Zoppas, il Campiello e il Manifesto degli Incivili

Il presidente di Confindustria Veneto dice bene: «non esiste civiltà senza cultura». Ma la cultura non è un Evento. E’ molto di più

«Non esiste civiltà senza cultura, e questi tempi sono legati alla cultura del fare impresa. Il Campiello si caratterizza per tre aspetti: trasparenza, indipendenza e autorevolezza, e rappresenta la testimonianza concreta dell’impegno sociale e culturale degli imprenditori veneti. Puntiamo a farlo diventare il primo premio letterario in Italia». Così Matteo Zoppas, presidente della Fondazione “Il Campiello”, e soprattutto di Confindustria Veneto, sul Gazzettino di ieri. Tralasciamo qui la seconda parte della dichiarazione, che sembra una excusatio non petita con riferimento alle polemiche passate di Piergiorgio Odifreddi e Stefano Zecchi su qualità e composizione della giuria. Ci interessa la prima, con quella (giusta) equivalenza fra cultura e civiltà.

Fu la grande diatriba infra-europea della fine Ottocento: Kultur (fatta di arte e metafisica) contro Zivilisation (borghese e razionalista). Ere geologiche fa. Per l’oggi ha ragione Zoppas: senza cultura, nessuna civiltà. Ma bisogna intendersi su cosa intendiamo per cultura. Viene, come è ovvio, dall’etimo di “coltivare”. Coltivare cosa? Lo spirito, cioè mente e corpo. Come? Assorbendo conoscenze (nozioni) e rielaborandole in nuove opere creative: fare cultura, appunto. Non solo libri, ma tutto ciò che deriva dall’ingegno. Per creare, tuttavia, è necessario sviluppare la capacità di andare oltre il già noto, l’acquisito, il comune, il conforme. Occorre produrre uno scarto rispetto all’esistente. E l’unico modo per arrivarci è far emergere il senso critico. Il dire-di-no a quanto già sappiamo e diamo per scontato, a ciò che è considerato normale, santo e giusto. “Cultura: grido degli uomini davanti al loro destino”, scrive Albert Camus.

Messa in chiaro la premessa, veniamo al punto. Caro Zoppas, siamo consci  che questa nostra piccola lettera aperta resterà lettera morta. Inutile. Inutile come molta cultura. In-utile: cioè non utile a “fare impresa”, come dice Lei. Forse diciamo una bestialità, ma siamo convinti che se oggi rinascesse Dostoevskij, non troverebbe una casa editrice disposta a pubblicarlo, a meno che non facesse lo macchietta da talk show. Un Campiello non può bastare. E’ il fatto di limitarsi ad un concorso letterario l’anno, e poi tutti a casa e arrivederci all’anno prossimo, a costituire una visione riduttiva e una pratica angusta, se la cultura vuole essere civiltà. Perchè la civiltà si vede nelle tante scelte culturali di lungo e medio periodo.

Si vede ad esempio nel campo che ariamo qui, il giornalismo. Non è civile, dott. Zoppas, vedere giornali tagliare (ancora!) i compensi ai collaboratori, l’ingranaggio debole di macchine che vanno sempre peggio. E sa perchè? Perchè, e parliamo in generale, per quanto ci lavorino anche professionisti bravi, non fanno un prodotto culturalmente coraggioso. Non disturbano. Non sorprendono. Non provano ad andare al di là. Seguono la linea e non se ne discostano mai. Annoiano. La vena critica – da non confondere con la bile da social – la assopiscono, anzichè alimentarla. Non fanno pensare. E così deprezzano la missione del proprio lavoro, e di conseguenza il loro stesso lavoro. Dice: ma la maggior parte dalla gente non vuole pensare. Allora chiudiamo direttamente baracca e burattini e stenografiamo dei bei bollettini stile Istituto Luce, o degli scintillanti house organ aziendali intrisi di marketing, e facciamo prima.

Non è civile, gentile Zoppas, che chi ha talento e abilità ma cocciutamente non si piega a fare l’impiegato della penna sia espulso dal mercato, o vivacchi ai margini. Ne conosciamo parecchi, sempre per stare al nostro settore, di colleghi ormai diventati ex colleghi, perchè hanno gettato la spugna, dovendo pagarsi di che vivere e non potendolo fare con compensi da fame, isolati nella categoria, guardati male da voi che menate le danze e non gradite il vero merito (quando si ode la parola meritocrazia, mano alla fondina). Bello, sì, leggersi qualche romanzo all’anno e festeggiare gli autori alla premiazione. Interessante presenziare ai convegni in cui trionfa il luogo comune e l’orgia del politicamente corretto si consuma in ammucchiate di solite facce famose (ma perchè al Festival Biblico devono parlare dell’euro con Prodi? Che diabolus c’entra l’euro – e Prodi – con il Libro?). La cultura non è questo, non solo questo. La cultura è espandere la conoscenza ogni giorno, ed è responsabilità anzitutto di chi ha i mezzi per farla vivere. Nell’editoria come nelle arti, come in tutti i comparti dell’intelletto. Che non sono a tenuta stagna fra di loro.

Ci sa tanto, a questo punto, che l’antico fossato fra Cultura e Civiltà è tornato fra noi. Sarà ora che qualche intellettuale (brutta parola, ma è per capirci) scriva un Manifesto degli Incivili. Sommamente inutile, ovviamente. Zoppas, lei vorrebbe leggerlo da qualche parte, o preferirebbe vederlo confinato nell’underground del web, trincea di sopravvivenza che tutto inghiotte e tutto finisce col banalizzare suo malgrado? Noi non ci sogniamo di scriverlo di certo. Non siamo degni. E poi, abituati come sono al piattume, troveremmo pochissimi orecchi e occhi adatti a capirne il senso. Chi rinuncia e manda tutti a quel paese sprecherà le sue doti, d’accordo: ma non il suo tempo. Che è l’unica cosa che conta. La salutiamo inutilmente.

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