Zaia alternativo a Salvini? Ma va!

Il governatore leghista del Veneto non fa che distinguersi dal leader del suo partito. Ma se andasse fino in fondo, farebbe la fine di Tosi

Si discute in questi giorni sul tema: quello tra Zaia e Salvini è dissenso vero o gioco delle parti?

E c’è chi si spinge a preconizzare una conclusione scontata, con il governatore veneto che fa la fine di Rocchetta, Comencini e Tosi. E ci sarebbero già i “traditori” pronti a pugnalarlo svendendo ancora una volta il Veneto alla Lombardia per un piatto di lenticchie. Bitonci, la cui canina fedeltà al Capo serve a nascondere le sue plateali sconfitte sul piano politico e amministrativo. Da Re, il fine politico che rimprovera gli imprenditori veneti perché pensano solo ai soldi. A cosa dovrebbero pensare, ai disoccupati di Di Maio?

È un’ipotesi del tutto plausibile, che si basa, oltre che su storia e tradizione, su due elementi che definirei “strutturali”. Il primo riguarda Zaia, gran comunicatore, ma sostanzialmente un gregario: mai che abbia mostrato la capacità di riunire attorno a sé un gruppo di persone in grado e disposte a sostenere una sua azione politica. Zaia è un uomo di risulta, non un leader.

Il secondo elemento “strutturale” è il Veneto, regione che sarà sempre subalterna, perché sempre divisa al suo interno.

Per contare bisogna essere coesi: il Veneto non lo è mai. La cosa, ben inteso, non riguarda solo la politica. Pensiamo, ad esempio, a quanto normalmente avviene nell’Associazione industriali. La nostra regione non esprimerà mai un presidente nazionale perché ogni volta le varie province si divideranno per appoggiare il candidato da fuori che promette di più. E quando un veneto alza la bandierina, potete star certi che mezza regione gli si rivolterà contro per ottenere di più svendendosi a qualche altro candidato.

Questo è il Veneto, inutile che ci facciamo illusioni.

Pertanto è vero: o Zaia rientra nei ranghi o la sua sorte è già segnata. Oltre al carattere, gli manca il contesto. Alzasse lui la bandierina, si accorgerebbe che i primi a mollarlo sarebbero proprio quelli che adesso lo spingono alla rivolta, dentro e fuori la Lega.

Tutto mi fa pensare, però, che continueremo come al solito. Zaia continuerà blandamente a distinguersi da Salvini e dalle sue politiche, ma senza rompere con il Capo. Cercherà, cioè, di tenersi stretta la fiducia dei veneti, imprenditori, lavoratori, volontariato, quel mondo complesso che è la nostra regione, senza spingersi troppo avanti. È nella natura dell’uomo comportarsi così.

Il problema è: sarà in grado Salvini di sopportare tutto questo? Dipende dalla sua forza. Finché sarà forte, le punzecchiature di Zaia gli daranno poco fastidio, anzi possono fargli gioco. È quando comincerà a indebolirsi che dovrà richiamare tutti all’ordine.

E che Salvini si indebolisca, prima o poi, è inevitabile, perché la sua forza si basa su elementi precari e instabili. Dovesse, ad esempio, interrompersi o, quanto meno continuare ad attenuarsi l’emergenza immigrazione, tutti i nodi verrebbero al pettine. Il nemico peggiore di Salvini non è il Pd e neanche Berlusconi. Men che mai il suo compare Giggino. È la Guardia costiera libica, quando “salva” i “naufraghi” nelle proprie acque territoriali e li riporta indietro. Se queste operazioni continuassero, l’emergenza sbarchi cesserebbe d’incanto, almeno per quanto riguarda l’Italia, e il problema diventerebbe greco e spagnolo.

E Salvini sarebbe nei guai, perché dovrebbe smettere di fare il piazzista e cominciare a fare il ministro dell’Interno, funzione per cui non ha e mai avrà la felpa adatta. A quel punto, inoltre, o rompe con i suoi elettori del Nord o rompe con gli eletti grillini del Sud. È lì che Zaia dovrà essere messo a tacere, costi quel che costi.

Zaia, con la sua benedetta autonomia, con il suo fanciullesco sogno di un’Italia federale, con il suo “prima i Veneti”, è esattamente l’ostacolo principale, l’antitesi netta dello spericolato sogno di Salvini di diventare il primo populista di destra in Europa (Visegrad a parte) che si fa eleggere capo del governo.

Certo che è quanto mai triste dover riporre le nostre speranze nella Guardia costiera libica (sopraffina e perfida vendetta postuma del predecessore Minniti), ma tant’è: a questo siamo ridotti.