«Io, candidato “senegaliano” col leghista Conte: ordine e pulizia a Treviso»

Africano del Senegal, nel capoluogo della Marca dal 1991, Cheikh non vede razzismo nella Lega. E sull’immigrazione: «non si può accogliere tutti»

Dieng Cheikh è tra i candidati consiglieri comunali della lista civica “Grande Treviso”, che sostiene l’aspitante sindaco di centrodestra Mario Conte (Lega). Un candidato molto particolare: sui social network, infatti, Cheikh (in foto) si presenta come “senegaliano”, crasi tra senegalese e italiano, «ma anche trevigiano», come puntualizza lui. Classe 1973, nato e cresciuto nel villaggio di Tassete, in Senegal, si considera a tutti gli effetti italiano. «Mia nonna diceva che se vai in un posto devi imparare a vivere come le persone del posto, rispettando le loro regole a la loro cultura». Un africano che corre per un leghista? Non è la prima volta in assoluto, ma la prima a Treviso sì.

La sua era una famiglia numerosa ma benestante, per gli standard locali: «mio padre faceva l’autotrasportatore. Io mi sono diplomato in ragioneria e lavoravo come impiegato in una società di assicurazioni, che poi è fallita». Così, a 25 anni, su consiglio di un amico – e dall’alto della sua fede juventina – parte per cercare fortuna in Italia: «in quel periodo molti senegalesi venivano qui e raccontavano di un vero Eldorado. Sono arrivato in aereo. All’epoca non serviva il visto d’ingresso». Il primo impatto con il Belpaese, però, non è stato affatto positivo, tanto che «dopo i primi tempi, volevo tornare in Senegal: stavo con un gruppo di altri ragazzi in una casa fatiscente a Caserta, vivevamo accatastati, come in una dispensa, perché il proprietario voleva sfruttare al massimo la capacità della casa. Era tutta un’altra cosa rispetto ai racconti che avevo sentito, un ambiente quasi da Terzo mondo. Una cosa incivile». Gli altri ragazzi facevano i venditori ambulanti, ma Cheikh era una lavoratore e aveva studiato. Così, approfittando della sanatoria della legge Martelli, ha ottenuto il permesso di soggiorno e si è trasferito al Nord in cerca di un impiego. «Sono arrivato a Treviso nel 1991. Mi sono informato e ho scoperto che era una zona ricca, dove c’era lavoro».

Nella Marca ha conosciuto don Giuliano Vallotto, sacerdote di Cavaso del Tomba. «Non mi stancherò mai di ringraziarlo per tutto quello che ha fatto per gli immigrati. È riuscito a fare ciò che la politica non è mai riuscita: a combinare casa e lavoro». Da lì Dieng è ripartito da zero: «di giorno lavoravo come operaio, di sera facevo il lavapiatti. In più, ho scoperto che i diplomi che avevo conseguito in Senegal non erano validi in Italia. Dopo un anno ho fatto la terza media. Ho provato anche a iscrivermi all’università Ca’ Foscari, ma ho dovuto rinunciare allo studio per lavorare. E me ne pento ancora oggi». Trascorsi i primi mesi, lo ha raggiunto in Italia sua moglie, con la quale ha avuto tre figli che oggi hanno 23, 16 e 12 anni. Da allora, ha continuato a fare l’operaio e negli anni si è battuto per l’integrazione: «tre anni fa ho scritto un libro: “Ancora in tempo – Diamo forma all’integrazione” e ho anche creato un gruppo chiamato “Italia anche noi”. Inoltre assisto gli immigrati nelle pratiche burocratiche, fornisco informazioni utili… Per me è come una missione. Senza integrazione c’è il vuoto. Il contrario di integrazione è disintegrazione». E, come da insegnamento della nonna, per Dieng integrazione significa «rapporti con gli altri, rispetto delle regole di vita, senza pregiudizi. E per superarli bisogna farsi conoscere, salvaguardando la nostra identità».

La passione politica lo ha portato oggi nelle file di centrodestra, che dell’identità (italiana) fa una bandiera. Racconta  Cheikh: «mi hanno contattato loro. Ho preso contatti con il “capitano” Bepi (il promotore della lista Beppe Mauro, ndr) e gli ho parlato delle mie convinzioni politiche, facendogli capire che il mio impegno è rivolto alla comunità. E il programma di Conte rispetta la mia idea di Treviso. L’ordine, la pulizia, il rispetto delle regole». Il candidato consigliere spiega di volere una città «inclusiva», mentre invece «ci sono zone lasciate al degrado: negozi di immigrati dove non vengono fatti controlli, perché “tanto sono immigrati”. Ci sono classi di 30 bambini in cui 27 sono stranieri. Quello è razzismo al contrario che emargina i giovani: se metto un bambino maliano in mezzo ad altri 20 maliani non lo aiuto a imparare l’italiano». I problemi da risolvere in città vanno oltre l’integrazione: «la raccolta dei rifiuti è gestita male, il sistema dei trasporti pubblici è da rivedere…». E poi c’è il problema della sicurezza: «mancano i controlli e in certi quartieri manca addirittura l’illuminazione. Dopo una certa ora c’è in giro gente poco raccomandabile (stranieri e non), baby gang che fanno il bello e il cattivo tempo… Una persona che torna a casa da lavoro non si sente sicura».

La Lega di Conte su sicurezza e immigrazione predica il pugno duro, ma Cheikh va oltre i «toni coloriti» della propaganda: «i problemi sono reali. Non mi piace il vittimismo di una certa parte politica, che è stato inculcato in testa agli immigrati. Non bisogna sempre gridare al razzismo». È pur vero che certe sparate a cui ci hanno abituati certi esponenti leghisti, a partire dall’ex sindaco sceriffo Gentilini, non aiutano il dialogo, ma «bisogna capire fino a che punto i leghisti pensano a quello che dicono». Il fenomeno del razzismo tuttavia esiste «dappertutto, anche in Senegal. Il razzista è un debole di mente, una persona che ha paura del suo complesso d’inferiorità e non trovando argomenti attacca l’altro, il diverso. Invece, dobbiamo tutti rispettarci, nella diversità». Una posizione questa, non distante da quella del candidato sindaco di Coalizione Civica, Said Chaibi, anch’egli di origini africane, ma avversario alle elezioni. «Abbiamo idee diverse, ma gli faccio i complimenti, perché ha avuto coraggio». In realtà anche Cheikh ha avuto un (breve) passato a sinistra: «sono uno dei primi immigrati nella zona di Paese ad aver avuto la tessera del Pd, tramite un’amica». Fin dai primi tempi, però, sono iniziati gli attriti: «mi dicevano che ero troppo di destra».

La verità secondo lui è che «noi immigrati veniamo usati come arma politica, ognuno pensa al proprio tornaconto, senza mettere poi in atto politiche serie. L’immigrazione è una questione complessa che non va banalizzata, ma va affrontata». A riguardo, Cheikh è molto critico nei confronti del sistema di accoglienza: «i centri per rifugiati sono solo una mangiatoia per le cooperative corrotte, che speculano sull’accoglienza. Non aiutano le persone a crescere, a inserirsi, a dare un senso alla propria esistenza». Meglio lo Spraar, il sistema di accoglienza diffusa che prevede la ripartizione di piccoli gruppi di migranti nei Comuni italiani. Sistema al quale però molti sindaci leghisti (e non) si rifiutano di aderire: «colpa delle quote eccessive e delle soluzioni abitative individuate dai prefetti. Se nel mio condominio arrivano 20 stranieri, è ovvio che cominciano i problemi». Per porre fine all’emergenza, è giusto distinguere tra migranti economici e rifugiati in fuga dalla guerra, «accogliendo tutti stanno rovinando un’intera generazione, che sta arrivando qui senza una prospettiva. I flussi migratori sono gestiti dalla malavita. Colpa delle guerre, ma anche dei governanti africani fannulloni. E poi in Africa si fanno troppi figli e lo dice uno che ha 30 fratelli. L’unico modo per fermare l’immigrazione è investire in Africa, per portare stabilità politica».

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