Hiv, in ritardo metà delle diagnosi

Intervista alla Dott.ssa Carmela Pinnetti, Dirigente medico UOC Immunodeficienze Virali – Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani

La denuncia in un rapporto europeo, si prende in carico il paziente quando il sistema immunitario è già compromesso. In rapporto ai nuovi casi segnalati l’Italia è al di sotto della media Ue, ma il riscontro tardivo rappresenta il 56% di tutte le verifiche. Lo Spallanzani ricovera la metà del pazienti Hiv con complicanze di tutta la regione.

Di Irene Acinapura

Metà delle diagnosi di Hiv in Europa sono fatte in ritardo, quando il sistema immunitario è già compromesso. Lo afferma il rapporto annuale 2017 del Centro Europeo per il Controllo delle Malattie (ECDC), riferito all’anno 2016, pubblicato sul sito del Centro. Secondo il documento, che utilizza un sistema di sorveglianza attivo nei 31 paesi dell’Unione Europea e dell’Area Economica Europea, sono poco meno di 30.000 le nuove diagnosi, con un’incidenza media di 5,9 nuovi casi l’anno ogni 100.000 abitanti. L’Italia come casi incidenti è appena sotto la media europea, con 5,7 per 100.000 abitanti. Il dato più rilevante è che poco meno della metà delle nuove diagnosi avviene in ritardo, con una conta delle cellule CD4 del sistema immunitario inferiore a 350 per millimetro cubo, mentre in quasi un terzo dei diagnosticati la conta è al di sotto delle 200 cellule, in condizioni di grave immunodeficienza. In Italia le diagnosi tardive rappresentano oggi il 56% di tutte le diagnosi.
Ne parliamo con la Dott.ssa Carmela Pinnetti, Dirigente medico presso la UOC Immunodeficienze virali dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma.

Qual è la situazione attuale delle nuove diagnosi di HIV in Europa?
Nel 2016 le nuove diagnosi segnalate in Europa sono state 29.444, in leggera riduzione rispetto agli anni precedenti. I paesi con incidenza più elevata sono Lettonia (18.5), Estonia (17.4), Irlanda (10.5), Portogallo (10.0). L’Italia è al di sotto della media (5.7), ed è sicuramente una buona notizia, anche tenendo conto dell’incidenza più elevata di alcuni paesi di riferimento dell’area dell’Europa occidentale, quali Gran Bretagna (7.9), Francia (7.8) e Spagna (6.8). L’incidenza in Europa rimane più elevata negli uomini (8.9) che nelle donne (2.6), Aumenta l’età media alla diagnosi (37 anni), anche se la fascia di età con l’incidenza più elevata è quella 25-29 anni, in cui il tasso arriva a 13.6. Riguardo le modalità di trasmissione, il 40% delle nuove diagnosi è in uomini che fanno sesso con uomini (MSM), mentre i contatti eterosessuali spiegano il 32% dei nuovi casi. Solo il 4% è oggi legato alla tossicodipendenza per via endovenosa.

Rimane alta la proporzione di diagnosi tardive. Quali sono i motivi?
Complessivamente, il 48% delle infezioni è stata diagnosticata tardivamente (ovvero con una conta di CD4 inferiore a 350 cellule/mmc) ed il 28% circa dei casi con una malattia molto avanzata, cioè con CD4 <200 cellule. In Italia siamo rispettivamente al 56% di diagnosi tardive e al 37% di casi con immunodeficienza grave alla diagnosi. La prevalenza di diagnosi tardive è comunque alta anche in altri paesi dell’Europa occidentale quali Germania (51%), Francia (49%), Svezia (48%), Spagna (46%). I motivi sono legati alla quota, variabile da paese a paese, di soggetti inconsapevoli che ritardano la diagnosi fino alla comparsa di alterazioni di laboratorio o di sintomi di malattia. Questa quota di soggetti inconsapevoli dipende da fattori demografici ed epidemiologici. Varia infatti sensibilmente se i pazienti vengono stratificati per sesso, età, modo di trasmissione e regione di origine. Le donne, ad esempio, hanno più probabilità dei maschi di essere diagnosticate tardivamente, così come persone di età più avanzata, coloro che hanno contratto l’infezione per via eterosessuale e stranieri migranti.

Perché scoprire l’infezione tardi rappresenta un problema?
In primo luogo una diagnosi tardiva è associata a un rischio maggiore di complicanze cliniche (infezioni opportunistiche e tumori) e quindi a una mortalità più elevata. I pazienti cosiddetti “AIDS presenters”, ovvero quelli che vengono diagnosticati nella fase di AIDS conclamata (18% delle nuove diagnosi), sono ancora oggi un rilevante problema clinico e di sanità pubblica. In secondo luogo, scoprire l’infezione da HIV in fase avanzata di malattia, è associato, anche iniziata tempestivamente la terapia antiretrovirale, ad un peggior recupero immunologico, a un maggior numero di effetti collaterali oltre che a una più lunga esposizione a fenomeni di attivazione immunitaria ed infiammazione, che sono alla base di patologie d’organo (rene, cuore, sistema nervoso centrale). Infine le persone inconsapevoli, e quindi non in cura, in cui la replicazione virale è persistentemente attiva, sono fonte di contagio per altre persone, e rappresentano il principale se non unico reale serbatoio della trasmissione del virus. Oggi che sappiamo che un soggetto in trattamento con viremia stabilmente soppressa non è più fonte di contagio, il rischio di trasmissione è legato in primo luogo ai soggetti inconsapevoli, a quelli che poi avranno una diagnosi tardiva.

Qual è l’impegno dell’INMI L. Spallanzani su questo aspetto della malattia da HIV?
Lo Spallanzani oggi ricovera la metà di tutti i pazienti HIV con complicanze di tutta la Regione Lazio, pari a 514 su un totale di 1032 persone con malattia da HIV avanzata ricoverate nella regione nel 2017. In questi pazienti sono predisposti protocolli specifici di trattamento delle complicanze e procedure per l’inizio immediato della terapia antiretrovirale, per il monitoraggio di eventi avversi, delle patologie da immunoricostituzione, delle interazioni farmacologiche, del trattamento di infezioni particolari quali quelle neurologiche. Si tratta di una parte molto complessa della patologia HIV, di elevata gravità, con un elevato consumo di risorse assistenziali e rappresenta un aspetto un po’ dimenticato della malattia, su cui l’attenzione mediatica e l’informazione si sono ridotte negli ultimi anni. E al calo dell’attenzione corrisponde un calo della percezione del rischio. Allo Spallanzani abbiamo su questo un Ambulatorio del test HIV che lavora quotidianamente per offrire e promuovere il test nella popolazione inconsapevole, utilizzando tutti gli strumenti (test rapidi, campagne sul test dentro e fuori dall’ospedale) per aumentare le diagnosi precoci. E’ una delle sfide prioritarie in questa patologia e noi siamo sempre in prima linea.

Nuovo Corriere di Roma

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