10 anni di Variati: grande politico, pessimo amministratore

Per Vicenza finisce un’epoca: quella segnata dal sindaco Pd. La città non è allo sfascio. Ma le sue non-scelte hanno pesato

«Dopo dieci anni di grande politica, cinque anni di amministrazione»: questo avrebbe potuto essere lo slogan di un candidato come Otello Dalla Rosa, per tutta la campagna elettorale ondivago nel presentarsi nel segno della continuità o della discontinuità rispetto all’amministrazione uscente.

Certo, non era facile smarcarsi da un sindaco che ha dominato la scena per tutti i 10 anni del suo mandato, mantenendo sempre un elevato indice di gradimento, superando con straordinaria abilità momenti difficili e complicati della vita della città.

Dieci anni di grande politica, non vi è dubbio. Dieci anni di scarsa se non nulla amministrazione, se per amministrazione non s’intende l’ordinaria gestione dell’esistente, ma la capacità di progettare, di prospettare, di preparare il futuro. E la capacità di realizzare, di lasciare un segno.

Una grande politica costata a volte prezzi pesanti sul piano amministrativo. L’ho sempre detto e lo ripeto: la gestione dell’affare Dal Molin è stato un capolavoro di abilità politica. Riuscire a non perdere i voti né dei favorevoli, né dei contrari; opporsi con tutte le proprie forze e fare in modo che l’opera si potesse fare; mettersi quasi a capo dei No Dal Molin e condurli sapientemente su un binario morto: devo confessare che, guardando la questione da fuori, io ero sinceramente ammirato. Sul piano tattico, di tecnica politica pura, non si poteva fare di meglio.

Queste operazioni, tuttavia, hanno sempre un costo: o lo paghi sul piano politico o lo paghi sul piano amministrativo. Variati ha scelto la seconda via. La città poteva ottenere molto, in cambio. Non ha ottenuto praticamente nulla.

Governare significa scegliere e scegliere significa scontentare. E, di norma, quelli che hai accontentato considerano quel che hai fatto un loro diritto, gli altri ti perseguitano.

L’unico modo per uscire da questa morsa è usare il metodo degli annunci. Variati lo ha usato metodicamente e con grande efficacia. Sarebbe interessante fare l’elenco degli annunci di Variati, tutti presentati con grande enfasi e battage pubblicitario, tutti, o quasi tutti, lasciati morire nel silenzio appena si manifestava qualche contrarietà.

Questo metodo è infallibile perché si basa sulla diversa reattività degli elettori. La maggior parte accoglie distrattamente l’annuncio, lo apprezza e se ne dimentica. I contrari sono felici e riconoscenti perché sono riusciti a far cambiare idea agli amministratori. Ai favorevoli si spiega che c’era tutta la volontà di accontentarli, ma, purtroppo, il “popolo” non vuole. Tutti contenti, chi più chi meno.

Non è certo ricco il bilancio che Variati può presentare dei suoi ultimi 10 anni di governo. La città che lascia è più povera e più insicura di quella che prese in mano nel 2008. Insicura non solo sul piano dell’ordine pubblico, ma anche in quello delle prospettive di crescita. Sono venuti meno alcuni capisaldi del suo benessere. Cito la Banca Popolare, anche se, va detto, avessimo avuto un sindaco, invece che amico, fiero avversario di Zonin, ben poco avrebbe potuto fare. Era la città intera ai piedi del presidente della BPVi e i più critici ora erano i più proni allora.

Dove Variati aveva voce in capitolo era la Fiera. L’aver sposato a suo tempo, su indicazione del suo vice, la causa di Facco contro Mantovani, abbiamo visto dove ci ha portato. Se la Fiera dell’oro rimarrà a Vicenza, lo dovremo esclusivamente alla benevolenza dei riminesi.

Del resto, e questo non va dimenticato, i dieci anni di Variati coincidono con gli anni della grande crisi. Nonostante questo, il teatro è stato portato avanti ed è diventato un luogo frequentato, aggregatore di esperienze culturali dei vicentini. Oltre a ciò, piacciano o no i metodi e gli strumenti, non vi è dubbio che il turismo è stato rilanciato: Vicenza non è mai stata visitata come ora. E ricordiamocelo: a prescindere da chi indossava troppo spesso la fascia tricolore per acquisire cambiali elettorali andate poi in protesto, il merito è soprattutto del sindaco.

Quella cui abbiamo assistito in queste ultime settimane è stata, tutto sommato, una buona campagna elettorale, incentrata sui temi e non solo sulle accuse reciproche. Ci sono state, è vero, alcune note stonate. Ormai è di moda, in chi fa politica, ricorrere all’urlo, aizzare lo scontento popolare, asserire che tutto va male, che tutto è un disastro. In questo modo magari si prendono voti, ma poi è difficile amministrare. Se si dipinge un Palazzo in rovina, è tra le rovine che poi si andrà a governare.

No, con tutti i limiti che ho detto e con molti altri che si potrebbero dire, Vicenza non è allo sfascio. Certo, poteva essere amministrata meglio, con maggiore fantasia e coraggio, ma, in compenso, abbiamo avuto una gestione politica tranquilla, controllata; la città è stata rappresentata al meglio, con decoro e sobrietà. Un sindaco indubbiamente presente, che seppe trasformare la terribile prova dell’alluvione in una corale prova di unità dei vicentini. Ha contribuito, in una parola, a rivalutare la politica in un momento in cui demagoghi cialtroni fanno di tutto per avvilirla e umiliarla.

È vero, ha assopito le opposizioni che, per altro, non aspettavano altro. Ha addormentato la città, che già è sonnolenta di suo. Tuttavia, essendosi messo in testa di darsi un erede, è stato duramente sconfitto dal suo stesso partito. Glielo accredito come un merito. Pur avendolo dominato per dieci anni, non ha impedito il crescere di una classe dirigente che è l’unica di cui, oggi, la città dispone.

Ho letto l’addio che Variati ha dedicato ieri alla sua città. Per una volta, non ho avuto dubbi sulla sua sincerità.