Dogman/2: lo sguardo da vinto di Marcello riscatta il film

Inferiore alle attese, sì. Ma con una singola scena che vale tutta la storia

E’ vero quel che ha scritto su questo giornale online Giuliano Corà, che di cinema ne sa più di me e di tanti: “Dogman” non è un capolavoro. Senz’altro non è il miglior film del regista Matteo Garrone. A mio umilissimo avviso, con quel suo andamento di racconto minimale difetta di profondità nello scavo psicologico dei personaggi di una vicenda che è vagamente ispirata nel suo nocciolo – l’uomo mite che subisce i soprusi del bullo, fino a scoppiare e vendicarsi a morte – alla storia vera di Pietro De Negri, passato alla Storia del crimine come “Er Canaro” di Roma.

Tuttavia, sempre a modesto parere di chi scrive, l’ultima scena riscatta un’occasione complessivamente mancata. La spoilero, come si dice oggi, senza tanti patemi: tanto, pur vincitrice a Cannes del premio miglior attore, l’opera sta andando deserta nelle sale e perciò saran pochi coloro a cui roviniamo l’unhappy end. Già, proprio unhappy: non c’è lieto fine. Anzi, più desolante di così, il finale non potrebbe essere. E sta proprio lì la perla più preziosa: nel primo piano del protagonista, lo stupefacente Marcello Fonte. E’ il volto del vinto, che dopo essere stato umiliato e offeso ed essere rimasto privo di tutto, la casa, la vicinanza della famiglia e della figlioletta, il lavoro di amorevole tosacani solo in parte recuperato, fattosi cristicamente un anno di carcere senza colpa per coprire l’amico vessatore, con qualche bestia a cui fare da dog-sitter, la libertà, la dignità, la fiducia della gente del quartiere (uscita letteralmente da “Suburra”, gioiellino di Netflix), rimasto isolato e solo come un cane, scopre che aver compiuto quel che tutti desideravano ma nessuno aveva avuto il coraggio di compiere, ovvero dare finalmente una lezione al prepotente che terrorizzava e angariava, non gli rende la dignità e la considerazione distrutte, ma lascia ancora più soli, definitivamente, e senza speranza.

Quel viso emaciato e solcato dalla sofferenza, di uomo buono che volendo umiliare chi lo umiliava ha finito con l’ucciderlo senza in realtà volerlo, assassino suo malgrado che per darsi una giustificazione crede di aver fatto giustizia, quello sguardo da cane bastonato e ferito è la faccia dell’innocenza sconfitta e perduta. Del tentativo di rivalersi su un’esistenza che sotto il sorriso di affettuoso padre e amico del miglior amico dell’uomo, è rosa dalla continua frustrazione di non saper essere forte, di non saper dire i no che vanno detti, di non avere la personalità per conquistarsi un ruolo nel mondo che non sia quello del servizievole addetto alla cure di chi abbaia ed è un gradino inferiore all’umano. In quell’occhio livido e sperso da cui non cade nemmeno una lacrima, appartenente ad un attore che è approdato alla “fabbrica dei sogni” proveniendo dal vero sottosuolo («quando abitavo in una baracca e sentivo la pioggia cadere sopra le lamiere, mi sembrava di sentire gli applausi. Adesso quegli applausi sono veri, siete voi. E io sento il calore di una famiglia. Mi sento a casa, la mia famiglia è il cinema»), c’è un’umanità che vale questo e molti altri film: l’uomo che rimane fanciullo dentro, ingenuo, semplice, deprivato di malizia e caninamente fedele all’amicizia, che come Federico il Grande di Prussia “ora che conosce gli altri uomini, preferisce i cani”.

Tornando dal cine, gustando in auto il silenzio pieno di dormiente energia di un lunedì notte, tetro e sensuale come sono tutti i lunedì lunari, pensando con una certa superiorità ad una gallina rossiccia che prima della visione non faceva che emettere ridolini striduli facendo pucci pucci col compagno più anziano di lei che aveva stampata sulla fronte un’espressione da piramidale cretino, entrambi fortunatamente dileguatisi alla pausa lasciando a me e ad altri due solitari la surreale pace di una sala trionfalmente vuota, mi sono saltate alla mente le strofe di questa canzone di De Andrè, poeta dei vinti: “Un uomo onesto, un uomo probo/ tralalalalla tralallaleru/ s’innamorò perdutamente/ d’una che non lo amava niente./ Gli disse portami domani/ tralalalalla tralallaleru/ gli disse portami domani/ il cuore di tua madre per i miei cani./ Lui dalla madre andò e l’uccise/ tralalalalla tralallaleru/ dal petto il cuore le strappò/ e dal suo amore ritornò. /Non era il cuore, non era il cuore/ tralalalalla tralallaleru/ non le bastava quell’orrore/ voleva un’altra prova del suo cieco amore”…