“L’astronauta perduto”, non il solito romanzo fatto in serie. Finalmente

Tagliaferri descrive un mondo di autenticità perduta contro la folle routine imposta dal liberalismo

Distopie, antiutopie, feroci analisi del mondo contemporaneo. La letteratura ne è piena e non si tratta certo di prodotti trascurabili. Da Saramago a McCarthy, passando per Houellebecq, le opere in questione non mancano.

Il solo aspetto su cui si sorvola sempre in questi testi è la possibilità di una prospettiva antitetica, la proposizione di una via alternativa. Preso atto dello scempio e dello squallore in cui siamo immersi, al lettore verrà spontaneo domandarsi se sia in ultimo pensabile un modo di vivere diverso, una nicchia di autenticità tra le rovine. È ben raro che un libro, seppur in modo velato – ma non didascalico, altrimenti meglio scrivere un saggio – avanzi una simile eventualità. Uno dei pochi è quello di Andrea Tagliaferri, “L’astronauta perduto“, Eclettica Edizioni 2018. È una trama piuttosto stramba quella di questo racconto. Abituati come siamo a romanzi dagli intrecci improbabili, assurdi, talmente sopra le righe da risultare ridicoli, questo autore ci fa tirare un sospiro di sollievo. Niente commissari, o commesse di erboristeria che improvvisamente diventano parte di intrighi internazionali.

Il protagonista è un ragazzo semplice, del Sud Italia. Vive in un paesino, lavora in una piccola botteguccia di famiglia, è iscritto alla facoltà di Filosofia, ha una ragazza, dei cani. Ma, soprattutto, non fa niente di speciale. Non ha grandi ambizioni, se non scrivere un romanzo, ma gli mancano il tempo e l’ispirazione, più spesso quest’ultima. Ciò non importa però: non ha alcuna urgenza. Odia la frenesia, il ritmo forsennato del mondo, i centri commerciali, i grandi accumuli umani. Gli piace, semmai, recarsi presso un lago, che lui chiama il “Lago della Verità”, sedersi da qualche parte, girarsi uno spinello, e restare in ascolto della natura. In quel silenzio, tutte le grandi domande dell’uomo, che gli lambiscono il cervello, lo fanno in modo meno doloroso che tra la gente.

Certo, descritto così, per sommi capi, il suo potrebbe sembrare un racconto adatto ai grillini e ai sostenitori della decrescita felice. In realtà, quello di Tagliaferri è un modo per porsi contro il mondo e la vita che ci è stata imposta, contro la follia che chiamano liberalismo, società aperta, progresso. Ma il suo personaggio non si limita a farne una disamina astiosa da un punto di vista endogeno, mentre attraversa le alienanti corsie del nuovo supermarket dei sogni infranti. Se ne tira fuori, lo schifa, corre via dalla pazza folla e, pur avendo un lavoro che inevitabilmente gli impedisce di fare un salto al di là dello steccato sociale, ogni volta che può torna all’origine, ai boschi che circondano la sua abitazione. E, proprio per questo, quando si trova nuovamente al centro del suo seppur non troppo dinamico mondo lavorativo e familiare, lo sguardo che rivolge a chi gli sta intorno, per esempio i clienti della bottega, non è per niente duro o impietoso. Il suo protagonista ha casomai un occhio di riguardo per ogni intima debolezza e fragilità. Non la sopporta di malanimo, ma anzi, ha una parola buona per tutti. La sua ironia, che pure abbonda, non è mai cinico sarcasmo, ma bonaria simpatia per le piaghe che l’esistere cagiona in ognuno.

E, al netto di tutta la componente umana, lo stile dello scrittore non imbocca mai la strada della retorica più pomposa, sterile, e politicamente corretta. Della ragazza che lo tradisce, il protagonista dice che è una “gran baldracca”, eppure la ama al di là di tutti gli schemi disgustosi di un rispetto fine a sé stesso che nulla ha a che fare con la complessità del sentimento. In questo testo c’è spontaneità, sincerità d’animo, cosa oramai ben rara da quando i narratori si sono convertiti in massa alla causa antiomofoba, antisessista, anti questo e quell’altro.

Anche la prosa, asciutta e veloce, senza mai essere fredda, è quella di uno scrittore che chiede solo di essere compreso, di varcare il confine che lo divide dal lettore. Per farla breve, se cercate un libro leggero, ma non idiota, da portarvi in vacanza, lasciate gli erotici romanzi da casalinghe frustrate, o quelli da autogrill che raccontano di amoracci tra ragazzini deficienti. “L’astronauta perduto” è decisamente a un altro livello e, se non altro, non è fatto in serie con i soliti commissari e le vergini improvvisamente convertite al sadomasochismo.

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