Arena, una Carmen poco entusiasmante

Alla fine qualche alta carica, fra gli sguardi stupiti del popolo dell’Arena che sfolla infreddolito da piazza Brà, se ne va con staffetta motociclistica e corteo di auto di scorta, sirene spiegate e lampeggianti accesi nel cuore della notte, pressata da chissà quali impegni urgenti. È il poco commendevole suggello pseudo-istituzionale della istituzionalissima inaugurazione del 96° festival lirico, con la nuova Carmen di Bizet firmata da Hugo de Ana quasi costretta dai troppo lunghi preamboli parlati a ricalcare certe vecchie abitudini nell’anfiteatro, con i tempi che si dilatano, gli intervalli che sembrano non finire mai e il gran finale che si consuma alle ore piccole, piccolissime.

Mezz’ora di ritardo all’inizio. La sovrintendente Cecilia Gasdia sale sul palcoscenico per celebrare (giustamente) il direttore d’orchestra Tullio Serafin, scomparso 50 anni fa, che qui diresse la prima Aida e poi molte altre opere, fra l’altro facendo di Maria Callas una veronese onoraria; ma parla anche della Fondazione e del suo luminoso destino dopo la crisi, arrotando le erre come si conviene a chi sa cosa sia la dizione. E poi perfino il protocollo del Quirinale raccoglie i suoi minuti di gloria. La lettera con cui il presidente Mattarella declinava l’invito ad assistere, formale e cortese, informata abbastanza per citare le recenti difficoltà – ampiamente diffusa dai giornali e sul web già in mattinata – viene letta agli appassionati che attendono Carmen e Don José. In lingua originale e pure in tedesco, ammesso che a chi parla tedesco interessi qualcosa. Per fortuna, nessun’altra lingua. Evidentemente, l’Inno di Mameli doverosamente eseguito non bastava.

Mezz’ora buona di ritardo si è accumulata anche in corso d’opera, ma in questo caso non era colpa di nessuno. Anzi, è stata una bella fortuna che l’imprevista spruzzata di pioggia sia arrivata durante l’intervallo fra il primo e il secondo atto. Risparmiate precipitose uscite (di esecutori e pubblico) e complicati rientri. Era una di quelle serate che si sta in Arena e ci si potrebbe credere su una barca vela. Brezza tesa, temperatura in calo con il procedere delle ore, a ricordare che qui, quando l’estate si eclissa, si può avere freddo davvero. Se il pubblico è a disagio (netto il fuggi fuggi, a partire da metà rappresentazione), immaginatevi chi deve suonare e cantare, con il suono e la voce che prendono percorsi strani, imprevedibili, condizionati dai refoli. Situazione non probante, viene da dire. Condizionante. Ma probabilmente non si deve solo alle difficoltà ambientali se la Carmen di Anna Goryachova – debuttante di prestigio in un cast con molti altri cantanti alla prima areniana – ha un tasso di passionalità (e della sconvolgente forza mentale del personaggio) impercettibile, al di là di un interessante colore quasi di contralto. Fraseggia compassata, si muove con circospezione, danzare (o anche solo impugnare le nacchere) non se ne parla, sedurre non si capisce come. Lo stesso vale per il Don José di Brian Jagde, che ha voce importante e qualificata per il ruolo, e la impiega con eleganza (ma indulgendo a qualche falsetto di troppo) senza riuscire a dare davvero il senso della mortifera follia che lo attraversa se non forse all’ultimo atto. La prova più convincente viene allora – fra i cantanti – da Mariangela Sicilia, una Micaela non semplicemente lirica, tenera e sprovveduta, grazie anche al timbro ricco di ombreggiature e alla linea di canto sorvegliata ma intensa.

Tiene il punto Alexander Vinogradov come Escamillo, senza trascinare la folla al suo “Toreador”, senza svelare la sua sfrontata spietatezza quando si batte a duello con José. È più a suo agio nella zona centrale della tessitura, in basso e soprattutto in alto fatica un po’. Peccato che Bizet si sia divertito a svariare senza tregua disegnando la parte, una delle più insidiose del repertorio. La folta pattuglia dei comprimari non svetta ma si propone con professionalità. Da citare la Mercédès di Arina Alexeeva e la Frasquita di Ruth Iniesta, come pure lo Zuniga di Luca Dall’Amica e il Dancairo di Davide Fersini. Tengono bene i cori: quello areniano, istruito da Vito Lombardi, fa valere esperienza e conoscenza oltre le difficoltà ambientali, quello di voci bianche (A.LI.VE. diretto da Paolo Facincani) si diverte e diverte. Governa il tutto dal podio Francesco Ivan Ciampa, trentaseienne direttore già nel pieno di una carriera significativa e al debutto in anfiteatro. La sua lettura di Carmen è parsa peraltro perfino circospetta, slentata nei tempi, quasi mai accattivante dal punto di vista coloristico; come se fosse incerta sul taglio interpretativo, cercando di tenere insieme lirismo, eleganza e passionalità senza in realtà quasi mai riuscire a mettere bene a fuoco nessuno dei tre elementi.

La grande attesa della serata era in realtà per lo spettacolo di Hugo de Ana, come sempre autore anche di scene e costumi. Dal lontano 1995, è la prima Carmen senza la griffe di Franco Zeffirelli. Ma è difficile che una simile tenuta sia destinata a ripetersi. Non è questione della scelta di ambientare la vicenda all’epoca della guerra civile spagnola, che anzi ha una sua logica drammaturgica. Ma lo scenario ha un che di trovarobato Anni Trenta, fatto di casse scrostate piene di aggeggi arrugginiti e di manifesti d’epoca, di un gran traffico di camion e jeep in manovra nel primo atto, di un inutile affollamento di sedie quasi sempre vuote nel secondo, di un’allusione ai drammi di confine nel terzo, con alte reti che costringono l’azione in pochi metri a proscenio. E lo spettacolo in pratica decolla solo all’ultimo atto, quello dove finalmente si apprezza la zampata di un uomo di teatro esperto di Arena (dove ha realizzato molte notevoli produzioni) come de Ana. Solo alla fine, infatti, il “project design” di Sergio Metalli, che “costruisce” scene virtuali proiettando immagini sulle gradinate di sfondo, diventa davvero elemento sostanziale di una riformulazione dello spazio scenico. Il risultato è il rovesciamento della consuetudine rappresentativa del quarto atto.

Quello che avviene nella plaza de toros, tradizionalmente “estraneo” al fuoco dell’azione (il confronto fra Carmen e José) diventa infatti centrale. Il risultato è duplice: un ritorno alla spettacolarità areniana “antica” (longitudinale e non trasversale), con i movimenti delle masse dall’arco d’ingresso a proscenio e non da lato a lato. E una relazione molto stretta e molto coinvolgente fra il mortale testa a testa dei due protagonisti e quello che avviene durante la corrida. Prima però, lo spettacolo stenta parecchio a trovare ritmo e incisività. Non mancano dettagli anche interessanti, ma si perdono in una narrazione che punta al descrittivo (peraltro spesso bisognoso di una migliore messa a fuoco) senza curare i percorsi individuali dei personaggi, lasciandoli quasi a galleggiare in una cornice da film neorealista che non basta a risolvere l’aspra complessità del capolavoro di Bizet. E non recupera in rigore e tensione un distacco che – anche qui – sconfina nella freddezza. Il pubblico era quello delle buone occasioni, se non delle grandi. Dodicimila spettatori, secondo le stime degli organizzatori. Tutti contenti, non particolarmente entusiasti, specialmente nei confronti del regista e dei suoi collaboratori, ma cordiali.

Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona