Da Treviso e Vicenza a Messina, un Cateno (non) ci salverà

Amministrative 2018, il caso del capoluogo siciliano con il ballottaggio più assurdo del mondo

Messina è la ridente città siciliana tristemente nota per il terribile terremoto del 1908. Rischia di diventare gaiamente nota anche per i terremoti, questa volta solo politici, del 2018.

Il 10 giugno, come a Treviso e Vicenza e in molte altre città italiane, a Messina si è votato per il rinnovo dell’amministrazione cittadina. I grillini, che il 4 marzo, tre mesi fa, avevano preso in città 48.608 voti, pari al 44,81%, hanno presentato un candidato sindaco, Gaetano Carmelo Maria Sciacca, che di voti ne ha totalizzati 16.156 (il 13,56%), perdendo esattamente i due terzi del bottino.

Scelta sbagliata? Candidato indigesto? Neanche per idea. La lista grillina si è fermata a 11.109 voti, il 10.05%. Notare bene: il numero dei votanti non differisce di molto dal 4 marzo al 10 giugno. I messinesi hanno preso sul serio le amministrative al pari delle politiche. Sono un tantino volubili, questo sì.

Primo terremoto, ma abbastanza comune in tutta la Sicilia.

Lo spoglio delle schede ha preso un tempo lunghissimo, eterno. Se a Vicenza e Treviso verso le quattro del mattino sapevamo tutto o quasi, a Messina sono state necessarie più di quasi 20 ore di duro lavoro solo per sgrezzare i dati. Mentre scrivo, sul sito della Regione Sicilia i risultati sono ancora provvisori e ufficiosi. Praticamente le operazioni non sono ancora del tutto ultimate.

Certo, a Messina sono state presentate 29 (sì, avete letto bene: ventinove) liste con 891 candidati. Qualcuno è arrivato a dire che i presidenti di seggio e gli scrutatori erano impreparati perché, non potendosi usare i candidati e i loro parenti, si faceva fatica a trovare gente sufficientemente esperta, preparata e appassionata di politica.

La cosa è vera solo in parte. Se vogliamo fare le proporzioni, Messina con 196.911 aventi diritto al voto, aveva una lista ogni 6.790, un candidato ogni 221 elettori. Vicenza aveva, con le sue 15, una lista ogni 5.815, un candidato (in tutto 443) ogni 196 elettori. Treviso, addirittura, con le sue 16, aveva una lista ogni 4.295 e un candidato (in tutto 466) ogni 147 elettori.

Certo, chi ha votato a Treviso o a Vicenza ha in mente la scheda che ha trovato al seggio: pareva un tovagliolo. Aggiungetevi altre 13 o 14 liste e avrete una tovaglia!

Ma non sta qui il problema, non sta qui il terremoto numero due. In Sicilia vige la clausola di sbarramento: le liste che non ottengono il 5% dei voti non partecipano alla ripartizione dei seggi. Per fare un confronto, a Vicenza la lista che ha eletto Cicero ha preso il 2,36%.

Si è sempre pensato che lo sbarramento al 5% servisse proprio a ridurre il numero delle liste, ma evidentemente questo non vale in Sicilia. Va bene, penserete, ci saranno 4/5 liste forti e tutte le altre saranno di disturbo, come è successo a Treviso e a Vicenza. A Treviso, ad esempio, 6 liste su 16 superano il 5%, totalizzando quasi l’80% dei voti. A Vicenza le liste sopra il 5% sono sempre 6 su 15 con l’84% dei voti.

Tutto un altro scenario a Messina. Sulle 29 liste presentate, 7 superano il 5%, ma totalizzano insieme il 45,06% dei voti; 22 liste, il 55% dei votanti (60.771) non esprimono consiglieri. Il Consiglio comunale, pertanto, sarà l’espressione di una minoranza dei voti validi. In pratica, il 25% netto degli aventi diritto al voto esprime il Consiglio comunale della città.

Ma c’è di più. A Treviso Conte e Manildo, i due candidati più forti, insieme totalizzano oltre il 92% dei voti. A Vicenza Rucco e Dalla Rosa arrivano al 96,5%.

A Messina vanno al ballottaggio Dino Bramanti e Cateno De Luca, entrambi di destra, che insieme arrivano al 48% dei voti. Il bello, però, deve ancora arrivare. De Luca, un outsider, era appoggiato da ben 6 liste, nessuna delle quali, neanche la sua, ha superato il quorum. Pertanto, vincesse il ballottaggio, sarebbe un sindaco senza neanche un consigliere. Avrebbe contro tutti gli altri 31 consiglieri. E, ciliegina sulla torta, essendo già stato sindaco a Fiumedinisi e a Santa Teresa di Riva, sarebbe l’unico in Italia, dicono i giornali locali, ad aver amministrato tre diversi Comuni.

Adesso Cateno De Luca ha davanti due strade. Può ritirarsi. Al ballottaggio andrebbe solo Bramanti, espressione dei partiti storici della destra, ma dovrebbe raggiungere il 50 più uno per cento degli aventi diritto al voto (cosa difficile assai!), pena l’arrivo del commissario e l’indizione di nuove elezioni.

Oppure il De Luca potrebbe adottare una delle quatto liste fuori dalla coalizione di Bramanti, tre della sinistra e una dei grillini, portandole in dono il premio di maggioranza, cioè venti consiglieri. Avremmo cioè il caso veramente singolare di una lista di sinistra o grillina, quindi opposta alle idee e ai programmi del sindaco, che si ritrova ad avere, magari con poco più del 5% dei voti, 20 consiglieri su 32.

Per avere un quadro più completo della situazione, vi invito a cercare in internet notizie su questo Cateno De Luca. È un signore, deputato regionale siciliano, che, quando ha una proposta, secondo lui importante, da sottoporre ai colleghi, si presenta nel Parlamento siciliano in mutande, ma rigorosamente dei colori della bandiera della Trinacria.

Questo è il terremoto più grande. Vi chiedo: è governabile, secondo voi, un Paese che alberga insieme Messina, Treviso e Vicenza? Ci stanno provando le due leghe, del Nord e del Sud. Allacciamoci le cinture.

 

(ph: facebook.com/pg/delucasindacodimessina)