato – ha nell’oggetto l’elemento fondamentale della rappresentazione». Animato da un inestinguibile fervore, il talento di Perlotto sfocia in un accogliente universo di oggetti nei quali forma e sostanza traboccano l’una nell’altra sino alla completa osmosi. Alcuni di essi sono d’uso comune, sottratti alla quotidianità passata e presente perché destinati a un futuro senza tramonto, a documentare la vita: quella “vera”, della campagna faticata giorno dopo giorno senza tregua, ma anche quella sedimentata tra le pareti domestiche e colta indifferentemente sui tavoli delle cucine o negli scaffali dei salotti buoni.

Non domandiamoci allora cosa sia la realtà dei filosofi e inoltriamoci nel cammino aperto in galleria da un accattivante allestimento. Il percorso è agevole, simile a una passeggiata tra variegati trompe-l’oeil, ritmata da soste divertenti ma anche da pause pensose; qui per godere del piacere quasi gustativo provocato dalle fragranti verdure disposte sui taglieri, ancora sporche della terra dell’orto, le foglie verdi sfumate di giallo e violetto; qui invece per riflettere sulla fuga inarrestabile del tempo, ascoltando l’ammonimento dell’orologio del nonno lasciato sopra un vassoio, fermo per sempre sull’improbabile ora di chissà quando, mentre vanno appassendo i fiori nel vasetto lì accanto.

Così, un po’ortolano, un po’robivecchi e pure poeta, ma sempre eccellente facitore d’ogni sorta di cose, Perlotto ci regala un mondo nel quale il logoro cappello dimenticato sulla malconcia sedia impagliata ha eguale dignità del prezioso incunabolo dalle segrete pagine sapienziali. E ogni oggetto, polveroso o lucente, suscita stupore al nostro sguardo abituato a perdersi nei labirinti della realtà virtuale: è tanto perfetto da sembrar reale, ma troppo perfetto per esserlo davvero.

(ph: giboperlotto.com)

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