Salvini anti-cristiano? Neanche per idea

Da una parte dei cattolici e della stessa Chiesa si leva l’accusa al ministro leghista di andare contro il Vangelo. Encicliche e catechismo smentiscono

Si fa un gran parlare, da inizio estate, della conformità all’etica cristiana della politica del governo gialloblù, volta ad arginare i flussi migratori nel nostro Paese, che negli ultimi anni hanno totalizzato oltre 700 mila arrivi. Fermare i migranti? Giammai, tuona larga parte del clero, associando a questa volontà un inaccettabile rifiuto del prossimo che invece il Vangelo – come noto – chiede di amare. Di qui tutte demonizzazioni di Salvini che sappiamo. Demonizzazioni che, riaccesesi in occasione del caso della nave Diciotti, non sembrano efficaci se è vero quanto riferisce in questi giorni un giornale milanese, secondo cui l’85% dei cattolici sarebbe d’accordo col ministro dell’Interno e con i suoi interventi per evitare l’approdo in Italia dei migranti.

Ad ogni modo, simpatico o meno che sia il leader del Carroccio – e posto che è singolare questa tardiva attenzione al Vangelo, del tutto assente quando il precedente esecutivo approvava il divorzio breve (l’opposto di Matteo 19,3-6), le unioni civili (frutto dell’«invidia del Demonio»: Jorge Mario Bergoglio, 22.6.2010) e, tramite il biotestamento, l’eutanasia omissiva (l’opposto del Quinto comandamento) –, il solo modo per capire se tentare di limitare i flussi migratoria sia davvero anticristiano è, molto banalmente, andare a ripassare cosa effettivamente insegna sul tema la Chiesa. Tema sul quale il pronunciamento più autorevole rimane l’enciclica Caritas in veritate (2009) di Benedetto XVI, laddove vengono evidenziati, su povertà e immigrazione, tre principi fondamentali.

Il primo consiste nella salvaguardia dei «diritti delle persone e delle famiglie emigrate» (n.62): chi è costretto a lasciare il proprio Paese, scrive Benedetto XVI, deve vedersi riconosciuti i propri «diritti fondamentali inalienabili»: che però questo, per capirsi, legittimi la collaborazione de facto tra scafisti e Ong, è assai dubbio. Anzi, lo si può pure escludere: che il fine giustifichi i mezzi lo pensava Machiavelli, non certo Gesù Cristo. Ad ogni modo, accanto ai «diritti delle persone e delle famiglie emigrate» vi sono – afferma la Caritas in veritate – vanno considerati «al tempo stesso, quelli delle società di approdo degli stessi emigrati».

Ora, per meglio comprendere quali siano i diritti delle società di approdo degli emigrati, ci soccorre il Catechismo della Chiesa Cattolica che stabilisce l’immigrato non abbia la generica possibilità – attenzione – bensì il preciso dovere di «rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri» (CCC, 2241): dunque il diritto di un Paese che accoglie è, in primo luogo, quello di vedere rispettate le proprie tradizioni culturali e religiose, oltre che le proprie leggi. E non finisce qui.

Infatti la Chiesa considera come prioritario pure «il miglioramento delle situazioni di vita delle persone concrete di una certa regione, affinché possano assolvere a quei doveri che attualmente l’indigenza non consente loro di onorare», sia perché «nessun Paese da solo può ritenersi in grado di far fronte ai problemi migratori del nostro tempo», sia perché anche coloro che non emigrano e rimangono nei loro Paesi, evidentemente, sono persone umane e vanno assistiti nella loro condizione di povertà.

Quest’ultima sottolineatura non va considerata marginale giacché, da quando la Chiesa ha iniziato a pronunciarsi sui flussi migratori – cioè almeno dalla Costituzione apostolica Exsul familia (1952) di papa Pio XII in poi – il Magistero è stato sempre molto chiaro nel ribadire che esiste, ancorché spesso taciuto, un diritto fondamentale di ogni cittadino ed essere umano: quello di non emigrare; o meglio, di non essere messo dalle circostanze nelle condizioni di doverlo fare. In altre parole, il tanto vituperato «aiutiamoli a casa loro» non solo non è qualcosa di anti-umano, ma risulta un intento pienamente cristiano.

Viceversa, il proposito di un’accoglienza universale che sottenda la rimozione delle frontiere in nome di una laica fratellanza planetaria non solo ha poco di cattolico, ma ha molto di luciferino. Non lo dico io, l’ha detto l’arcivescovo Fulton Sheen, uno dei grandi evangelizzatori del XX secolo, che nell’elencare i tratti dell’Anticristo, lo presentava come il «Grande Umanitario che parlerà di pace, prosperità e abbondanza». Dunque sì all’accoglienza di ogni fratello che soffre, incluso quello che sbarca sulle nostre coste. Prima però di abbracciare a priori la causa umanitaria e sorosiana, pur di dare contro alla lega, stiamoci attenti. E chiediamoci, in questa interminabile estate di polemiche sull’immigrazione, da che parte sia il «Grande Umanitario». Perché così, a naso, a Palazzo Chigi non sembra essere. Tutt’altro.

(ph: Facebook Matteo Salvini)