Referendum Venezia-Mestre, tutto quel che dovete sapere sulla Brexit lagunare

I fattori che potrebbero spingere al restringimento dei confini. Ma resta il problema della qualità della classe dirigente

Entro pochi giorni, tra fine luglio e inizio agosto, si saprà se i cittadini del Comune di Venezia saranno chiamati ad esprimersi, per la quinta volta in quasi 40 anni, sulla separazione amministrativa tra la città lagunare e Mestre. A dare il via libera oppure ad imporre uno stop al nuovo appuntamento referendario (già individuata la data: il prossimo 30 settembre) sarà il Tar del Veneto, presso il quale è iniziata la discussione dei ricorsi presentati dalla Città metropolitana e dal Comune, entrambi guidati da Luigi Brugnaro.

Lasciando da parte le norme e i cavilli attorno ai quali si sta giocando questa disfida legale, quali sono gli elementi che potrebbero diventare cruciali nello spostare l’ago della bilancia in questo ennesimo capitolo della lunga disfida politico-civica tra unionisti e separatisti? La storia, oltre a dirci che l’attuale conformazione amministrativa risale all’epoca fascista e precisamente al 1926, disegna un trend che tra anni ’80 e ’90 ha visto crescere i favorevoli alla divisione. Se nel 1979 furono appena il 27%, dieci anni dopo si espansero al 42%, per poi ritoccare al 44% nel 1994. Poi però, nel 2003, si verificò una battuta d’arresto che sapeva di stanchezza: per la prima volta il referendum non raggiunse il quorum (i votanti raggiunsero il 39%, mentre nel 1979 sfiorarono l’80%), con i SI ricacciati indietro ad un misero 34%.

E nel 2018, cosa potrebbe determinare il ribaltone o mettere un’altra pietra tombale alle aspirazioni autonomiste? Sostanzialmente i temi oggetto di propaganda sono sempre gli stessi. Le cronache referendarie più recenti, quelle di 15 anni fa, parlavano di slogan unionisti secondo i quali “Venezia senza Mestre e Mestre senza Venezia non hanno alcun futuro” e di allarmi sul “rischio per Venezia di ridursi ad un’ isola-museo di sessantamila anziani travolti da milioni di turisti e, per la terraferma, ad un’anonima periferia”. Dall’altra parte il piatto forte separatista era l’idea che “è troppo difficile, per un Comune solo, amministrare delle realtà molto diverse tra loro e con problemi diversi: lo spopolamento di Venezia, la terraferma che chiede dignità, attenzione e servizi, le isole della laguna, da Murano a Burano, dal Lido a Pellestrina, con problemi e domande ancora più particolari da risolvere”. La versione 5.0 dell’eterno referendum, per quanto aggiornata, non pare discostarsi da questi binari. Però proprio alcuni aggiornamenti potrebbero offrire una lettura in vista del possibile voto.

Turismo e decoro. La variazione sul tema è stata, negli ultimi lustri, di quelle pesanti. L’apertura delle porte di Venezia a nuovi ed ampi mercati del turismo ha dilatato a dismisura il fenomeno, abbattendo la diga della sopportabilità (per alcuni in modo esagerato e patologico, per altri in modo del tutto giustificato) da parte dei residenti. Il “mood”, lo stato d’animo dei veneziani ha abbandonato le orme di una città votata all’accoglienza e si è attestato sul fronte barricadero. I turisti hanno ormai le sembianze del nemico che sottrae ossigeno, spazio, servizi e vivibilità. Nelle vetrine social le bellezze lasciano sempre più spazio a ciò che viene considerato scempio, oltraggio al decoro e alla dignità della città più bella del mondo. Dalle grandi navi ai cumuli di immondizia, dai bivacchi ai tuffi in canale.

Protezione, chiusura e autonomia. Questo clima potrebbe dare una spinta a chi propone la separazione e la nascita di una amministrazione esclusivamente lagunare come risposta protettiva a questa “invasione barbarica”. L’idea di restringere viene accompagnata dall’idea di una riserva da tutelare. C’è, in tutto questo, un parallelismo con il clima più ampio, fatto di chiusure di confini, di protezionismi e di referendum alla Brexit che sta raccogliendo ovunque un ampio consenso. Non da ultimo il refrain del “Prima Noi”, declinato altrove con “America First” e da queste parti con il “Prima i veneti”. Molti divisionisti vorrebbero marcare le distanze con il concetto di autonomia, ma è evidente che anche la ventata autonomista potrà giocare un ruolo nell’ipotesi di referendum separatista.

Sicurezza. Anche dall’altra parte del ponte della Libertà, ovvero a Mestre, il turismo è sbarcato in dimensioni più che consistenti, favorito anche da una mega-operazione immobiliare, benedetta dall’amministrazione Brugnaro, che sta consentendo l’apertura di strutture da migliaia di posti letto. Ma qui, negli ultimi mesi che stanno precedendo il possibile voto del 30 settembre, continua a dominare la questione sicurezza. Malgrado le retate di spacciatori e l’approccio dal pugno duro del sindaco, anche a Mestre, capitale italiana delle morti per overdose e che da sempre lamenta una scarsa attenzione amministrativa rispetto alla Venezia dominante, potrebbe salire la domanda di maggior attenzione. Traducibile con un sì alla separazione.

Il voto anti-establishment. Non da ultimo, potrebbe contare il fattore politico. Il primo cittadino non si è esposto solo per via legale contro questo referendum ma ha fin da subito definito la separazione come «una follia per il potenziale disastro economico che rappresenterebbe». L’impressione però è che non sarà il tasto dei presunti vantaggi o svantaggi economici a spostare i consensi. Nell’esito finale potrà avere un peso la tentazione diffusa di trasformare il referendum in una sorta di elezione di midterm: da un lato Brugnaro metterebbe tutta la propria forza (quella sì, anche economica) per non subire lo smacco. Dall’altro gli oppositori potrebbero cercare riscatto nella vittoria separatista, abbandonando peraltro in molti casi posizioni storicamente unioniste. La variante insomma del voto anti-establishment in una città che tre anni fa ha mandato a casa un establishment di centrosinistra che durava da oltre un ventennio, potrebbe contare.

Questa volta, dunque, il ribaltone non appare impossibile. C’è però un rischio: quello di considerare che la soluzione di tutti i mali veneziani dipenda dal restringimento dei confini e delle dimensioni amministrative. E non magari dall’allargamento ad orizzonti di maggiore qualità della politica e delle sue classi dirigenti.

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