Fondazione Roi, chi ha “salvato” Zonin non può restare nel cda

Vicenza è stata ancora una volta umiliata. Diamanti esce di scena sbertucciato. E il sindaco Rucco? Non pervenuto

In un empito di senso d’umanità possiamo puranco capirli, Giovanna Vigili de Kreutzenberg in Rossi di Schio, monsignor Francesco Gasparini ed Emilio Alberti. I tre consiglieri d’amministrazione della Fondazione Roi di Vicenza che presumibilmente si sono alzati dal cda di ieri facendo saltare il numero legale e così salvando («per la seconda volta», ha rimarcato il presidente Ilvo Diamanti) l’ex presidente Gianni Zonin da una causa di risarcimento per i quasi 30 milioni persi per aver investito in azioni BpVi, erano gli stessi tre consiglieri che sedevano nell’ultimo cda che Zonin presiedette fino al luglio 2016. E’ effettivamente dura, per la capo delegazione del Fai, per il direttore del Museo Diocesano e per l’architetto che ha progettato l’allestimento del Museo Civico (principale beneficiario delle erogazioni della onlus culturale) cancellare tutte quelle passate riunioni di consiglio d’amministrazione in cui collaborarono con Zonin, il suo vice-tutto Marino Breganze e la fedelissima Annalisa Lombardo. Specialmente per la Vigili de Kreutzenberg eccetera (nella foto di Francesco Brasco), la più antica al vertice.

Chissà cosa si sono detti, i tre, per concordare l’uscita collettiva. Perchè se ufficialmente non si sa chi, su sei componenti in totale, ha affossato l’azione di responsabilità, contando che gli altri tre (Diamanti, il vicepresidente Andrea Valmarana – per altro, attenzione, ex sindaco per molte aziende della galassia BpVi-Zonin – e l’esperta d’arte Giovanna Grossato) nel dicembre 2016 si presentarono promettendo invece proprio quella, sarebbe offensivo per l’intelligenza di tutti non sospettare i colleghi dell’ultimo periodo zoniniano dell’azzoppamento eccellente. I segreti di Pulcinella meglio lasciarli ai pulcinella.

Ma chissà anche cosa avrà fatto mai il presidente, anzi ormai ex presidente Diamanti per evitare il fattaccio. Perchè delle due, l’una: o sapeva e prevedeva quel che sarebbe accaduto, anche perchè a sua stessa detta non sarebbe stata una novità ma un bis, e allora non si capisce il suo rammarico e anzi vien da pensare il peggio; oppure non aveva intuito nulla, non ha saputo interpretare l’orientamento degli altri membri pur avendoci avuto a che fare per un anno e mezzo abbondante, e allora vien seriamente da dubitare se sia, anzi oramai se fosse, adeguato al compito. In entrambi i casi, un presidente di un consiglio d’amministrazione che si fa beffare così platealmente avrebbe fatto meglio ad occuparsi di altro.

Anche perchè, se il suo merito è stato quello di evitare il commissariamento dell’ente benefico da parte della Regione Veneto, al dunque non ha segnato il punto decisivo sulla famosa “discontinuità” rispetto alla gestione Zonin, non è stato artefice di nessuna iniziativa degna di nota (eccezion fatta per il contributo alla mostra su Van Gogh di Marco Goldin in Basilica Palladiana, che tuttavia non equivale esattamente al «sistema museale» comunale come da statuto del fondatore, e stendiamo un velo pietoso sui tre indispensabili convegni con ospiti l’ex ministro Franceschini e Philippe Daverio), non è riuscito a chiudere tutte le cause intentate dal cda di Zonin contro la nipote di Roi e i giornalisti (fra l’altro non sostituendo neppure l’avvocato che tuttora è lo stesso di Zonin, Enrico Ambrosetti), e, farsa delle farse, non si è dato nemmeno pensiero di munirsi di un banale sito web. Se alla Roi non hanno avuto niente da comunicare, in tutti questi mesi, evidentemente non avevano poi questo granchè di cui andare fieri. Sì, d’accordo: hanno tenuto in ordine in conti – e ci mancherebbe, dopo la “cura Zonin”. Ma, reggetevi forte, hanno varato il nuovo statuto (discutibilissimo: che c’azzecca il Fai, con la Roi, o la Chiesa, con il poco quaresimale Boso Roi?). Bene, almeno questo. Altrimenti, essendo scomparsa la fonte di nomina del board (la defunta BpVi), l’annata trascorsa sarebbe stata al di sotto dell’ordinaria amministrazione.

«Non ho mai avuto a che fare con la BpVi – ha voluto puntualizzare ieri don Gasparini – mi considero un uomo capace di pensare liberamente». Poteva allora votare sì. O anche no. Chissà cosa avrà mai votato. Chissà. Certo che se il vescovo Beniamino Pizziol ha inteso confermarlo, e se il Fai, cioè la Vigili, ha deciso di mantenere la Vigili, cioè sempre lei, il prendere atto – come ha fatto Diamanti, che pubblicamente non pare essersi stracciato le vesti – che a sciogliere il nodo sarà il prossimo cda, significa rischiare di subire scene come quella di ieri. Far uscire dal cda questi signori, ma per sempre, a questo punto diventerebbe il presupposto di ogni possibile discontinuità. E anche dignità. Il nuovo sindaco di centrodestra Francesco Rucco non ha una parola da dire a riguardo?