Automazione industriale, il vicentino Rossi fra i “campioni” d’Italia

Dopo aver lavorato in 48 Paesi dà un suggerimento alle nuove leve: «prendete il problema e trasformatelo in opportunità di crescita»

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È difficile definire il ruolo di Giacomo Rossi, vicentino doc, classe 1978, resource and development manager nel mondo dell’automazione industriale, pur non essendo ingegnere. Giacomo aveva progettato il suo futuro fin da bambino quando in casa ogni oggetto elettronico lui lo smontava e ricostruiva. Guardare per capire cosa c’è dentro, fare a pezzi un frigorifero, un giradischi, una radio era più forte di lui, simile in questo alla mamma e al nonno. Come avrebbero potuto sgridarlo?

«La mia scrivania era una sala operatoria – racconta – è iniziato tutto con il primo computer a otto anni, mi è partito un trip mentale, gli ho fatto l’autopsia, dovevo capire come funzionava. Poi ho avuto il primo vero pc, un 286 con cui ho iniziato a fare i primi esperimenti come programmatore. Potrebbe aver influito avere una “mamma tecnica” e credetemi sa aggiustare un televisore o una radio con la stessa capacità di come fa la pasta fatta in casa. Devo aver assorbito questa passione, seppur non sia scontato il passaggio generazionale. Mia figlia Angela per esempio è come me, mentre Gabriele, l’altro figlio, ama le lettere. Tra cavi, fili, pezzi sparsi di filtri e tubi si intreccia anche la musica, in famiglia siamo musicisti e forse non è un caso che compongo musica, la matematica è nel mio sangue e il mio lavoro è in linea con questa passione».

Con sei passaporti consumati e 48 Paesi al mondo dove ha lavorato, Rossi è uno dei più richiesti in Italia per risolvere problemi nel mondo dell’automazione industriale. Ha studiato all’Istituto Rossi di Vicenza, meccatronica, un ramo che col senno di poi capisce essere stata la scelta giusta. «Alle superiori – racconta Giacomo – ho deciso per la meccatronica anche se ero affascinato dall’elettronica. Terminati gli studi ho fatto uno stage di formazione presso un’affermata azienda di automazione e dopo un’esperienza pazzesca ho preso la strada dell’elettronica. A 23 anni sono stato mandato in Honduras per avviare un grosso impianto di trattamento acque in una fabbrica. Ho sentito il peso della responsabilità quanto l’adrenalina che mi correva nelle vene. La combinazione tra sfida ed esperienza è stato il mio biglietto della lotteria vincente. Dopo aver di fatto avviato l’intera fabbrica ho capito il mio ruolo in questa società. La ricerca e lo sviluppo sono il mio mondo, risolvo i peggiori problemi e studio e progetto di continuo nuove apparecchiature. In questo momento sto lavorando ad un progetto che sarà in grado di cambiare il campo del caldo e freddo, non posso aggiungere altro. Le sfide sono il mio carburante».

E’ suo lo strumento di test applicato a livello industriale di rigidità dielettrica, principio mediante il quale misuri l’isolamento di un prodotto. Se ne trovano in commercio ma nessuno teneva conto del grado di umidità. Attualmente viene utilizzato soprattutto nel campo delle batterie. Il genio si nasconde nella capacità intuitiva e grazie all’esperienza si può arrivare in alto: «curiosità e ambizione muovono il nostro essere, essere chiamati ingegnere anche se non hai una laurea in mano è tutto dire. Per me non esiste il non ce la faccio, io sono sicuro che risolvo ogni problema che mi viene posto, non pecco di arroganza, sono solo sicuro in quello che faccio. Alle nuove leve dico sempre di credere in se stessi, di non aver paura di sbagliare, di prendere il problema e trasformarlo in opportunità di crescita. Se si è nati per questo mestiere i risultati non tarderanno ad arrivare».

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