Olimpiadi delle Alpi, la barzelletta di Malagò

La salomonica candidatura a tre per Torino, Milano e Cortina sta già franando. Il Cio farebbe bene a liquidarla in fretta

Ormai è diventata una barzelletta, la scelta della città candidata per l’Italia alle Olimpiadi invernali del 2026. Non sapendo evidentemente come cavarsela senza mettersi contro due delle tre candidate (Torino, Milano e Cortina) e, soprattutto, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, il presidente del Coni Giovanni Malagò ha avuto in extremis la bella pensata di unificare ex cathedra le candidature e di imporre di fatto la sua scelta alle città in competizione per essere la city host italiana.

Malagò ha fatto apparentemente tutti i passi per benino: ha giocato la sua carta alla vigilia della decisione definitiva del Consiglio Nazionale del Coni, lasciando appena poche ore ai leader delle candidature (il sindaco meneghino Beppe Sala, il governatore veneto Luca Zaia e la prima cittadina di Torino Chiara Appendino) per accennare una reazione. Ha scaricato la salomonica scelta sulla Commissione di valutazione del Comitato Olimpico, presieduta dal segretario generale dell’ente Carlo Mornati, che è notoriamente un suo fido. La ha fatta ratificare all’unanimità dalla Giunta del Coni e quindi manca solo la formale delibera finale dei 76 componenti del Consiglio Nazionale che, il 10 luglio a Bologna, avevano deliberato di formalizzare al CIO la candidatura italiana, lasciando però in bianco il nome del candidato.

C’era chi sospettava che la decisione di creare un ticket a tre fosse stata presa altrove e per motivi politici: cioè dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. Le tre candidature erano forti e sostenute politicamente dai partiti di maggioranza (e non solo): Milano e Cortina dalla Lega, Torino dal M5S (diviso però in Consiglio comunale), tutte con supporto del PD. Non era così impensabile che Di Maio e Salvini volessero evitare una lotta fratricida fra gli alleati nell’esecutivo.

Ma le dichiarazioni di Giorgetti a commento della indicazione del Coni per un gioco a tre sembrano escludere una sua ispirazione: «il governo – dice Giorgetti – incontrerà le città candidate e soprattutto verificherà la compatibilità delle linee guida con quelle poste dal Consiglio dei ministri». Una dichiarazione che non dice nulla, in realtà, ma ha un chiaro tono di frenata. Molto più esplicito il sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento e responsabile Sport del M5S Simone Valente, che dichiara all’Ansa: «prendiamo atto della decisione del Coni, attendiamo i dossier per verificare la compatibilità dei progetti con le linee guida tracciate dal Governo e per una verifica dei costi-benefici. E, in ultimo, capiremo se le Olimpiadi sono una priorità del governo e se ci sono i soldi per farle». Se non è uno smarcamento questo…

L’impressione è che gli aspetti tecnico-organizzativi delle candidature siano passati in second’ordine e ci si sia misurati piuttosto su chi aveva i padrini più potenti. Cortina (con le Dolomiti) aveva in realtà le carte migliori sotto tutti i punti di vista: localizzazione delle sedi di gara in zona montana e in area ristretta, esistenza di gran parte degli impianti, ricettività e viabilità predisposte e collaudate, ambiente e tradizione e, soprattutto, un progetto low cost come pretende il CIO. I dossier di Torino e Milano invece erano articolati logisticamente in sedi agonistiche distanti anche centinaia di chilometri e le due città avevano di fatto solo funzione di prestanome. Niente di male. Ora il CIO accetta che certe discipline si possano svolgere lontano dalla città. Stoccolma, la rivale più accreditata (le altre sono Graz per l’Austria, Calgary per il Canada, Sapporo per il Giappone, Sion per la Svizzera e Erzurum per la Turchia) farebbe disputare le prove di bob e slittino in Lettonia, a quasi 1000 chilometri. Lo sci alpino a Are, la cui distanza dalla capitale è superiore a quella fra Milano e Cortina. A Pechino, sede dei Giochi invernali 2022, le piste sono a trecento chilometri.

Da tempo si diceva che la preferenza di Malagò andava a Milano. E la tranquillità sempre manifestata dal sindaco meneghino Beppe Sala, a differenza dei toni meno compassati tenuti dai leader concorrenti, aveva effettivamente fatto sospettare che il primo cittadino avesse già la assegnazione in tasca.

Le reazioni alla idea-ticket non sono state però propriamente entusiastiche: dapprima più possibilista, Sala ha poi preso le distanze annunciando eventualmente una collaborazione molto limitata di Milano. Al contrario Zaia ha preso subito le distanze dalla proposta («c’è la partita del nome: se la fai a Cortina e la chiami Milano non funziona…») in sintonia con il sindaco Ghedina («non faremo la stampella di nessuno») per poi allinearsi a Malagò. Da Appendino è arrivato un sì ma molto sofferto e c’è il sospetto che temesse altrimenti la creazione di un ticket Milano-Cortina per far fuori Torino. Per evitare la ennesima brutta figura dell’Italia nello sport internazionale, sarebbe meglio che il CIO non scegliesse questo pasticcio della candidatura dell’intero arco alpino.

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