Di Maio, sul Decreto Dignità sei incoerente

Il “governo del cambiamento” dovrebbe cambiare registro. Cioé cambiare se stesso. O sono dolori. Per tutti

No, non voglio avventurarmi in analisi tecniche del decreto. Se ne è scritto anche troppo in questi giorni. Condivido non poche delle critiche che ad esso sono state rivolte, ma qui intendo parlare di qualcosa che ha a che fare con i singolari “metodi” di questo “Governo del Cambiamento”. Metodi che, almeno per quanto riguarda il titolare di due ministeri di peso (“Sviluppo Economico”, “Lavoro e Politiche sociali”), rivelano solo incoerenza e improvvisazione.

Parto dall’incoerenza. Nella scorsa legislatura, il deputato Luigi Di Maio fu, giustamente, un accanito difensore del primato del Parlamento denunciando con vigore l’abuso della decretazione d’urgenza da parte sia del governo Renzi che del governo Gentiloni. Rimarcando come quasi tutti i loro Decreti Legge fossero privi di quei requisiti di “straordinarietà”, “necessità” e “urgenza” previsti dall’art. 77 della Costituzione. Per cui, di fronte agli “sfottò” di Berlusconi che gli rinfacciava di non essere laureato, io pensavo: vabbè, sarà pure passato da Ingegneria a Giurisprudenza, poi non laureandosi anche se sosteneva di star lavorando alla tesi, però ha “grinta”, ed ha ragione da vendere nel puntare il dito contro lo stravolgimento dell’istituto del Decreto Legge, in cui brillò anche il Cavaliere di Arcore. Bravo, bene, bis.

Peccato che il primo atto di governo del pentastellato pluriministro sia stato proprio un Decreto Legge, per di più privo di quei requisiti la cui assenza egli aveva per cinque anni stigmatizzato con tanta forza nella decretazione d’urgenza dei governi dell’epoca. Il “Decreto Dignità”, però, non è solo incoerente rispetto al Di Maio deputato d’opposizione, ma è anche la prova lampante della improvvisazione su cui si regge il presunto “Cambiamento” dell’attuale Esecutivo. Già, perché quando un governo serio ricorre a un Decreto Legge, lo fa “blindandolo”, avendo cioè il consenso previo di tutte le sue componenti. Che qui invece è mancato, con Salvini (peraltro assente nel Consiglio dei Ministri che lo varò) immediatamente a dichiarare che il Decreto sarebbe stato migliorato in fase di conversione in legge. E questa è l’improvvisazione n. 1. cui ne è seguita una seconda, e poi altre. Ad ogni obiezione sensata all’articolato, Di Maio si affrettava ad annunciare imbarazzate modifiche, rettifiche, emendamenti.

Qualche interrogativo: dove stava la “necessità” e “urgenza” di un Decreto, se il testo non ha retto a un primo, e ancora superficiale, esame di tutte le parti interessate? Perché non meditare meglio i singoli punti, e ricorrere a un più dignitoso Disegno di Legge che avrebbe visto poi gli emendamenti della maggioranza non apparire quello che oggi sono: ovvero una sconfessione aperta del proponente il Decreto? Gli studenti del ’68, cinquant’anni fa invocavano la “fantasia al potere”, slogan evocativo di innovazioni vere. Qui, invece, siamo alla “improvvisazione al potere”: pratica già realizzata dal dilettantismo dei governi berlusconiani. Credo che l’Italia meriti altro. E che il “Governo del Cambiamento” debba decisamente cambiare registro. Ovvero “cambiare” se stesso, se non vuole cadere nel ridicolo (Di Maio in primis), e dare una ulteriore definitiva spallata alla credibilità del nostro Paese.