Da deputato a commesso: la parabola di Mognato, politico “normale”

L’ex parlamentare di Liberi e Uguali ora lavora in un supermercato: «la gente mi guarda confusa»

Dalle aule di Montecitorio agli scaffali di un grande magazzino. Da deputato della Repubblica ad addetto alla vendita di prodotti per la casa e per il giardino. Dal trillare incessante di un telefonino, che all’improvviso diventa silenzioso, al tintinnare quotidiano di piatti e bicchieri. Nel mezzo di un caos politico senza precedenti, che per tre mesi, dopo le elezioni del 4 marzo, ha messo sull’orlo del precipizio un intero sistema (che continuerà comunque a ballare anche dopo la soluzione della crisi), spunta fuori la storia di Michele Mognato.

Lui, negli stessi ultimi tre mesi, dopo la mancata elezione come candidato nelle fila di LeU, ha percorso una precipitosa parabola personale, che sembra una classica “dalle stelle alle stalle” e di fronte alla quale si può scegliere di gongolare oppure di farci sopra un paio di riflessioni. Di politica in senso lato.

Perché passare in un lampo dall’essere personaggio pubblico (negli ultimi lustri Mognato è stato vicesindaco, assessore e consigliere comunale di Venezia, segretario provinciale sia per i Democratici di Sinistra che del PD ed infine parlamentare nella scorsa legislatura) ad anonimo commesso che lavora col pubblico, qualche reazione la provoca: dentro e fuori.
Sono qui che lavoro (come dipendente della catena Metro, nella sede di Marghera), la gente mi vede. Tra chi mi riconosce c’è un misto di reazioni. C’è chi mi guarda incredulo, stupito, e si chiede come sia possibile che non abbia cercato o ricevuto un incarico politico “di parcheggio”. C’è chi non riesce a trattenere un sorriso di soddisfazione e chi invece, dopo avermi visto, sparisce e non è più interessato a rivedermi: evidentemente, nel silenzio, matura l’idea che se non hai più potere non servi più a nulla. Eppure io continuo ad impegnarmi. Da un’altra posizione, condizione e ruolo, certo. Ma non per questo la mia passione e il mio impegno politico sono sfumati nel nulla. La politica e la vita dovrebbero essere proprio questo. Così come non mi nascondo dalla gente non nascondo neppure a me stesso che questo passaggio è stato forte. Sarebbe ipocrita negarlo. Però sapevo che poteva arrivare il giorno in cui dalla politica sarei tornato alla vita reale.

I gongolanti sorridono per la mazzata assestata sullo stomaco di chi passa dal privilegio alla vita di tutti i giorni. Gli stupiti si stupiscono per una posizione di privilegio perduta. Gli increduli, magari gli stessi che in pubblico condannano i privilegi, cercano nel silenzio altri privilegiati da usare. Contraddizioni e ipocrisie al tempo del caos politico che è anche caos di percezioni sul ruolo della politica e sui suoi interpreti.
I privilegi della politica? Ci sono, ma non sono più quelli di un tempo, almeno per chi svolge il proprio ruolo in maniera impegnata. Io ho sempre interpretato il mio impegno come qualcosa di totalizzante. Come un lavoro totalizzante dal quale non stacchi mai. Aver avuto il 96% di presenze in Parlamento è un dato che rende solo in minima parte l’idea. Oggi che lavoro, quando ho fatto le mie ore e ho timbrato il cartellino, stacco.

Il ritorno al lavoro alla Metro, dopo 18 anni di aspettativa (sulla base della legge 300, meglio conosciuta come Statuto dei lavoratori) e a 56 anni compiuti, diventa per Mognato anche il metro per misurare sulla propria pelle i cambiamenti del mondo del lavoro.
Io non sono mai stato un marziano, nel senso che nel mio ruolo politico non ho mai smesso di confrontarmi con il mondo del lavoro. Ma inevitabilmente la mia era pur sempre una posizione da fuori. Oggi provo rabbia e inquietudine nel vedere, a diretto contatto, quanti passi indietro siano stati compiuti in questo tempo. Rabbia per non esser riuscito, malgrado tutti gli sforzi, a fermare questa china. Oggi, rispetto a 20 anni fa, vedo la decimazione del numero degli addetti e vedo le condizioni di profonda precarietà, di fragilità in termini economici e sul fronte dei diritti in cui si ritrovano i giovani con cui lavoro. Cose che da politico ho sempre denunciato: anche da qui nacque la mia rottura con il PD perché quando togli l’articolo 18 i lavoratori diventano ricattabili, senza rete. Il centrosinistra ha delle enormi responsabilità in questa involuzione ed è in questa involuzione che va ricercato anche il motivo della sua perdita di consensi.

Nella storia di Michele Mognato si procede per contrasti. Quel centrosinistra a trazione operaia non esiste più, così come non esiste più quella cultura politica che consentiva agli operai (in senso lato, in distinzione dagli intellettuali) di ricoprire ruoli di alta responsabilità politica. Oggi la parola magica, anche per una buona fetta del centrosinistra, è “competenza” come sinonimo esclusivo di accademico, laureato, illuminato.
Negli anni ’70 la sinistra aveva coniato lo slogan politico “porta un operaio in Parlamento”. Ma non era uno spot: corrispondeva realmente ad una visione della politica. Si trattava di persone che avevano maturato sul campo le esperienze del volontariato, del sindacato, e che venivano indirizzate e formate alla politica. Queste figure coesistevano e si intersecavano con quella degli intellettuali e degli esperti, in un intreccio che copriva un intero panorama sociale. Io non sono laureato, sono di fatto un operaio, una persona con diploma di perito elettrotecnico che scelse di interrompere gli studi in ingegneria, di lavorare e di seguire l’attività politica. Ho studiato, di fatto, facendo politica. Un tempo, se un diplomato operaio diventava politico di rilievo, questo fatto veniva visto come assolutamente positivamente. Oggi forse – l’amaro in bocca è evidente – figure come la mia sono la normalità altrove.

Politica, lavoro e riconoscimento sociale. Nella parabola di Mognato questi elementi producono una visuale particolare.
In politica ho avuto soddisfazioni e riconoscimento. Mi fa molto pensare il fatto che invece la figura del lavoratore, indipendentemente dalla sua funzione, non riceva lo stesso riconoscimento a livello sociale, tra di noi, da parte di ognuno di noi rispetto all’altro».

Intanto, nelle pause caffè, quando scaffali, vendite, piatti e bicchieri restano per qualche minuto sullo sfondo, i colleghi lo riconoscono ancora come politico.
I più vecchi mi chiedono sempre delle pensioni e della legge Fornero. Altri mi chiedono del futuro che verrà, di come andrà a finire con il governo del Paese.
Sprazzi di una parabola che alla fine tocca la normalità. Nel bel mezzo di una situazione di caos straordinario che, normalizzazioni di governo a parte, domina dentro e fuori la politica.