Merini, chi la critica e chi la stima. Ma resta la migliore

Chi la chiama «poetessa del nulla» forse dimentica i suoi primi libri. Che sono capolavori

Niente vi sconvolga, quando si parla di critica letteraria. Meno che mai che un mostro sacro venga fatto a pezzi e gettato nell’indifferenziata. Rientra tutto nell’ordine delle cose. Direi, addirittura, che è giusto e sacrosanto. In ultimo, ogni critico è il cantore delle sue predilezioni e idiosincrasie. Se l’oggettività è l’aspirazione dei più onesti, il recinto dell’arbitrio resta comunque lo spazio dal quale nessuno di noi potrà mai fuggire. Pertanto non mi stupisce che Gian Paolo Serino (fondatore della rivista online “Satisfiction”, n.d.r.), su “La Provincia”, prenda definitivamente le distanze dalla pluridecorata Alda Merini definendola «la poetessa del nulla». È un suo diritto e Serino è troppo abile, rispetto al sottoscritto, perché io abbia l’ardire di andargli contro a muso duro. Mi preme, a ogni modo, dire la mia, per quel che conta e che vale, cioè nulla, con estrema umiltà.

Alda Merini è stata e resta, nel panorama lirico attuale e in quello del secondo Novecento, insuperata, probabilmente perché insuperabile. Il commentatore ha ragione, quando riporta la sua scelta di testi e frasette sparse della summenzionata, a dire che valgono poco, pochissimo, che sono pensierini da “Baci Perugina” inseriti a viva forza in un libro. La Merini ha indubbiamente scritto troppo o, come mi disse una notissima poetessa italiana durante una conversazione privata, «Alda, da un certo momento in poi, pisciava poesia». Qui la differenza la fa quel «da un certo momento in poi». È proprio così. Non esiste una sola poetessa dei Navigli. In realtà, sono almeno due: quella che ha segnato la storia della poesia italiana e quella che ha finito per svolgere un ruolo da eccentrica valletta postmoderna, durante il “Maurizio Costanzo Show”. Quest’ultima è sicuramente da dimenticare, per bontà verso la prima, avendo però sempre presente tutto il travaglio esistenziale che la povera donna ha dovuto attraversare. È comprensibile che la mente, a un certo punto, l’abbia abbandonata. Ma ciò non prova niente, se non che, appunto, una parte della sua produzione, di cui le case editrici si sono impunemente servite per fare cassa, è da buttare al macero e scordare.

Ma quel che viene prima! Penso alla stupenda raccolta pubblicata negli anni ’80 da Crocetti, e curata dal sommo Giovanni Raboni, “Testamento”. O a “Fiori di poesia“, florilegio uscito per Einaudi, con una selezione di Maria Corti. Senza voler usare la leva del principio di autorità, che come strategia argomentativa è quanto di meno serio ci possa essere, però, quando l’altro poeta milanese scrive della raccolta che ha messo insieme con i versi della Merini, che «è uno dei più bei libri di poesia degli ultimi quarant’anni», non è che semplicemente gli creda, è che proprio sono d’accordo. Anzi, io avrei scritto «è forse il migliore». Certo, poi, condivido la sua tesi al cento per cento, quando sostiene che il talento espressivo della poetessa di “Ballate non pagate” è quello di «una forza della natura». Personalmente, se dovessi paragonare alla Merini uno dei tanti testi di poesia letti, stranieri o italiani, direi che il migliore potrebbe appena essere usato per equilibrare le gambe del tavolo.

Ma, in ultimo, a chi legge non resta che farsi una sua idea di prima mano, senza affidarsi né a me né a Serino o a chicchessia. Basti passare a una lirica come “Se avess’io“, che vale proprio la pena riportare in tutta la sua estensione:

Se avess’io levità di una fanciulla
invece di codesto, torturato,
pesantissimo cuore e conoscessi
la purezza delle acque come fossi
entro raccolta in miti-sacrifici,
spoglierei questa insipida memoria
per immergermi in te, fatto mio uomo.

Io ti debbo i racconti più fruttuosi
della mia terra che non dà mai spiga
e ti debbo parole come l’ape
deve miele al suo fiore. Perché t’amo
caro, da sempre, prima dell’inferno
prima del paradiso, prima ancora
che io fossi buttata nell’argilla
del mio pavido corpo. Amore mio
quanto pesante è adducerti il mio carro
che io guido nel giorno dell’arsura
alle tue mille bocche di ristoro!

A questo punto, se ancora il lettore avesse voglia di dibattere e argomentare, dovrebbe porsi una semplice domanda: quante poesie di altrettanto impatto, forza e ritmo mi è capitato di leggere in vita mia? Vi suggerirei la risposta “poche”, ma non voglio essere presuntuoso. Piuttosto, trascrivetele nei commenti al link che state vedendo. Dubito che possano essere milioni. Di rado ci si imbatte in qualcosa di simile, e non è l’unica poesia della Merini a questo livello, un capolavoro di semplicità e rigore, le sole caratteristiche di una lirica perfetta. Versi simili giustificano un’intera esistenza. Soppesatela e vedrete che non c’è un termine che necessiti di essere mutato, pena far rovinosamente crollare tutta la costruzione. Perché in poesia non esistono sinonimi, come dice Cesare Viviani: la parola può essere solo una e non ammette alternative. Quindi voi ascoltate pure i critici, chi è pro e chi è contro, poi mandateli tutti sonoramente al diavolo, me compreso, e date retta solo alla poesia che, grazie al cielo, ha il grande pregio, se tale, di dire la sua grandezza senza bisogno dell’aiuto di nessuno.

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