Andrea Italiano, il poeta che racconta l’inferno di una generazione

Il libro “Solo l’Uomo” è come una bomba abbandonata in centro città il sabato sera

Poeti dell’alba e del tramonto. Poeti che diluiscono in trenta versi il concentrato di un pensierino d’amore contenuto nei Baci Perugina. Gente che vive in una metropoli e, malgrado ciò, continua a scrivere di “il ciel sereno,/ Le vie dorate e gli orti,/ E quinci il mar da lungi, e quindi il monte”, neanche fossero Leopardi nella Recanati dell’Ottocento. E poi ragazzine che squirtano, come attrici porno sul set, in libri che mai faranno godere i loro lettori. Poeti della domenica, insomma. Rimatori, comunque la si voglia mettere, pessimi e francamente trascurabili, vituperio della nostra tradizione ripetuta con l’idiozia di uno scolaretto che ha imparato la lezioncina a memoria. Ovviamente, costoro, tra blog e pagine Facebook, spopolano. Accumulano like inutili e commenti melensi quanto i loro versi.

Esiste, comunque, una qualche eccezione a tale regola mortale e stupida come il caso cieco che l’ha generata. Uno su tutti – si fa fatica a farsi venire in mente un altro nome, altrettanto valido, se non quello di un morto – è l’incredibile Andrea Italiano uscito nel 2016, per la Giuliano Ladolfi Editore, con Solo l’uomo e, come di solito capita, passato ampiamente inosservato o quasi. Eppure, con questo giovane autore siamo di fronte a un poeta che vale e vale veramente. Forse dovrebbe morire – meglio ancora se lo facesse lui volontariamente –, per ricevere il lustro che merita: la morte non è la grande consolatrice, quando si è scrittori, veri scrittori, piuttosto quella che giunge a dare finalmente una vita. Ma non è il caso di scherzare su un simile argomento.

Si rischierebbe di riaprire la ferita ancora fresca di un Simone Cattaneo. Ed è proprio all’ultimo dei maledetti, il poeta suicida di Saronno, che fa pensare la lirica di Andrea Italiano. Se Cattaneo costituisce l’idea platonica, il parametro in cielo di quel che dovrebbe essere la poesia italiana attuale per essere poesia, l’autore di Solo l’uomo dovrebbe essere considerato il paradigma terreno. Un esempio vivente a cui guardare per tutti questi poetastri inutili, prima di riporre la penna e smetterla di intossicarci con il liquame del loro sentimentalismo.

Aprendo questa brevissima raccolta, si rimane subito folgorati. Alla stregua di Dante che, all’inizio della Commedia, ci catapulta in medias res – la mezza età, la selva oscura –, così fa Italiano: “Piove da un’ora/ mi sono messo alla finestra/ […] è notte è finita l’estate/ […] domani è il mio compleanno/ compio trentacinque anni/ sono nel mezzo della vita/ metà ormai dietro le spalle/ metà forse non ci sarà/ non sono sposato non ho figli/ cerco sotto la pioggia l’enigma/ ma non c’è più enigma/ […] l’unico enigma è il codice di una carta magnetica/ […]è finita la corsa alla luce/ […] contiamo i soldi nella tasca/ quelli che dobbiamo dare/ quelli che non ci daranno/ quelli che servono per un 50 pollici/ contiamo questo perché questo conta/ facciamo vita di consumo e consumiamo vite così/ […] invidio quelli che avevano trentacinque anni nel 1980/ di fronte avevano una foresta strana/ volevano crescere essere felici/ fare le rate fare i figli fare la rivoluzione/ anche sbagliando loro cercavano/ noi di fronte abbiamo fabbriche che chiuderanno/ e dopo chiuderanno la cassa integrazione/ unico comandamento di domani sarà cercare nuovi/ lavori/ e non perderli/ (come mio nonno, prima e dopo la guerra)/ o forse non li invidio, forse li accuso”. Questa lirica, lunga come un canto dantesco, è il modo con cui l’autore ci mette al cospetto dell’inferno di una generazione. E lo fa con il coraggio e la consapevolezza di chi ha capito che siamo giunti al tramonto di qualsiasi possibilità per il lirismo. Il mondo è prosa dura e sconcia e la poesia deve accordarsi a quel suo rumore di fondo privo di vitalità e slancio – proprio come Dante commisura il linguaggio allo spazio ultraterreno che di volta in volta visita.

Ogni pagina in questo libro è una bomba abbandonata in centro città il sabato sera. Come descrivere altrimenti quel gioiello di desolazione che è il secondo componimento. Un italiano e un rumeno, colleghi, parlano di famiglia, lavoro (“Florin lavora con me/ è rumeno più piccolo di me/ ha due figli Alessio e Sonia/ […] gli dico che mi spaventano le bollette le scadenze/ i conti da saldare e poi i figli/ se vengono malati? se crescono storti?”). Eppure, la loro condizione è enormemente diversa: l’io narrante è straniero alla sua stessa vita, disilluso, stanco a livello esistenziale. Non così il suo amico dell’est: “lui non mi capisce/ mi dice di guardare alla sua vita/ povero come me cane come me/ eppure tira avanti/ il futuro lo spaventa ma lo aspetta/ mi sembra di vedere i miei nonni/ qualche anno dopo la guerra/ nessun sogno in testa/ tanta forza nelle braccia/ […] lui è giovane/ io sono già morto/ non più decadente”.

Non c’è salvezza in questi versi dimessi e così crudamente antilirici. Il poeta evita il lieto fine con l’ostinazione di chi non sa che farsene di quello stato di “confortevole stordimento”, come l’avrebbe chiamato Roger Waters (“noi conosciamo l’oltraggio la delusione/ le speranze tradite il rancore interminato”). “La vita è un prestito a usura”. Non resta che qualche risata rubata […] ogni tanto” mentre abbiamo “tutti un coltello nella pancia/ e sale nella carne”, in questo tempo in cui il sociale è morto (“Lui non crede al fratello alla lotta all’amico”) e perfino il pensiero di Dio è impotente al cospetto dello scempio (“il nostro urlo ha sempre coperto la tua voce/ e questo noi lo chiamiamo assenza/ abbiamo divorato il tuo tempo/ liberaci da noi liberaci dal male/ beati gli uomini che non conoscono l’uomo”). Tutto si rovescia nel suo contrario, nella realtà liquida della postmodernità, fino a rendere ogni possibilità inutile per principio (“la felicità è un concetto triste”).

Solo l’uomo è un testo nato, come tutte le grandi opere, per sconvolgere. Certo si potrebbe far finta di niente, persistere nella propria stolta cecità. Oppure, fare come il grosso dei poeti, ubriacarsi di tramonti e albe con volo di gabbiani. La stupidità è in fondo una scelta, a quanto pare la più comoda.