Mondiali, l’Italia (non) s’è desta. Abbassi la cresta

La mancata qualificazione dovrebbe sfiammare i bollori di un popolo arrogante e presuntuoso. Lo farà?

Dalla valanga di incolpevole cellulosa sacrificata in questi mesi per cantare i fasti dei Mondiali in corso, si salva solo forse, secondo me, l’ottimo articolo di Massimo Raffaeli pubblicato a pagina 20 del Venerdì di Repubblica dell’8 giugno scorso, in cui l’autore indica come patrimonio storico e psicologico della società italiana la «boria», intesa come presunzione aprioristica di superiorità. «Dismisura e protervia, laddove si congiungono megalomania e mania di persecuzione»: sono questi, scrive Raffaeli, i tratti costitutivi di un popolo «cui giornali e TV hanno evidentemente raccontato qualche favola di troppo sulle virtù redentrici dell’Elmo di Scipio».

Trovo preziosa questa sua riflessione. Lui parla del calcio, ma è la stessa boria, tanto per fare solo un altro esempio, che espresse la Ferrari almeno per un decennio. Quando scendeva in pista, pareva che gli altri dovessero parcheggiare sul prato e inchinarsi a tanta nobiltà. Poi partiva, e perdeva i pezzi come una Duna. Ma naturalmente la colpa non era sua. Era del rio destino, degli Dei avversi, della mamma che non gli aveva voluto bene da piccoli. Soprattutto era colpa degli altri, che vedendola, appunto, non si erano fatti da parte di fronte alla sua aristocratica eccellenza. Italiani, appunto: boriosi, arroganti, supponenti di niente. Ad insegnargli questa visione del mondo era stato il Duce. Popolo di Santi, di Eroi e di Navigatori: ma anche di piloti, di calciatori, di guerrieri e via dicendo («Vincere, e vinceremo!», ed è andata com’è andata, sul sangue, quella volta, di milioni di poveri cristi). L’eliminazione da questi Mondiali avrebbe potuto essere un salutare schiaffone alla tracotanza italiota, ma dubito che sia stato così.

Ne ho dubitato la sera dell’eliminazione, quando li ho visti piangere, invece di prendersi l’un l’altro a sberle per essere arrivati a quel livello di impreparazione e di incapacità. Del resto, se ricordate le qualificazioni ai Mondiali degli anni scorsi, la musica era stata più o meno sempre la stessa. Ogni volta ci siamo arrivati stringendo l’anima coi denti, affannati e disperati, fanciullescamente stupiti che gli altri, vedendoci, non si sedessero in panchina a guardare e ci lasciassero passare. Siamo qui noi, gli Italiani, i Cadetti di Guascogna. E quando proprio eravamo sull’orlo dell’abisso, allora fu Materazzi, nella finale del 2006, a tirar fuori dal cappello la bella pensata delle parolacce (mai svelate) a Zidane che provocarono la sua “storica” testata, e i posteri stanno ancora discutendo se si sia trattato di un colpo di mona dovuto all’eccesso di acido lattico dopo centoventi minuti di gioco o di una voluta provocazione per togliere dalle scatole un ben noto spirito fumantino ma soprattutto un ancor più noto e temibile rigorista. Non lo sapremo mai. Questa volta, finalmente, ci siamo presi una bella lezione, ma non credo che servirà a qualcosa. Chi scommette un euro sulle qualificazioni ai prossimi Mondiali?