Derivati: con le tasse paghiamo le scommesse perse dallo Stato

La perdita del ministero del Tesoro ammonta a 33 miliardi e 100 milioni di euro. Ma il cittadino non ha diritto a sapere cosa c’è scritto in quei contratti

Un segnale importante a favore del principio di responsabilità nelle burocrazie ministeriali è la condanna inflitta dalla Corte dei Conti ai responsabili del disastro noto come “contratti derivati” sottoscritti dal Ministero del Tesoro. Contratti che hanno causato al contribuente italiano un debito di 40 miliardi di euro.

Un derivato è un contratto che a scadenze fissate fa guadagnare o perdere soldi. Può dirsi una scommessa su come andranno le cose a una determinata data e se “ben scritto” può in teoria svolgere le stesse funzioni di un’assicurazione. In verità il finanziere Warren Buffet li ha definiti «armi di distruzione di massa». I derivati hanno causato dissesti finanziari come nel caso della banca Barings di Londra e mandato in rovina un fondo speculativo Usa, il Long Term Capital Management ideato da due Nobel per l’economia Merton e Scholes. Soldi furono persi addirittura da Bankitalia che aveva investito nel fondo.

I derivati sottoscritti dal Ministero del Tesoro sono di diversi tipi: riguardano i tassi d’interesse (swap), il cambio tra valute (currency swap), la costruzione della rete alta velocità. Il Tesoro ha anche venduto alle banche veri contratti finanziari chiamati “swaption” (opzione) che consentono alle banche di firmare altri contratti finanziari.

Come funzionano questi contratti derivati, per esempio sui tassi d’interesse? Innanzitutto si sceglie una base di riferimento che può essere un insieme di BTP (rappresenta il sottostante) che per esempio valgono 10 miliardi e hanno tutti un tasso fisso mettiamo del 4%. Il valore di questi BTP rappresentano il “valore nozionale” e il derivato si fa sullo scambiarsi a una certa data, per esempio il 30 aprile e per un periodo per esempio di 30 anni di flussi finanziari. Il Tesoro scommette sul tasso fisso al 4% contro un tasso variabile (es Euribor). Al 30 aprile il Tesoro corrisponde alle banche che hanno sottoscritto il derivato 400 milioni e le banche al Tesoro 500 milioni se Euribor è al 5%. Se invece Euribor è al 2% la banca corrisponde 200 milioni e ne avrà quindi guadagnato 300 milioni. Insomma se il tasso variabile sale, il Tesoro ci guadagna; ma se scende, ci perde.

Dove sta il problema e perché il Tesoro firma contratti derivati? Diamo davvero per scontato che nel Ministero esistono strutture tecniche in grado di valutare il rischio di un derivato? E’ legittimo che si usano soldi pubblici per assicurazioni/scommesse di questo tipo? Infine come sono costruiti questi contratti o meglio quali clausole contengono e se rispettano il principio della reciprocità nella ripartizione del rischio?

A quanto ammonta il “nozionale” di riferimento dei derivati sottoscritti da Ministero, Regioni, Province, Sindaci? Scrive la Corte dei Conti: «a fronte dei circa 160 miliardi del portafoglio degli strumenti derivati dello Stato, all’inizio del 2015 il valore nozionale dei contratti su derivati degli Enti territoriali, pur se significativo nei riflessi sui relativi equilibri di gestione, sarebbe di poco inferiore ai 25 miliardi, il 60 per cento dei quali imputabili ai contratti sottoscritti da Regioni e Province autonome, ma l’incidenza sullo stock di debito è più elevata (circa il 28 per cento nelle Regioni e il 20 per cento negli Enti locali, a fronte di un debito complessivo, rispettivamente, di 52,77 e 54,49 miliardi di euro nel 2013».

Il processo intentato dalla Corte dei Conti e che ha portato alla condanna degli ex ministri Siniscalco (nel cda di Morgan Stanley, in foto), Grilli (anche lui oggi in Morgan Stanley), il direttore generale del Tesoro e la responsabile del Tesoro per la gestione del debito pubblico partiva dalla seguente accusa: «ignorati e sottovalutati i rischi». Nel mese di dicembre 2012 Morgan Stanley chiese la risoluzione del contratto derivato firmato nel 1994. Che cosa prevedeva? Semplificando, se le condizioni di mercato erano favorevoli a Morgan Stanley, questa poteva richiedere la conclusione di tutti i derivati “ tutelati” dal derivato del 1994 (clausole di terminazione che in genere sono bilaterali!). La stessa condizione non era prevista per lo Stato italiano: altro che bilateralità! Sono liquidati a Morgan 3,4 miliardi di euro: la notizia si apprende da una rivista specializzata straniera “Risk”.

In seguito sono presentate in Parlamento richieste per conoscere l’esistenza di clausole analoghe su altri derivati ma viene opposto il segreto. Chi sono i legislatori che hanno introdotto la possibilità di sottoscrivere derivati? Craxi, Prodi, Dini, Tremonti. La perdita dei derivati sottoscritti dal ministero del Tesoro ammonta a 33 miliardi e 100 milioni di euro. Derivati 2011/2017. Possibile perdita fino a scadenza di altri 40 miliardi. Uno degli 11 contratti derivati per l’alta velocità da 1 miliardo scade nel 2026.

Com’è stato possibile non scoprire nulla sui derivati che operano massicciamente dagli anni 90? Semplice, erano annegate nella voce di bilancio dello Stato denominata “aggiustamenti”, e solo a seguito modifica dei principi contabili della UE dal 2014 l’Istat è obbligata a esporre le passività generate da derivati. Legittimo il top secret verso parlamentari che chiedono di leggere le clausole sui derivati? Sì, in una falsa democrazia dove nel decreto del presidente del consiglio Prodi dell’8 aprile 2008 s’identificano 18 punti oggetto di secretazione. Tra questi anche gli «interessi economici, finanziari». Morale: un popolo spolpato dalle tasse che servono a pagare buchi di “scommesse”, non ha il diritto attraverso i suoi rappresentanti di sapere cosa c’è scritto in quei contratti. Bella democrazia.

(ph: Youtube – Passepartout Asti)

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