“Cometa”, storia di un capolavoro mancato

Magini parte alle grande con i suoi personaggi edonistici. Ma nella seconda parte il romanzo sfocia nell’eccesso

Stroncare o esaltare sono, in realtà, le due mansioni più facili in ambito letterario. Nel primo caso, solitamente il critico si compiace di dare libero sfogo al suo sadismo – si può parlare di compiacimento, perché spesso l’arte della stroncatura è svolta con una fastidiosa posa da duro. L’esaltazione strombazzata non è da meno quanto alla disonestà intellettuale che la anima, almeno nella maggior parte dei casi. È sovente palese come chi la pratica non abbia neppure letto il testo, ma voglia unicamente fare pubblicità a un amico o a qualcuno che magari in futuro potrebbe tornargli utile… A buon intenditor poche parole e chi ha orecchie per intendere intenda! Inutile fare i nomi. Prendete alcuni tra i giornali e i critici più blasonati e il quadro è subito chiaro.

Poi ci sono coloro che svolgono onestamente il proprio lavoro: non tirano ceffoni come i bulletti, ma neppure dispensano carezze come genitori lassisti. L’obiettività è impossibile, questo lo sanno bene, ma è comunque da perseguire come ambizione irraggiungibile. E siccome di rado un testo è perfetto, ma neppure del tutto trascurabile, forse bisognerebbe fidarsi di più di chi con modestia ne sottolinea pregi e difetti. Certo, non è piacevole come operazione e la si svolge con riluttanza e rammarico. Sarebbe meglio se tutto fosse perfetto e si potesse dire unicamente bene di un libro. Come sottolinea il controverso personaggio di Henry, nel film Stay: “Il brutto è tragicamente più bello del bello, perché documenta il fallimento umano”.

A tal proposito, non si può nascondere che l’ultimo romanzo di Gregorio Magini, Cometa, Neoedizioni 2018, ha il problema di essere un capolavoro mancato per un soffio. Un vero peccato! Non che il grande romanzo non ci sia. Procedendo per sottrazione, ovvero eliminando alcune pagine nello specifico, punti morti e sabbie mobili della narrazione, lasciando quello che veramente conta in un romanzo, l’essenziale insomma, si potrebbe quasi gridare al genio.

Il testo è una sorta di Le particelle elementari (forse il più famoso romanzo di Michel Houellebecq), in salsa italica. I due personaggi di Magini, Raffaele e Fabio, in verità, somigliano tantissimo a Bruno e Michel. E anch’essi incarnano i due atteggiamenti negativi più diffusi nel nostro tempo, come quelli houellebcquiani: una ricerca del piacere indotta dalla società del consumo, che si traduce in una vera e propria patologia ossessivo compulsiva in ambito sessuale; l’incapacità di aderire profondamente al mondo e alla vita, che si manifesta in un approccio distaccato, algido e scientista (Fabio è, infatti, un programmatore informatico).

Peccato, peccato davvero, perché Magini non è un autore della domenica. Sa scrivere. Lo dimostra l’incipit fulminante, la capacità di raccontare la tragedia con certe spietate stilettate di ironia. E, infatti, le prime ottanta pagine scorrono meravigliosamente bene, come vino bianco durante una serata tra amici. La seconda parte ha, invece, una partenza difficile. Le dieci pagine iniziali si leggono a fatica, quasi che l’autore abbia smarrito il fiato bruciando tutto nella corsa iniziale. Superato l’impasse, il testo si riprende e, genericamente, non c’è che dire, è ben più che dignitoso – a tratti anche ottimo. Lo squalificano però un paio di passaggi – che in concreto vogliono dire una ventina di pagine, per fortuna non in successione – in cui la narrazione si arena nuovamente, come una nave a cui mancasse improvvisamente il vento in poppa. E da queste secche si esce con sforzo.

Dispiace, perché si tratta di passaggi del tutto trascurabili nell’economia generale del testo. In sostanza a Magini quello che manca non è la dote della scrittura, ma un editor che ne argini gli eccessi, che poi corrispondono a delle cadute nel suo caso. Potrà sembrare un’idiozia, perché se è vero che neppure un buon editor può trasformare un incapace in Philip Roth, è invece garantito che qualche bravo scrittore non diventa grande a causa della mancanza di una mano estranea e ferma che gli sottragga i fogli inutili e ne faccia coriandoli. Purtroppo, però, a giochi fatti, cioè a libro pubblicato, le cose stanno come stanno: se la potenza non si è concretizzata nell’atto, anche quello che sarebbe potuto essere un capolavoro resta giusto un capolavoro mancato.

Ma non c’è da disperare, il futuro ha di buono di essere una storia ancora da scrivere… possibilmente facendo tesoro di certi consigli, soprattutto quelli più difficili da digerire.

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