Vicenza, centrodestra unito vince: come volevasi dimostrare

Ma il neo-sindaco Rucco è il risultato della debolezza, e non della vitalità, di Forza Italia e Lega

Come volevasi dimostrare. A Vicenza se la destra si presenta unita, ha un candidato minimamente decente, fa una campagna elettorale minimamente efficace e non ci sono elementi di disturbo tipo partiti del rancore come i grillini, vince. Non c’è partita.

E Variati? Variati non è l’eccezione che conferma la regola. È la regola. Nel 2008 la destra non era unita, né davanti, né dietro il sipario. Davanti c’erano Cicero e Pecori, dietro c’era la Manuela Dal Lago. Inoltre aveva un candidato, certamente di grande spessore, ma che fece una delle peggiori campagne elettorali che si ricordino, superata solo da quella di Marino Breganze contro Marino Quaresimin. Una ex socialista contro un ex democristiano.

Nonostante tutti questi fattori, Variati vinse per soli 527 voti. Se la destra fosse stata unita, Lia Sartori avrebbe vinto al primo turno con il 52,6% dei voti. I dieci anni di Variati hanno due colpevoli, visti da destra, due benefattori, visti da sinistra: Cicero e Pecori, i quali, finché fu utile e possibile, furono in vari modi da Variati ricompensati.

La riprova più evidente che la destra unita vince si ebbe nel 1998, quando Enrico Hüllweck si trovò di fronte Giorgio Sala, uno dei, se non “il” sindaco più amato dai vicentini, che, avendo lasciato di sé un ottimo ricordo, ritornava in lizza anni la chiusura dei suoi 13 anni di sindacatura.

Nessuno poteva dire che Sala fosse un uomo di sinistra. Era stato il tipico sindaco democristiano. Però, nel 1998, rappresentava la sinistra, mentre Hüllweck rappresentava la destra. Al ballottaggio Hüllweck ebbe il 56,48%, Sala il 43,52%.

Mi si potrebbe dire: possibile che ci siano costanti nell’espressione del voto che durano a distanza di vent’anni? Di più, durano di più. Nel discrimine destra/sinistra le proporzioni variano, ma non di tanto. Cambiano gli uomini, i partiti, le alleanze, ma il confine tra destra e sinistra si muove assai poco.

Pertanto la contesa tra destra e sinistra per il sindaco si risolve, a Vicenza, prima delle elezioni, quando si formano le liste e le alleanze. Quando i partiti della destra sono confluiti su Rucco, il gioco era bell’e fatto. Potevano variare le proporzioni e i tempi, poteva esserci il ballottaggio, ma la destra aveva già vinto, qualsiasi cosa facesse Dalla Rosa.

Certo, la vittoria di Rucco è striminzita rispetto alle potenzialità del suo bacino elettorale. Tuttavia pensiamo a come è nata questa candidatura unitaria: da un ricatto. Forza Italia e Lega hanno fatto di tutto per imporre un loro candidato, si sono spartiti i posti tra Treviso e Vicenza, si sono spaccati al loro interno, con Elena Donazzan che sparava a zero contro Mantovani proposto dal suo partito, con Celebron, segretario della Lega, che spingeva a favore di Rucco, subito smentito e sbeffeggiato dal segretario provinciale del suo partito.

Ma Rucco aveva detto: io vado fino in fondo. Che voleva dire: sono disposto da far vincere la sinistra, così come fece Cicero dieci anni fa. Non è, del resto, un caso che dietro a Rucco ci fosse Cicero e che Cicero sia ora l’unico assessore certo della prossima giunta.

Il ricatto ha vinto, ma ha creato un precedente pericolosissimo. D’ora innanzi chiunque, con un minimo di base elettorale, sa che può ricattare i partiti della destra: o mi adottate come candidato o vi faccio perdere le elezioni.

Rucco, infatti, è il risultato della debolezza, non della forza dei partiti della destra; è una scelta di disperazione, non di convinzione: deriva dalla incapacità di addivenire a un candidato comune forte. D’altronde, a Vicenza, è da qualche anno che Lega e Forza Italia non esistono più come forze organizzate. Ci sono i voti, ma non vi è classe dirigente.

Non sono riusciti a proporre un candidato sindaco; per inventarsi un capolista delle loro liste hanno dovuto scomodare Ciambetti e Gardini. Forza Italia è già, da questo punto di vista, un partito postumo: alla Gardini non è neanche riuscito a garantire quel minimo di voti per evitarle una figuraccia.

Lo straordinario risultato della lista Rucco è in gran parte l’esito involontario di una felice collocazione sulla scheda elettorale, come prova il rapporto tra voti e preferenze (una preferenza ogni 5,282 voti, contro una preferenza ogni 1,262 voti della lista di Forza Italia), ma rende bene, a posteriori, l’impotenza dei due partiti maggiori della destra.

Due partiti allo sfascio, i civici da cui è partito che vorranno contare, una penuria di classe dirigente che lo costringe a dare gran peso ai naufraghi dell’era Hüllweck, una opposizione preparata che non gli farà sconti e sarà assai più attiva e presente di quella di cui ha goduto Variati. E soprattutto dovrà, come toccò a Hüllweck, fronteggiare la rissosità dei consiglieri della maggioranza: non avrà vita facile, Rucco, questo è sicuro.

Staremo a vedere.

(ph: Facebook – Francesco Rucco)

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