Pfas a Sommacampagna, la Lab Control: «Miteni doveva chiarire meglio»

Interviene l’azienda rodigina che nel 2014 effettuò test per conto della fabbrica chimica di Trissino

«Abbiamo aspettato tanto. Abbiamo dato tempo alla Miteni più di cinque mesi per chiarire alcuni aspetti della smentita inviata a fine 2017 agli organi di stampa relativamente alla vicenda della della discarica di Sommacampagna. In quella circostanza fu tirato in ballo il nostro lavoro e per questo ora abbiamo deciso di spiegare ai lettori quali siano le norme alle quali chi è incaricato delle analisi deve rispettare e per tutelare il nostro nome, che da sempre è sinonimo di correttezza e grande professionalità». A parlare è il dottor Stefano Mazzetto, direttore generale nonché responsabile della qualità di Lab Control, uno dei più noti laboratori di analisi del Veneto con base a San Martino di Venezze nell’alto rodigino.

Per capire le ragioni precise di questa uscita bisogna andare indietro nel tempo. Era infatti la fine del 2017 quando Vvox svelò con un articolo di Marco Milioni che nella discarica di Sommacampagna in provincia di Verona erano presenti fanghi della Miteni, la società trissinese al centro del caso Pfas, oggi finita nuovamente nel vortice delle polemiche dopo che i vertici aziendali ne hanno chiesto il concordato, una procedura che secondo i detrattori della fabbrica potrebbe essere l’anticamera del fallimento. Tra dicembre 2017 e gennaio 2018 la tensione salì alle stelle quando la giunta di Sommacampagna sollecitata da Vvox evitò di pronunciarsi sulla presenza o meno di fanghi di lavorazione della stessa Miteni nella discarica comunale della cittadina veronese, giustificandosi col fatto che la gestione fosse in capo a Hera, uno dei colossi nazionali del settore. Erano però le carte della provincia di Verona, puntualmente menzionate da Vvox, a testimoniare la presenza di quei fanghi: presenza che scatenò un pandemonio politico. A seguito di quel servizio però Miteni prese posizione confezionando un dispaccio nel quale smentiva la presenza di Pfas nei fanghi di lavorazione conferiti in quella discarica. E per farlo allegò un documento di Lab control. La nota della società trissinese fu però messa sotto la lente d’ingrandimento dei comitati, ma anche da chi scrive, perché non forniva pezze d’appoggio sufficienti per sostenere la difesa dell’industria della valle dell’Agno.

Ad ogni modo oggi a prendere posizione è la stessa Lab control che si ritiene inopinatamente tirata in ballo, e che per bocca di Mazzetto spiega: «Se Miteni avesse concordato con noi quella uscita sarebbe stato molto meglio: quando si pubblica un rapporto di prova il documento deve essere integrale perché è questo che ci viene chiesto dalla società di accreditamento, ovvero Accredia. Il che per essere precisi è statuito al punto 5.10 del documento per le Prescrizioni per l’accreditamento dei laboratori di prova RT-08». Andando più nel dettaglio Mazzetto fa riferimento al documento che l’ufficio stampa di Miteni inviò in allegato alla nota nella quale prendeva le sue difese dopo le rivelazioni di Vvox. «Ad essere precisi – rimarca ancora Mazzetto – noi abbiamo chiesto con una formale diffida sia alla società Trissinese sia a Vvox di spiegare se quel documento fosse stato divulgato integralmente o meno. Ma mentre Vvox si è immediatamente preso la briga di spiegare che in quella forma era giunto alla stampa e tal quale era stato diffuso, per quanto riguarda Miteni non abbiamo potuto che constatare il silenzio della società. Questo perché a differenza di quanto apparso sui media il documento originale non era di una pagina bensì di due. E questo a Miteni noi lo abbiamo scritto chiaro e tondo». Per il manager questa precisazione è importante perché tra gli addebiti mossi a Miteni c’era quello per cui quel rapporto di analisi fosse carente della firma autografa del tecnico responsabile, che nel documento integrale esibito da Mazzetto invece risulta in formato digitale. «Quando i documenti sono parziali possono essere travisati» rimarca quest’ultimo ai taccuini di Vvox.

L’altra questione riguarda i dubbi posti da Vvox, ed indirizzati alla Miteni, circa la provenienza dei campioni analizzati da Lab Control. Il motivo è semplice: se Miteni nega che in quei fanghi vi fossero Pfas perché in qualche modo sostiene che ogni refluo ne sia privo, come è possibile dimostrare che effettivamente in quella discarica non ci siano quelle sostanze? E soprattutto a quali criteri rispondono quelle misurazioni? Detto in altri termini, come si fa a dimostrare che il campione analizzato è davvero riferibile ad un lotto conferito a Sommacampagna? E perché in quel rapporto non sono chiaramente indicati punto di prelievo, lotto o partita? La Mazzetto risponde così:«quel rapporto di prova è vero che parla di composti perfluoroottanici, giornalisticamente noti come Pfas, ma per essere precisi descrive i quantitativi relativi ai soli acido perfluoroottano sulfonato e suoi derivati, i Pfos, che sono una sottofamiglia di questi derivati del fluoro. Perciò utilizzare il nostro referto per smentire la presenza di Pfas tout-court non va bene poiché, vorrei ribadirlo ancora a scanso di equivoci, su ordine della committenza, cioè di Miteni, si era presa in esame solo la presenza di acido perfluoroottano sulfonato e dei suoi derivati Pfos, una sottocategoria». Sono parole dalle quali si evince che la presenza o meno di Pfas, per i quali va identificata con precisione la famiglia chimica della quale si è eventualmente alla ricerca, non può essere smentita o confermata da quel rapporto di prova: questa eventualmente andava ricercata con una serie di indagini ad hoc. Detto in soldoni la smentita di Miteni avrebbe dovuto essere più puntuale, perché così come è stata diffusa significa poco o nulla. Anche perché, sottolinea ancora il perito, nel 2014, all’epoca di quei test «i Pfas per vero non erano nemmeno regolamentati, tanto che quelle analisi ci furono chieste dal committente, ovvero da Miteni, a titolo di sondaggio».

«Di lì a poco – puntualizza ancora la Mazzetto – sarebbe cambiata la disciplina europea di riferimento, si parla del Regolamento UE numero 850/2004 modificato nel 2014 con l’entrata in vigore del Regolamento UE numero 1342/2014 della Commissione del 17 dicembre 2014; il quale introduceva nuovi criteri e poneva l’obbligo di valutare nuove sostanze con i relativi limiti al fine di stabilire se un determinato rifiuto potesse o meno essere conferito in discarica». Più dettagliatamente il nuovo limite cui fa riferimento la stessa Mazzetto è di 50 milligrammi su kilo per i composti acido perfluoroottano sulfonato e suoi derivati, ossia i Pfos, non per i Pfas. E se per certe tipologie di acque la Regione Veneto nel 2017 ha comunque posto alcuni limiti, quando si parla della intera intera famiglia, vale a dire ai Pfas, «limiti per la matrice rifiuti ad oggi non ce ne sono».

I Mazzetto (in foto, sono fratello e sorella) fanno poi un altro rilievo, questa volta di tipo metodologico: «nel servizio pubblicato da Vvox si ponevano domande sulla mancanza di riferimenti a lotti e partite visto che così riporta la dicitura dei rapporti di prova. Correttamente nel servizio si citavano espressamente quelle fattispecie. In questo caso però va spiegato che si tratta di diciture standard che compaiono sempre nei moduli, ma che vanno più che altro considerate per le analisi di tipo alimentare. Mentre tali voci non si impiegano per altri referti come quello di specie. E poi parlare genericamente di Pfas può essere fuorviante; sarebbe meglio essere più precisi ed indicare con più dovizia la famiglia di sostanze che vengono chiamate di volta in volta in causa». Appresso i due procedono con un ulteriore distinguo rispetto alle dichiarazioni diffuse in passato dalla spa di Trissino: «Noi quando eseguiamo delle analisi dobbiamo assicurarci che venga rispettata la legge. Di come il committente utilizzi quei rapporti di prova il laboratorio non può avere contezza».

Chiosa il direttore: «Vorrei che fosse chiaro che il nostro laboratorio è dotato di tutte le certificazioni di legge, internazionali, nazionali e regionali: certificazioni che nel Veneto sono tra le più stringenti. E soprattutto il nostro operato è costantemente ispirato ai criteri di correttezza, indipendenza e terzietà in primis in ragione dei controlli ai quali annualmente veniamo sottoposti dal soggetto certificatore ovvero Accredia. Non è per prendere le distanze dalla Miteni, ma vorrei precisare che noi abbiamo lavorato per loro solo un anno tra il 2014 e il 2015, limitandoci a testare qualche rifiuto. Dalla metà del 2015 con loro non abbiamo più alcun rapporto».

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