Venezia, non solo Disneyland: la Giudecca nuovo habitat urbano

Un futuro è già possibile, con progetti che conciliano tradizione e innovazione. Contro la depressione collettiva

La romantica Venezia delle pietre muschiose di Ruskin e quella di Aznavour che diventa triste quando non si ama più. La Venezia dei negozi di alimentari e artigiani trasformati in bazar di cianfrusaglie, in pizzerie, pub e negozi di nicchia per il fiume di turisti distratti. Le abitazioni trasformate in bed&breakfast che consentono buoni redditi ai residenti che se ne vanno. La nostalgia dei veneziani che vedono la città inesorabilmente spopolarsi, ma allo stesso tempo temono ogni cambiamento. Le chiese che, da luoghi di culto, sono diventate musei pagani dove si entra con il biglietto. “Com’è triste Venezia” si dice allora godendosi la malinconia e crogiolandosi nell’inerzia individuale e culturale di luoghi comuni che impediscono ogni cambiamento.

Per fortuna qualcuno reagisce con entusiasmo a una depressione collettiva che rischia di far morire lentamente la città. Alcune iniziative stanno nascendo per merito di chi propone interpretazioni aggiornate di un habitat urbano nuovo per il quale Venezia ha tutte le carte in regola per costituire un esempio per tutto il mondo. Da un paio di decenni ormai la vecchia società moderna di massa s’è trasformata in un insieme di comunità reali o virtuali che praticano e ambiscono a diversi stili di vita coesistenti. Purtroppo, con l’età, i vetero-modernisti della società di massa, che si vantavano di sapere vedere lontano, sono diventati presbiti: riescono ancora a guardare le grandi opere infrastrutturali, le aree metropolitane e pensano ancora che i problemi si possano risolvere in solo modo e a scala sempre maggiore. Ma non riescono più a occuparsi del dettaglio, non sanno vedere le diversità che la città ha maturato e può ancora molto sviluppare al suo interno.

A seguito della presbiopia vetero-modernista, quando diciamo “Venezia” pensiamo a un tutt’unico, a una singola città, fino a includere Mestre e oggi persino l’area metropolitana. Non ci accorgiamo che il solo centro storico insulare è composto da diverse aree. Certo, non sono più i sestieri di una volta, in ciascuno dei quali si parlava persino con un accento diverso. Esiste una Venezia del turismo di massa che è senz’altro un dato di fatto da cui non si può prescindere e che è impossibile da cambiare e fare ritornare all’antico. Se guardiamo con attenzione, non riguarda una parte considerevole della città per quanto sia quella che fu in passato la più nobile. Giudichiamola pure una Disneyland e cerchiamo di renderla migliore eliminando i peggiori abbrutimenti. Ma non possiamo sperare di trasformarla, piuttosto cerchiamo e costruiamone i valori del presente per quanto possibile. Accanto a questa Venezia c’è quella di ampie zone residenziali, sconosciute e tranquille in cui la vita scorre diversa da qualsiasi altra città occidentale, senz’auto eppure con tutti i confort che le tecnologie consentono. Né tutte queste aree sono uguali: Celestia, Fondamenta Nuove, Sant’Elena, ognuna ha la sua identità e nessuna è oberata da un turismo devastante.

In particolare, l’attenzione cade sulla Giudecca e Castello dove sono oggi disponibili aree e progetti per lo sviluppo urbano e di attività che possono creare un’occupazione per residenti non solo nel turismo. Analisi effettuate sulla base di considerazioni sociali aggiornate al presente, e non su pregiudizi del passato, conducono a progetti nuovi. Anzitutto, si pensa a una Venezia inedita che diventi luogo di attrazione di residenti giovani e creativi, grazie a un’offerta di uno stile di vita proprio di cui manca un’offerta in altre parti del mondo con il valore aggiunto del collegamento diretto alla storia e al passato. Attorno a questo progetto – sostenuto anche da associazioni veneziane quale il Lions club – si sono riuniti studiosi e professionisti di provenienza internazionale. L’idea è di liberare queste aree da una visione nostalgica e rigida della città con tutti i vincoli urbanistici e psicologici che comporta. Senza distruggere le “Pietre di Venezia”, se ne vuole costruire una uguale e diversa, per vivificarla con una nuova linfa umana di residenti. Si potrà così realizzare quanto di più culturalmente innovativo purché ritorni la convinzione che esista un futuro per la città. E questo futuro concreto non può che prevedere: (a) il recupero della piccola dimensione e l’armonizzazione con l’ambiente quali elementi fondativi del progresso; (b) la valorizzazione di tradizioni e stili di vita quasi scomparsi e perciò preziosi che sono quanto di più avanzato ci sia e sono oggi resi possibili dalle tecnologie, soprattutto le ICT, che si vanno affermando; (c) una società e un’economia diverse da quelle conosciute che possono trovare stimoli in un ambiente unico che deve essere pensato e realizzato in termini umani e materiali.

Su questo si stanno attivando professionisti e imprese pronte a investire in una nuova cultura del vivere urbano collegata all’antico, nel risparmio e nella produzione di energie rinnovabili, nella qualità di vita, nello smaltimento dei rifiuti e in tutto quanto i millennials immaginano per una Venezia che torni ad attrarre residenti felici. Smettiamo di inseguire i sogni dei domani di ieri e immaginiamoci già nello ieri di un domani che presto verrà.

(Ph Shutterstock – Jewish Ghetto in Winter’s Venice)

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