“Dogman”/1: due grandi attori per un film da dimenticare

L’opera di Garrone modifica e violenta la vera storia del Canaro. Risultato: una banale storyboard

“Dogman” è un ottimo esempio di ciò che il cinema italiano riesce a fare quando vuole dare il peggio di sé. Perché questo è tutto meno che un film. Fondamentalmente è una storyboard, una serie di quadri, di disegni, di bozzetti che stanno lì, piatti, sullo schermo, senza mai assurgere alla dignità di creazione filmica. Potremmo vederlo anche come una graphic novel, uno di quegli ircocervi che da anni infestano la cultura italiana spacciandosi per “Letteratura”.

Su questo aspetto torneremo più avanti, ma intanto quel che è interessante è andare a cercarne l’ispirazione. Probabilmente Garrone, scrivendo la sceneggiatura, aveva in mente quel versetto della Bibbia che dice: «terribile è l’ira del mansueto», ma questo monito è stato coniugato in una chiave che definire deamicisiana è una delicata metafora. Bozzetti, appunto, come i “Racconti mensili” di “Cuore”. Marcello che, a rischio di spaccarsi l’osso del collo, torna nell’appartamento appena svaligiato per salvare un cagnolino da una morte atroce, per esempio. O gli intermezzi con la figlia, da buon papà affettuoso, che oltretutto non hanno alcun legame con la storia (che non c’è, come vedremo). O ancora la sua ansia di difendere la propria dignità di fronte a quegli ultimi tra i quali si trova a vivere. Un Buono contro un mondo di Male. Ma mi faccia il piacere.

Banale quanto insopportabile è la scelta estetica, quella che dovrebbe farci intuire questo sostrato ispirativo. I cieli sono sempre cupi e temporaleschi, o nebbiosi e tristi. La terra è sempre fangosa, brulla, fradicia di pozzanghere e spazzatura. Le profondità marine sono una brodaglia verdastra, inquietante e minacciosa. Le inquadrature degli esterni – botteghe, night, edifici semirovinati – sono fondali di cartone, che manifestamente dietro non hanno nulla, e si ha l’impressione che dandoci un pugno sopra crollerebbe tutto, lasciando solo, appunto, il vuoto. I volti, specie nei primi piani, sono maschere, anzi: grotteschi mascheroni carnevaleschi.

Tutto un armamentario che dovrebbe muoverci a pietà, e che invece altro non mostra che la sua inconsistenza estetica e formale, e dunque sostanziale: perché non bisogna dimenticare che la forma è sostanza, appunto. Rimane uno sviolinamento fastidioso e inconsistente, che è tale soprattutto perché non si appoggia su alcuna “storia”. Perché, appunto, vien da chiedersi una cosa. Cosa c’entra tutto ciò con la vicenda del Canaro “storico” del 1988? Non c’entra niente, perché la vicenda del Canaro è stata pesantemente modificata e violentata. E allora ci si chiede un’altra cosa. Se lo scopo di Garrone era un’operazione di questo genere, che bisogno c’era di tirar fuori quella vicenda? Non poteva inventarsi una sceneggiatura nuova, lasciando in pace De Negri?

Ho un ricordo vivo di quella terribile faccenda. Avevo messo insieme un piccolo dossier di ritagli di stampa, e per anni ho accarezzato l’idea di spedirli a Stephen King, per suggerirgli di trarne una delle sue storie che raccontasse dei demoni che a volte ci abitano. Non ne ho fatto nulla e ad un certo punto li ho buttati via, e forse è stato un peccato. Chissà cosa ne sarebbe venuto fuori: dubito che sarebbe stato peggio di così.

Ma una cosa, obiettivamente, si deve salvare di tutta questa faccenda: la recitazione di Marcello Fonte, sincera e dal cuore, nonostante tutto, per cui il Premio attribuitogli a Cannes come Miglior Attore è, secondo noi, ampiamente meritato. Né va passata sotto silenzio l’interpretazione altrettanto magistrale di Edoardo Pesce, che nel personaggio di Simone tratteggia un ottuso e disperato zombie, senz’anima, senza vita e soprattutto senza futuro.

Due ottimi attori, per un film da dimenticare.

(ph: kinemax.it)