Venezia, la regista Vianello: «fate tornare il cinema all’aperto»

Domani al Cinema Dante la proiezione del documentario sulla street art in Tunisia: «in Italia non si investe in cultura»

«L’arte e in particolare l’arte di strada, che è accessibile a tutti, è uno strumento eccezionale per il contrasto a risolvere una serie di problemi della nostra società». La regista veneziana Gaia Vianello (in foto) ha scoperto le potenzialità sociali della street art durante le riprese del suo nuovo documentario, “Les amoureux des bancs publics” (“Gli amanti delle panchine pubbliche”, ndr), diretto insieme al collega Juan Martin Baigorria. Un viaggio tra i movimenti artistici e culturali di strada in Tunisia, alla scoperta del legame tra cultura e spazio pubblico come strumento di lotta al terrorismo. Il film, prodotto da Sunset Studio con il patrocinio di Amnesty International Italia e Gvc Onlus, verrà proiettato per la prima in Veneto domani sera al Cinema Dante d’essai di Mestre, nell’ambito della “Battle of Dante”, rassegna culturale organizzata dal collettivo Urban Rise, dedicato alla cultura di strada come opportunità di aggregazione sociale e rigenerazione urbana.

Un mondo fino a poco tempo fa sconosciuto per la regista, che ammette: «prima di questo film non sapevo nulla di street art». Nella vita Vianello si è occupata di tutt’altro: «ho lavorato per alcuni anni nella cooperazione internazionale in Africa e Medio Oriente. In quel periodo mi hanno chiesto di collaborare con una casa di produzione per un documentario su un progetto che seguivo. Da lì mi sono appassionata agli audiovisivi e una volta tornata in Italia ho portato avanti questa passione che è poi diventata un lavoro vero e proprio». Questo è il suo terzo film alla regia, dopo “Aisha è tornata” (2011) sulle donne migranti che dall’Italia tornano in Marocco, e “This is not paradise” (2014), sulle donne di servizio migranti in Libano. «Con questo ultimo documentario abbiamo cambiato argomento, puntando sul mondo dell’arte». Tutto è nato con un viaggio da alcuni amici in Tunisia. «Lì sono entrata in contatto con una compagnia locale che ci ha aperto un mondo. Ci ho rimuginato un po’ e ho deciso che sarebbe stato interessante raccontare come i tunisini si sono riappropriati degli spazi pubblici».

Il documentario ha richiesto 3 anni di lavoro, tra riprese e post-produzione. Un percorso non privo di difficoltà: «abbiamo iniziato le riprese a Tunisi per poi girare tutto il Paese. Una volta ci siamo spinti fino al confine con l’Algeria, dove tra le montagne si trovano degli avamposti di Daesh (il cosiddetto Stato Islamico, ndr) e si verificano scontri a fuoco tra l’esercito tunisino e i miliziani. Dopo un paio di giorni ci ha contattato la polizia per farci una lavata di capo. Dopo quell’episodio ci hanno scortati ovunque». Il problema terrorismo è reale: «la Tunisia è la prima esportatrice di foreign fighters in Siria e Iraq e, al di là dei miliziani al confine, riguarda proprio il reclutamento di guerriglieri tra i ragazzi. L’arte di strada diventa un’alternativa fondamentale». Rispetto ai giovani italiani ed europei, «i tunisini riescono ad esprimere un entusiasmo e una curiosità che noi in Occidente abbiamo un po’ perso. Noi negli anni ci siamo “addormentati”, mentre loro, che escono da una rivoluzione, hanno una gran voglia di conoscere e di raccontare che mi ha davvero colpito».

La street art tuttavia può risultare salvifica anche per i giovani del Vecchio Continente: «può salvare dagli abusi di alcol, droghe e di tecnologia, strappandoli alla strada e alle baby gang. È una valvola di sfogo che aiuta a scaricare la tensione e la rabbia, utile anche per contrastare il fenomeno del bullismo». La speranza pertanto è quella di una riscossa culturale dal basso anche in Italia e in Veneto. «Il problema da noi è che quando si parla di break dance o hip hop difficilmente si inizia dalla strada.  Si passa il più delle volte da scuole di danza o di musica». Inoltre, in generale, si investe molto poco in iniziative culturali, anche a basso costo come la street art. Sarebbe bello vedere simili attività anche nella mia Venezia, ma non ho mai visto, per esempio, una battle di break dance. A Mestre sì, invece. Dipende molto dal contesto urbano«. Certo, Venezia non si presta a discipline come il parkour o i graffiti, che non sono nemmeno concepibili tra i palazzi veneziani. Discorso diverso vale per «la break dance, o per il teatro di strada. Ci sono mille possibilità; forse non siamo nel periodo più adatto, economicamente e culturalmente».

In effetti, “con la cultura non si mangia” è ormai diventato un modo di dire, anche se in realtà «aumenta molto la qualità della vita, allo stesso modo della sanità e dell’istruzione». E la crisi culturale colpisce anche il cinema. «molte sale hanno chiuso o rischiano di chiudere. A Venezia alcuni anni fa c’era il cinema all’aperto: una rassegna che da 25 anni veniva organizzata in Campo San Polo. Era un punto di ritrovo molto bello: uscivi alla sera dopo cena e andavi a guardare un film sotto il cielo stellato. Poi l’amministrazione precedente ha deciso di non farla più, per mancanza di finanziamenti». Di qui l’appello della regista al sindaco Luigi Brugnaro e al governatore Luca Zaia: «fate tornare il cinema all’aperto. Si tratta di un’opportunità importante, anche a livello simbolico, visto che Venezia ospita la più importante rassegna cinematografica al mondo».

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