Autonomia: cara Stefani, attenta a quei due (Zaia e Salvini)

Gli alibi ora sono caduti: il governatore leghista del Veneto ha a Roma un governo di cui ministro di primo piano è il capo del suo partito

È un vero peccato che il prof. Giuseppe Conte nelle sue peregrinazioni estive nelle biblioteche americane non abbia avuto modo di sbirciare qualche libro alla “Alfred Adler Institute of Northwestern” di Washington. Primo perché avrebbe potuto inserirlo nel suo striminzito e sintetico curriculum; secondo perché qualche conoscenza in quell’Istituto potrebbe tornargli utile tra non molto.

Il 24 giugno si tengono i ballottaggi delle elezioni amministrative. Dopo, per qualche mese, stop alle elezioni e stop alle campagne elettorali. Ma lì, nel suo governo, a Conte hanno messo, o meglio, si è messo tale Matteo Salvini. Il buon uomo da 25 anni è in campagna elettorale. Venticinque anni senza soluzione di continuità. Non ha praticamente fatto altro in tutta la sua vita.

In campagna elettorale lui si diverte come un matto, il comizio è la sua adrenalina. Farsi eleggere, non importa dove, la sua droga. Partecipare ai consigli e ai parlamenti in cui viene eletto, puah! Lavoro da travet, non fa per lui. Tanto che in pieno Parlamento europeo, in cui, dimentico di esserne membro, criticò i lavori di una commissione, si beccò del fannullone da un commissario tedesco, il quale, per essere sicuro di farsi capire dal poliglotta Matteo, glielo disse direttamente in italiano. Il Nostro incartò e portò a casa. In quella commissione non aveva mai messo piede.

Il 24 giugno, finiti i ballottaggi, gli do tre, quattro giorni, mi rovino, una settimana per commentare i risultati e fare la ruota del pavone. Ma dopo dovrà mettersi a tavolino e lavorare. Alle prediche, di cui ha riempito l’Italia, dovranno seguire i fatti. Ed è lì che l’uomo rischia di andare in depressione, è lì che a Conte farebbe comodo qualcuno dell’Adler Institute. Perché in tutta la sua vita Salvini non ha amministrato neanche una bocciofila e si ritroverà in una delle poltrone più scottanti del governo, alle prese con uno dei problemi più scottanti del Paese. Superfluo aggiungere che, a fruttargli i voti, sono state proprio le soluzioni miracolistiche da lui annunciate come facili e scontate.

Temo, però, che i trafficanti di uomini non si lasceranno impressionare dalla sua faccia feroce.

Questo, per altro, è solo il primo dei problemi. Se Zaia non ha preso spudoratamente per i fondelli il popolo veneto quando lo ha portato a votare il referendum sull’autonomia, promettendo mari e monti, adesso che al Viminale c’è un suo amico e per giunta c’è un ministro veneto proprio alle questioni regionali, adesso gli alibi sono proprio tutti caduti.

Se non ottiene di più, molto di più di quel che ha ottenuto dagli odiati centralisti del Partito Democratico, allora vuol dire che Zaia è uno sbruffone, un millantatore, uno che non conta niente, uno capace solo di darla a intendere a un popolo di bevitori non di vino, come vorrebbe Toscani, ma di tutte le balle che gli vengono raccontate.

Solo che nel frattempo Salvini è lì che si fa gli occhietti dolci con tale Gigino da Pomigliano d’Arco, che sembrano morosi, e a Gigino, e soprattutto ai suoi, l’autonomia del Veneto fa venire l’orticaria. Specie se significa un trasferimento di palanche. Se il problema è di darci competenze senza soldi, cioè che ci arrangiamo pure, non ci sarebbero problemi, questo è sicuro.

Il Sud si è dato a Gigino non perché è carino, pulitino e ridente, ma perché si aspetta denaro sonante. Gli odiati euro. Prova a pensare, Zaia, da dove dovrebbe venire quel denaro…

Del resto, intervistato da Marino Smiderle sul Giornale di Vicenza del 15 ottobre 2017, alla domanda su come si comporterà una volta al governo, quando Veneto e Lombardia gli chiederanno più risorse, Salvini rispose: «Su questo tratterò da presidente del Consiglio con Zaia e Maroni. Loro chiederanno 100, io dirò facciamo 40… Saremo interlocutori vivaci».

Bravo. Adesso che non è presidente del Consiglio, che presidente del Consiglio è un grillino di complemento, adesso che si è impegnato a dare il reddito di cittadinanza a quelli che fino a qualche mese fa considerava quegli sfaticati dei meridionali, altro che nuove risorse! Temo che Zaia dovrà tornare a Roma con il cappello in mano a supplicare che non gli portino via i soldi che già abbiamo.

Il nuovo ministro degli Affari regionali Erika Stefani (in foto) è una veneta, una persona seria. A lei il compito di tenere d’occhio sia lo Zaia che il Salvini. Di quei due non c’è da fidarsi.

(ph. ErikaStefani.it)