Ceta, troppo facile sparare su Di Maio. E la Coldiretti no?

Il vicepremier M5S è il prodotto di una deriva culturale di decenni. Nient’affatto disinteressata. Un “bio-coro” con rare stecche. Come la senatrice Cattaneo

Si assiste in questi giorni, da parte di stampa e opposizione, ad un attacco senza esclusione di colpi nei confronti del ministro Di Maio per le sue dichiarazioni in materia di CETA, libero scambio e politica agroalimentare, ovviamente indifendibile. Peccato, però, che il problema del paese, in materia, non sia lui ma la Coldiretti e  le politiche e la cultura che il maggiore sindacato agricolo italiano ha perseguito ed imposto per decenni nella totale assenza di reazioni. A prendersela con lui, evitando accuratamente di denunciare e di contraddire il sindacato giallo verde, gli odierni scatenati censori non fanno bella figura. E’ come se sparassero sulla Croce Rossa, oltre che perfettamente inutile perché di Di Maio l’Italia è piena zeppa, a decine di milioni.

Il “bamboccione” vesuviano è il prodotto antropologico di decenni di propaganda che ha imbonito e suggestionato, lo si dice con rispetto, decine di milioni di italiani, depresso culturalmente generazioni, fatto arretrare la nostra agricoltura e impoverito gli agricoltori, inquinato terreni ed esseri viventi, reso più costosa la spesa di tutti noi. Come volete che crescano i giovani che fin da infanti sono perennemente bombardati da messaggi a reti unificate sulla minaccia mortale al Made in Italy che verrebbe mossa dalle “multinazionali” attraverso la “globalizzazione”, sulla virtù del KM zero, sulla necessità salvifica del biologico,  sulla pericolosità delle sementi transgeniche, sulla bufala del furto di decine di miliardi di fatturato operato mediante l’Italian Sounding?

Come volete ritrovare un elettorato razionale e lucido quando in televisione si vedono i ministri della repubblica indossare berrettini gialli e salire al Brennero accompagnati dalla forza pubblica e, insinuando che trasportino veleni o patacche, corpi di reato, si mettono a fermare i mezzi di allibiti autotrasportatori  che circolano legittimamente all’interno del mercato unico che, provenienti da paesi molto più civili del nostro, ci consegnano beni di eccellente qualità di cui abbiamo assoluto bisogno causa il nostro incolmabile deficit agroalimentare? Che cosa di diverso dai Di Maio vi aspettate se nelle scuole dello stato si finanziano convegni sulla biodinamica e si impartiscono lezioni di educazione alimentare a colpi di “dieta mediterranea”, che non è mai esistita, ovvero si impongono i pasti nelle mense secondo le ideologie vegane, l’”agricoltura di prossimità”, il biologico o amenità simili? Come sarà la mente di chi ascolta senza sosta nei talk show di stato i Moni Ovadia, e le infinite repliche, di quello discettare senza contraddittorio su ogni ambito del sapere, di commercio internazionale, di industria?

Il sentire diffuso è ormai una paccottiglia conformista ed orecchiata che si fonda sulla denigrazione sistematica dei concorrenti esteri, sull’autocelebrazione arrogante, sulla prevalenza della superstizione rispetto alla scienza, sulla “narrazione” rispetto alla sostanza, sulla convinzione della superiorità dell’”alternativo” rispetto al convenzionale, dell’estensivo rispetto all’intensivo, sul rifiuto del confronto competitivo con chi è più bravo e dinamico, sulla ineluttabilità delle protezioni e dei sussidi, sulla confusione fra tradizione ed arretratezza, sul procurato allarme sanitario rispetto ai prodotti esteri da cui ci proteggerebbe il consumo di prodotti del territorio,  sull’esistenza di una colossale congiura internazionale ordita da multinazionali e finanza che ci vuole imporre la standardizzazione e la colonizzazione di gusti e stili di vita.  Le cose stanno molto diversamente, anzi, al contrario e quasi nessuno ha il coraggio di dirlo chiaramente, si è mai stracciato le vesti prima di Di Maio.

La scorsa settimana la scienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo, indicata dal Pd e nominata da Napolitano, ha compiuto il gesto coraggioso, eroico in questo paese, di denunciare l’”affaire” dell’agricoltura biologica, definita una deriva dannosa per l’ambiente, gli agricoltori e le tasche dei cittadini. La stessa senatrice da anni cerca inutilmente ma tenacemente di scuotere il parlamento italiano sulla necessità di ritornare a rispettare la scienza ed aprire alle tecnologie OGM, il cui bando è puro oscurantismo autolesionistico. Chi ha il coraggio di seguirla e di darle spazio? Dove sono i milioni di laureati italiane in materie scientifiche il cui silenzio è assordante? Cosa leggono, dove si informano? Cosa raccontano tutti i giorni, in materia, i professori di biologia, chimica, fisica, nelle scuole di ogni ordine e grado?

Se l’Italia, in una derivazione di quella radice culturale combinata con il peggiore sessantottismo, riesce perfino a disprezzare la sua grande industria alimentare per glorificare, non come preziosa operazione di conservazione di peculiarità minori locali bensì come modello generale di produzione e consumo,  i modelli di Slow Food e della sua meno ingenua attuazione commerciale Eataly,  produzioni romantico-anticapitalistiche accessibili quotidianamente soltanto da capitalisti benestanti in su, possiamo capire come la deriva del sentire collettivo in materia agroalimentare nel nostro paese sia la cartina di tornasole della più generale regressione culturale in materia scientifica ed economica e, se vogliamo, morale.

La penisola è allo sbando ma non lo sa. Peggio, non vuole saperlo. Lo stato distrugge i campi di mais transgenico di Giorgio Fidenato nello stesso momento in cui riempie di denari pubblici gli agricoltori perché convertano le loro aziende al biologico, condannandoli ad un incertissimo futuro dopo che devono eroicamente sopportare un pesante presente di costi eccessivi e penalizzante moneta unica. E mentre quello stato cerca di spingere i consumi dei cittadini verso prodotti inutilmente cari e inefficienti, danneggiando il potere d’acquisto delle famiglie, scienziati ed imprenditori sconfortati se ne vanno altrove a sviluppare le loro innovazioni e le loro imprese, solide e sostenibili perché intensive e più produttive, nello stesso momento in cui una terra di formidabili trasformatori ed esportatori, fortemente deficitaria di materie prime, esulta alle sparate coldirettiane di Di Maio contro i funzionari ministeriali “collaborazionisti” della grande congiura delle multinazionali che avrebbe voluto il CETA.  A nulla sono valse le immediate reazioni dei diretti interessati, di coloro che dovrebbero essere penalizzati e dichiarano invece di non esserlo per nulla, come in una commedia dell’assurdo. Tutti contro Di Maio, dunque,  ma contro la Coldiretti e le sue politiche non si sogna di andarci nessuno, salvo Giorgio Fidenato, chi scrive, e pochissimi altri, specie tra chi lo dovrebbe fare. Troppi voti, troppo potere, troppa copertura politica ed istituzionale, troppo minaccioso il suo poderoso ufficio stampa, onnipresente.

Se la Santa Inquisizione non esiste più, si muova chi deve, parli chi sa, si informi chi non sa, si lasci il troppo facile bersaglio del ministro partenopeo, perfetto prodotto d’allevamento intensivo, e si abbia il coraggio di alzare il tiro, di contestare pubblicamente le politiche di un sindacato che per i suoi maldestri tentativi di speculazione danneggia da troppo tempo gli interessi dei suoi iscritti e di tutto il Paese. In gioco c’è molto di più di quanto si possa pensare.

(Ph Facebook – Coldiretti Sicilia)