Arena Verona, conto alla rovescia per la Gasdia

La crisi al vertice della Fondazione è deflagrata. Ma il vero motivo non sono i rapporti sindacali. E anche il sindaco Sboarina ha le sue responsabilità

Gli scolaretti si ribellano al capoclasse, il prof alza la voce e richiama tutti all’ordine, ma i mugugni restano forti. Andrà a finire che dovrà intervenire il preside. Che però non sta a Verona, ma a Roma. E potrebbe anche decidere di togliersi il fastidio cambiando la classe. Sperando che non si arrabbi troppo e non pensi addirittura di chiuderla. La metafora scolastica l’hanno inventata tre dirigenti della Fondazione Arena, quando hanno messo nero su bianco l’incompatibilità di fatto con la sovrintendente Cecilia Gasdia (in foto). Il cui bilancio, dopo sette mesi di lavoro, è quindi bipartito: se i numeri preannunciati saranno confermati, la stagione estiva segnerà un dato positivo per quanto riguarda l’interesse del pubblico, ma le tensioni interne sulla “governance” sono ormai conclamate e difficilmente risolvibili senza uno o più passi indietro. Il rischio del braccio di ferro è alto. E quanto tutto questo sia responsabile e costruttivo, data la situazione comunque fragile della Fondazione, è sotto gli occhi di tutti.

Il sindaco di centrodestra Federico Sboarina adesso fa l’irritato, bacchetta tutti e alza la voce (è lui il prof nella metafora scolastica) ma sua è la principale responsabilità se si è arrivati a questa situazione. Sembra un tempo lontanissimo, ma non è passato neanche un anno da quando Sboarina, eletto sindaco di Verona da un paio di mesi, dialogava proficuamente con Giuliano Polo, che il commissario straordinario della Fondazione Arena aveva nominato sovrintendente l’anno prima. Fino a un certo momento, sembrava che fosse propenso a confermarlo. Poi il pressing all’interno della maggioranza di centrodestra, dietro il paravento pseudo ideologico dell’efficienza manageriale, aveva preso il sopravvento. Una faccenda della quale oggi nessuno parla più, per l’ottimo motivo che era totalmente inconsistente – una molto ipotetica e non concretizzata trasferta della Fondazione a San Pietroburgo – era stata trasformata nel “casus belli” costato a Polo il benservito. Sembrava che i destini della Fondazione dipendessero da quel viaggio. Non risulta che l’attuale sovrintendente, Cecilia Gasdia, in plancia da fine gennaio, vi abbia mai nemmeno fatto cenno.

Poca memoria, a quanto pare, c’è anche a proposito degli eventi che hanno portato l’ex soprano veronese alla massima poltrona areniana. Nel solito farraginoso gioco volto a soddisfare le correnti politiche e a rassicurare le categorie economiche, senza tenere se non in minimo conto gli unici interessi che contano, ovvero quelli della Fondazione, a palazzo Barbieri avevano avuto la grande pensata di indicare come sovrintendente il manager Gianfranco De Cesaris, esperto di “automotive”, totalmente a digiuno di gestione degli spettacoli. Sconfortante insipienza, scongiurata dallo stop – per obbligo di decenza – giunto dal ministero (dove sta il preside della metafora di cui all’inizio). A quel punto, Sboarina aveva pensato che la soluzione potesse consistere nello spostare di casella Cecilia Gasdia, sua sostenitrice elettorale, “promuovendola” da direttore artistico (a quel ruolo fino a quel punto sembrava destinata) a sovrintendente. Non aveva fatto i conti con il carattere forte, l’orgoglio e l’incoercibile spirito della primadonna. La quale avrà magari anche assentito all’intenzione del sindaco di creare una “squadra di comando”, ma poi ha iniziato a fare di testa sua, e pure con un certo piglio autoritario. Glielo consente – l’autonomia, non l’autoritarismo – la legge, che indica nella figura del sovrintendente il “dominus” assoluto nella gestione delle Fondazioni lirico-sinfoniche.

Da lui dipendono anche le nomine dei dirigenti e del direttore artistico, e le rispettive deleghe. Così, con un sindaco che inventa un suo “progetto” per la Fondazione senza tenere conto del quadro disegnato dalla legge e con un sovrintendente che quelle leggi invece conosce bene e non ha o non vuole esercitare la diplomazia necessaria per tenere insieme tutti gli elementi delle complessa partita, era chiaro che sarebbe bastato poco perché tutto cominciasse pericolosamente a scricchiolare. E ora si è arrivati al paradosso (che è anche probabilmente una primizia assoluta nel panorama italiano) di un gruppetto di dirigenti che “sfiduciano” il sovrintendente, evidentemente forti di un mandato politico. Singolarmente eterogeneo, questo trio. Delle non competenze del manager De Cesaris nel core-business di una Fondazione lirica si è già detto. Poi c’è Francesca Tartarotti, avvocata già in forza al Maggio Fiorentino, ingaggiata da Girondini e Tosi all’inizio del 2016, con contratto per oltre quattro anni e sontuoso stipendio, allo scopo di realizzare realizzare un piano di ristrutturazione bocciato e accantonato nel giro di qualche mese; e quindi un esperto delle questioni finanziarie areniane come il direttore amministrativo Andrea Delaini. Se all’inizio dell’anno Sboarina s’illudeva che Gasdia facesse la parte che di lì a qualche mese il prof Giuseppe Conte avrebbe tanto accuratamente interpretato nell’attuale governo, si sbagliava.

Piena di passione per il suo lavoro e di amore per le sorti dell’Arena, ma commettendo anch’essa (per ambizione? per mancanza di strategia? Forse entrambe le cose) un grave errore di valutazione sulla sua possibilità reale di manovra, Gasdia si è addentrata in orgogliosa autonomia dentro a un impegno molto insidioso, chissà quanto consapevole che le si preparava terra bruciata, incurante delle sue debolezze sul versante dell’esperienza gestionale, che non tutti sono disposti a riconoscerle sufficienti alla bisogna, fermo restando che sul piano artistico offre solide garanzie. Ha accettato, forse addirittura richiesto come consulente un addetto ai lavori di grande esperienza come Renzo Giacchieri, due volte sovrintendente dell’Arena, per metterlo subito da parte senza mai consultarlo. E ha iniziato a duellare con i dirigenti. Fra i quali bisogna citare anche Gian Marco Mazzi, l’uomo più vicino al sindaco, singolarmente fuori dalle polemiche di questi giorni, il che ne accredita vieppiù il ruolo di eminenza grigia della situazione. Mazzi è il responsabile dell’Extra Arena (i concerti pop e rock) ed è l’amministratore della società che se ne occupa e che molto aleatoriamente in Comune si immagina come “cassaforte” della Fondazione, senza che peraltro siano state fornite tracce di come debba funzionare questo meccanismo (e infatti su questo i sindacati hanno il dente levato).

Adesso sembra che la crisi sia esplosa per il disappunto dei dirigenti sulla gestione dei rapporti sindacali. In realtà la mina vagante è costituita dal piano industriale per la Fondazione, da commissionare all’esterno, “sospeso” da Gasdia nonostante sia voluto dal Consiglio d’indirizzo e particolarmente caldeggiato dalla Camera di commercio. La sovrintendente lo percepisce come una “diminutio” del suo ruolo, e probabilmente ha ragione, ma ora i nodi sono al pettine e “nasconderlo” come ha fatto lei, lasciando in sospeso l’incarico nonostante i termini per l’assegnazione siano scaduti da un mese, ha fatto scattare la controffensiva della squadra di Sboarina. Adesso per conservare la poltrona dovrebbe abbozzare e convincere il consiglio di indirizzo di essere diventata sostenitrice di quel progetto. Non è affatto detto che ci riesca e neppure che voglia darsene la pena. Anche perché, comunque, sembra che il conto alla rovescia ormai sia cominciato. Fermarlo sarà molto difficile.