M5S al potere: imprenditori veneti, rivolgetevi a Zaia

Populismo, anche Confindustria dovrebbe fare un esame di coscienza. A rischio è chi traina il Paese. A cominciare dal Veneto

Era del tutto logico e prevedibile che gli industriali veneti, il presidente di Assindustria Vicenza in testa, insorgessero compatti contro il cosiddetto Decreto Dignità voluto dal ministro Di Maio (questo accostamento di nome e funzione mi fa sempre impressione, quasi fosse un ossimoro), assai prima e con maggior forza della Confindustria romana, con la sua tardiva e poi debole e impacciata reazione.

Al Veneto in genere e a Vicenza in particolare risultano ovviamente nefaste le politiche fortemente marcate da posizioni antindustriali e premoderne. Come è noto, l’Italia ha retto, in questi anni di crisi, soprattutto per l’ingente avanzo della bilancia commerciale: esportiamo più di quanto importiamo. A questo avanzo il Veneto contribuisce in misura rilevante: nel 2017 ben 15 miliardi e 365 milioni, un terzo circa del surplus italiano che è stato di 47,448 miliardi.

Del resto, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte hanno totalizzato, da sole, ben 54,666 miliardi di euro di avanzo. Il che vuol dire che tutte le altre regioni italiane, messe insieme, hanno accumulato un deficit di ben 7,218 miliardi di euro.

Il motore dell’Italia è questo.

La provincia di Vicenza, poi, terza provincia italiana per volume di export dopo Milano e Torino, con 17,701 miliardi, ha registrato un avanzo nello scambio di beni e prodotti di 8,468 miliardi. Da sola, Vicenza copre il deficit della bilancia commerciale di Sicilia, Campania, Puglia, Calabria e Molise e avanza ancora 365 milioni di euro.

Agli antipodi, per fare un paragone, troviamo la provincia di Siracusa, che totalizza un deficit commerciale tra import ed export di ben 2,069 miliardi di euro, non molto distante dal deficit di tutta la Campania.

Se si spegne il motore dell’Italia, costituito dalle tre regioni summenzionate (e da una provincia come Vicenza), o, quanto meno, questo motore viene inceppato, chi porterà il Paese fuori dalle secche?

Gli industriali veneti, però, oltre che protestare, dovrebbero fare un serio esame di coscienza, una volta per tutte. Per motivi di pura convenienza, poltrone e prebende, è da tempo che nei momenti decisivi essi fanno le scelte sbagliate, per giunta dividendosi e battagliando tra loro.

Anche l’ultima scelta in favore del candidato Boccia è stata, a mio parere, assai discutibile. A parte la statura dell’uomo, non eccelsa, mettere come presidente di Confindustria uno di Napoli non è molto diverso dal mettere ministro del Lavoro uno di Pomigliano d’Arco. Sbaglierò, ma a presiedere Confindustria dev’essere uno che viene da una delle grandi regioni industriali del Paese, uno che ha respirato fin dalla culla la cultura d’impresa. A meno che, sugli aspetti, chiamiamoli, sindacali, non si vogliano privilegiare gli aspetti, in senso lato, politici.

Secondo. Da un governo populista ci si può aspettare di tutto. Ebbene, chi ha favorito la deriva populistica di questo Paese? Molti di quelli che adesso si stracciano le vesti. Molti tra cui Confindustria con la sua Radio 24. Persino Berlusconi si è accorto che, per voler nuocere a Renzi e al Pd, ha finito per nuocere a se stesso. E, dopo le elezioni, ha silenziato i populisti che aveva in casa, i Giordano, i Belpietro, i Del Debbio.

Boccia no. Telese, ormai il giornalista di riferimento dei grillini, più di Travaglio e di Gomez, è sempre lì, insieme con Giannino, quello delle due lauree e del master farlocchi, alla faccia della meritocrazia tanto cara a Confindustria. Per non parlare poi di Cruciani e della sua trasmissione serale, tra le più sguaiate e scurrili che si possano ascoltare in radio.

Terzo. Signori imprenditori, avete dato fiducia a Zaia, avete votato Salvini. Bravi. E adesso vi ritrovate al potere la Camusso, mai stata così forte come ora. Così forte e speranzosa da ingoiare anche i voucher che l’ex felpato Matteo vi butta tra i piedi come si butta un’offa per fare star zitti i cagnolini petulanti. Al potere è la Camusso, sempre lei, alla guida di un sindacato che è da tempo il freno a mano tirato nel processo di ammodernamento e sviluppo del Paese, e che non è mai stato tanto forte come ora, non ha mai dettato la politica di governo con così pedissequo ascolto neanche ai tempi della concertazione. D’Alema, al confronto di Di Maio, era un liberista.

Salvini tenta di sfangarsela coi migranti, e intanto Di Maio, che si è circondato di consiglieri usciti dai centri studi della Cgil, vi sfascerà le aziende. Tanto, cosa volete che sappia, lui, di aziende e di industria, uno che non ha mai lavorato in vita sua.

Cari imprenditori veneti, se posso darvi un consiglio, lasciate perdere Giggino e anche il Matteo: è tempo perso. Il vostro interlocutore è Zaia. Se è un politico, se è un uomo, troverà il modo (è nelle condizioni per farlo) di tutelare imprese e lavoratori del Veneto. Sennò, prendetene atto.

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